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Guerra

Carestia e malattie: le conseguenze “nascoste” della guerra in Ucraina

Vite spezzate, famiglie distrutte, sogni infranti, edifici rasi al suolo e strade devastate. L’Ucraina è piombata nella sua ora più buia. L’invasione russa si è diffusa dal Donbass al resto del Paese. Nessuno sa fino a che punto vorrà spingersi...

Vite spezzate, famiglie distrutte, sogni infranti, edifici rasi al suolo e strade devastate. L’Ucraina è piombata nella sua ora più buia. L’invasione russa si è diffusa dal Donbass al resto del Paese. Nessuno sa fino a che punto vorrà spingersi Vladimir Putin, anche se il Cremlino ha spiegato che l’obiettivo del presidente è quello di raggiungere la demilitarizzazione ucraina. Al di là del tema principale, che è quello della guerra in corso nel cuore dell’Europa, ci sono altri due aspetti da considerare con la massima attenzione, per altro strettamente collegati al conflitto.

Il protrarsi della crisi in Ucraina, al netto dei terribili effetti militari, potrebbe infatti generare carestie e malattie, in aggiunta a flussi migratori di massa, choc economici a livello globale dei prezzi di risorse energetiche e prodotti alimentari, nonché rivolte in Paesi terzi che dipendono dalle importazioni di questi stessi beni. Più che un effetto domino, dunque, possiamo tranquillamente  parlare di tempesta perfetta. È tuttavia interessante concentrarsi sul rischio di carestie e nuove emergenze sanitarie. Sia perché l’Ucraina è da sempre considerata il “granaio d’Europa” – ed è una delle più importanti nazioni esportatrici di grano e derivati – sia perché gli scenari di guerra sono da sempre humus perfetti per la diffusione di malattie infettive.

L’ombra di una minaccia sanitaria

A peggiorare lo scenario, già di per sé critico, dovremmo ricordarci che il mondo si trova ancora nel bel mezzo di una pandemia globale. Se è vero che il Sars-CoV-2 è stato più o meno arginato in gran parte del mondo occidentale, è altrettanto vero che Russia e Ucraina non brillano per dati epidemiologici e tassi di vaccinazione. A Mosca soltanto il 49% della popolazione ha terminato il ciclo vaccinale, mentre il 4,6% è ancora parzialmente coperto; a Kiev la situazione è ancora peggiore, visto che appena il 35% ha terminato il suddetto ciclo vaccinale e l’1% è in fase di attesa. Stiamo parlando di cifre basse, troppo basse per poter consentire ai due Paesi, adesso in guerra tra loro, di gettarsi alle spalle l’ombra della pandemia. Anche perché, guardando le ultime 24 ore, il Covid in Russia ha ucciso oltre 750 persone, mentre in Ucraina quasi 300. Peccato che la storia ci insegni che guerre e malattie sono solite andare a braccetto.

Basta tornare al 1918, nell’ultimo anno della Prima Guerra Mondiale, quando una virulenta e aggressiva forma di influenza – la famigerata “Spagnola” – si diffuse a ogni latitudine. Le circostanze esatte che hanno originato l’emergenza sono tuttora avvolte nella nebbia, e le versioni discordanti. Una delle più accreditate sostiene che la pandemia partì da Camp Funston, un campo di addestramento dell’esercito statunitense situato in Kansas. Un cuoco si sarebbe presentato in infermeria con i sintomi della banale influenza; nel giro di pochi giorni anche altri 100 soldati dovettero fare i conti con lo stesso problema. Il patogeno iniziò così a contagiare chiunque e a qualunque latitudine, raggiunse l’Europa e pure il resto del mondo creando, nel corso dei mesi, picchi più o meno violenti.

Ma perché la guerra è un ambiente ideale per il proliferarsi dei contagi? Semplice: oltre a condizioni climatiche e sanitarie spesso ai limiti della sopportazione, gigantesche masse di persone si radunano in trincee, caserme, navi e altri spazi angusti, dove il contatto è massimo. Considerando poi che il Covid-19 è tra noi, ancora vivo e vegeto, è necessario monitorare con estrema attenzione il rischio che possano generarsi nuove varianti. Un rischio ancora remoto ma che, come detto, dovremmo iniziare a calcolare. Se non altro nel tentativo di prevenire ulteriori minacce.

L’ombra della carestia

La seconda ombra da prendere in seria considerazione riguarda il rischio di una carestia. In Ucraina, certo, ma anche e soprattutto all’interno dei Paesi dipendenti dalle esportazioni di prodotti agricoli ucraini, visto che Kiev è uno dei principali esportatori di mais, orzo e segale. Come spiegato qui, una parte sostanziale dei terreni agricoli più produttivi di Kiev è situato nelle regioni più vulnerabili a un potenziale attacco russo (o addirittura sono già stati presi). Ma cosa potrebbe succedere a questi territori nel caso in cui Mosca riuscisse a conquistarli, o peggio, piegare definitivamente Kiev? Possiamo solo immaginarlo, e i pensieri sono tutt’altro che rosei. È plausibile ipotizzare un forte calo della produzione di grano, il crollo delle esportazioni alimentari, la fuga degli agricoltori e la distruzione, totale o parziale, di infrastrutture e attrezzature. In altre parole, uno dei motori dell’economia ucraina finirebbe paralizzato, con il rischio di restarci per molto tempo.

A quel punto bisognerebbe accendere i riflettori su due scenari: l’aumento dell’instabilità nei Paesi in via di sviluppo clienti dell’Ucraina e, dal punto di vista alimentare, dipendenti dai prodotti agricoli di Kiev; e la possibile carenza di cibo per la stessa Ucraina. Del resto, in passato i Russi hanno già messo le mani sull’agricoltura ucraina. Anche qui vale la pena citare un episodio storico: la carestia perpetrata dalle politiche sovietiche in Ucraina a ridosso degli anni ’50 (la cosiddetta Holodomor), che uccise tra i 4 e i 7 milioni di ucraini. In ogni caso, i governi occidentali dovrebbero iniziare a prepararsi per scongiurare l’insicurezza alimentare dei rispettivi popoli e le potenziali carestie che potrebbero invece colpire i Paesi più poveri.





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