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Il terzo summit ACD (Asian Cooperation Dialogue), che si è appena conclusa a Doha (Qatar), si era aperto all’insegna di un tema nobile, quasi decoubertiniano: “La diplomazia dello sporto”. Ma si è chiuso su ben altri toni allorché i leader dei Paesi del Golfo Persico, cioè Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar, hanno dichiarato che non permetteranno alle forze armate degli Stati Uniti di usare la basi poste sui loro territori per attaccare l’Iran. Ribadendo al contempo di voler restare rigorosamente neutrali rispetto all’attuale conflitto tra Israele e la Repubblica islamica.

Detta così, la dichiarazione sembrerebbe destinata a fare il botto. Nei Paesi del Golfo Persico gli Usa dispongono di almeno 15 basi con 30 mila uomini, che potrebbero essere integrate da altre installazioni mantenute segrete. Tre di queste basi sono in Bahrein e ospitano soprattutto personale della marina: la base di Supporto navale, la base aerea Shaykh Isa e il porto Khalifa ibn Salman. Altre cinque si trovano in Kuwait: Camp Buehring, Camp Arifjan, Camp Patriot e le basi aeree Ali al Salem e Shaykh Ahmad al Jabir. Due in Oman, nei porti di Salalah e di Duqm (m con poche centinaia di uomini). In Qatar gli Usa hanno Camp As-Sayliyah e la base aerea di Al Udeid, la più grande struttura militare americana in Medio Oriente (proprio nel gennaio di quest’anno la “concessione” con il Qatar è stata rinnovata per altri dieci anni). Cinque invece le basi Usa in Arabia Saudita, la più importante delle quali è la base aerea Prince Sultan di Al Kharj, nel centro del Paese. Negli Emirati, infine, le forze americane possono usufruire della base aerea di Al Dhafra, del porto di Jebel Ali e della base navale di Fujairah.

Una presenza massiccia, quindi. Che stando alla dichiarazione di cui dicevamo, resterebbe bloccata anche in caso di conflitto aperto con l’Iran. La realtà, però, è assai meno romantica (i piccoli contro il gigante) bellicosa (no pasaran). Questo è il ruggito del coniglio. La realtà è che i Paesi del Golfo Persico si barcamenano, all’insegna della grande paura: essere coinvolti in una guerra che, nel caso, si combatterebbe sulla soglia di casa loro. Tra loro e l’Iran ci sono solo i 30 chilometri dello Stretto (quando si dice la parola) di Hormuz. E gli iraniani hanno già fatto sapere che, se attaccati, reagiranno non solo contro gli attaccanti diretti ma anche contro i Paesi che avranno dato loro una mano. Anche di fronte a una forte pressione militare non sarebbe difficile, per gli iraniani, bombardare (è solo un esempio) le infrastrutture petrolifere delle monarchie sunnite che trovano al di là di un breve tratto di mare.

Le petromonarchie del Golfo Persico si sono da tempo specializzate in acrobazie politiche piuttosto disinvolte. Il Qatar, per esempio, è stato per anni il rifugio dell dirigenza di Hamas, per primo quell’Ismail Haniyeh che nei grandi alberghi di Doha si sentiva sicuro e ha trovato invece la morte per mano israeliana quando si è recato ad assistere all’insediamento del nuovo presidente Masoud Pezeshkian a Teheran, nel cuore del Paese che di Hamas è il più grande sponsor. Lo stesso Qatar che per molti mesi ha mediato un’ipotetico cessate il fuoco tra Israele e appunto Hamas, senza cavare un ragno dal buco e facendosi anche minacciare dagli israeliani, che consideravano quell’interessamento una gran perdita di tempo per favorire gli islamisti di Gaza.

Poi ci sono gli Emirati Arabi Uniti, i primi con il Bahrein ad aderire, nel 2020, agli Accordi di Abramo escogitati da Donald Trump per mettere d’accordo Israele e i Paesi arabi. In quegli Accordi c’era anche un capitolo riservato ai palestinesi: si concedeva loro uno Stato da burla, alla mercé di Israele però mantenuto appunto dalle petromonarchie. Il fatto che Emirati e Bahrein avessero accolto con entusiasmo quel piano (il “Grande piano per il Medio Oriente”, lo chiamava la Casa Bianca dell’epoca) spiega bene quanto avessero a cuore la causa della Palestina.

E poi c’è l’Arabia Saudita che, sotto la guida del principe ereditario Mohammed bin Salman detto MBS, cerca da tempo di ritagliarsi un ruolo più ampio nei giochi della grande politica internazionale. L’ampliamento delle relazioni economiche e politiche con la Cina (ha persino accettato la mediazione di Xi Jinping per una “pace” un po’ finta con l’Iran), la perdurante intesa con la Russia, l’adesione ai BRICS (di cui è membro dal gennaio di quest’anno, come gli Emirati) testimoniano di questa smania di affermazione. Ben temperata, però, dal desiderio di non entrare (troppo) in urto con il vecchio amico americano. La crisi di Gaza, cominciata quasi un anno fa con le stragi dei terroristi di Hamas, è arrivata quando tutto faceva pensare che il dinamico MBS stesse per firmare anche lui gli Accordi di Abramo, siglando così una specie di trattato di pace con Israele.

Tutti questi Paesi sarebbero ben felici di veder sparire l’Iran dalla faccia della Terra. D’altra parte, non erano loro i principali finanziatori degli islamisti dell’Isis che attaccavano il regime sciita della Siria? E non furono le milizie sciite organizzate dagli iraniani a respingere l’Isis dall’Iraq? Ma una guerra guerreggiata tra Israele (e Usa, ovviamente) e l’Iran difficilmente potrebbe passare sulle loro teste, soprattutto se gli ayatollah li vedessero in qualche modo collaborare con il Piccolo e il Grande Satana. A Teheran già hanno il sospetto che dietro i colpi subiti in casa e in Libano ci sia pure, in un modo o nell’altro, la manina dei servizi segreti di Ryadh e Abu Dhabi, figuriamoci se vedessero partire gli F-35 dalle basi saudite o emiratine. Meglio starne fuori. D’altra parte Israele e Usa possono colpire anche senza, no?

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