“Comunqe vada, l’Europa in Ucraina ha già perso“. Parola di Toni Capuozzo, giornalista (ex vicedirettore del Tg5) e storico inviato che di guerre se n’è intende come pochi in Italia e nel mondo, avendole vissute e raccontate in prima persona per decenni. Il cronista e scrittore friulano, che nel corso dell’ultimo anno ha pubblicato due saggi – Cos’è la guerra? I conflitti spiegati ai ragazzi (con Armando Miron Polacco (Illustratore), Signs Publishing, 2024) e Vite di Confine (Biblioteca dell’Immagine), da pochi giorni in libreria – ha parlato con InsideOver circa l’escalation con la Russia in Ucraina e la decisione dell’amministrazioni Biden di dare il via libera a Kiev all’impiego di missili a lungo raggio in territorio russo.
Cosa ne pensa delle ultime decisioni dell’amministrazione Biden, che, da presidente uscente, ha autorizzato l’invio di armi a lungo raggio all’Ucraina? Come giudica questa mossa?
“Lo giudico come uno sgambetto alla presidenza Trump. È un tentativo di ipotecargli la politica estera o comunque di rendergli più difficile quello che aveva già promesso e che sembrava impossibile, la pace in 24 ore. Ovviamente non so quanto sia una decisione personale di Biden, ma è una linea che va contro il suo stesso approccio durante la presidenza, che era stato sempre molto chiaro su questo. Aggiungo inoltre non c’è stato nulla di scritto o comunicati ufficiali, quindi questa decisione rimane aperta a diverse interpretazioni”.
Quali sono, secondo lei, i rischi derivanti da questa decisione dell’amministrazione Biden?
“Sembrerebbe che questo via libera consenta agli ucraini di colpire nella regione di Kursk, territorio sovrano della Russia, ma oggetto di conflitto per la penetrazione di truppe di Kiev. L’Ucraina ha interpretato questa decisione alla lettera e ha colpito depositi intorno alla regione di Kursk. Anche la Gran Bretagna ha dato via libera all’uso degli Storm Shadows, che sono stati usati in Russia. Tutto questo sembra frutto di una linea politica di una parte della struttura della presidenza americana, i cosiddetti “Obama boys”, come Jake Sullivan. L’obiettivo? Condizionare la politica futura di Trump”.
Questa mossa americana non mette in pericolo soprattutto l’Europa?
“L’Europa è in pericolo comunque, non solo nella sciagurata ipotesi di un conflitto nucleare. Siamo il campo di battaglia, a cominciare dall’Italia, dove abbiamo testate nucleari di cui non possediamo nemmeno le chiavi. C’è poi un altro rischio: se Trump decidesse di disimpegnarsi come ha più volte annunciato, l’Europa si ritroverebbe con la patata bollente dell’Ucraina. Dovremmo decidere da soli, probabilmente in ordine sparso, se e quante armi continuare a dare, quale compromesso cercare e se la vittoria totale, di cui si è straparlato, sia davvero raggiungibile. Insomma, dovremo crescere e diventare adulti. Questo potrebbe portare a un’umiliazione per l’Europa, costretta a registrare una conclusione dolorosa e realistica, ben lontana dalla retorica trionfalistica spesa per due anni da Roma a Bruxelles, nessuno escluso”.
Quindi per l’Europa, in ogni caso, sarà una sconfitta.
“È ovvio che, se hai battuto la grancassa della vittoria totale – come hanno fatto stupidamente soprattutto i leader europei, molto più degli Stati Uniti – il risultato finale rischia di essere malinconico e deludente. Non hai studiato una exit strategy. Quando poni la vittoria totale come unico obiettivo, quella vittoria la ottieni solo con la sconfitta totale del nemico. Ma pensare di sconfiggere completamente un nemico dotato di armi nucleari è una follia”.
Realisticamente quanto può durare ancora il conflitto in Ucraina?
“Questo è un conflitto tradizionale dal punto di vista degli scontri sul campo, ma asimmetrico nella potenza. La Russia ha un serbatoio umano che è il triplo di quello dell’Ucraina, composto da uomini, ragazzi e non ragazzi, da mandare al fronte. L’Ucraina, invece, si è cullata nell’illusione gloriosa della prima resistenza di Kiev e, successivamente, di quella straordinaria avanzata. Questa è stata vista dagli europei, che di guerre ne capiscono poco, come l’inizio della Cavalcata delle Valchirie. Tuttavia, quella spinta si è arenata. L’Ucraina ha pagato un prezzo altissimo, un sacrificio che segnerà il Paese per generazioni. C’è anche un vuoto demografico pesante, tenendo conto che molti ucraini non torneranno mai più dall’esodo che li ha portati in altre parti d’Europa. È un Paese che ha già sofferto enormemente”.
Quindi?
“Il problema ora è legato alle aspettative. Gli ucraini potrebbero dire di aver difeso la propria indipendenza, la libertà di scegliere il governo e la politica estera che vogliono, il tutto contro un nemico molto più forte. Ma c’è un’altra questione: i territori sottratti. Non rinunceranno, in linea di principio, a quei territori, che però sono abitati anche da altri ucraini che non si riconoscono pienamente in Kiev, e questo va tenuto in considerazione. L’Ucraina potrebbe cantare vittoria per quello che è riuscita a difendere, così come la Russia potrebbe fare altrettanto per quello che è riuscita a conquistare. Ma entrambe devono leccarsi le ferite, perché questa guerra è costata carissimo a entrambe le parti. È una situazione in cui, alla fine, l’unica via d’uscita è dichiarare una vittoria per ciò che si è ottenuto, anche a fronte di sacrifici così enormi”.
E sul Medio Oriente, pensa che Trump potrebbe apportare cambiamenti rispetto alla linea Biden?
“Mi aspetto una sostanziale continuità negli aiuti a Israele, ma Trump potrebbe forzare la ripresa degli Accordi di Abramo. Proverà probabilmente a favorire un riconoscimento reciproco tra Israele e Arabia Saudita, che contiene la clausola della creazione di uno Stato palestinese. Potrebbe anche rilanciare l’idea di una Gaza sotto controllo internazionale, governata da un’autorità palestinese ovviamente diversa da Hamas. Quindi mi immagino che proverà a risuscitare anche una forma di autonomia palestinese”.
Quadro complesso.
“Sì, soprattutto perché il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente sono legati. Se Putin decidesse di rafforzare il supporto agli attori destabilizzanti come Hezbollah o gli Houthi, potremmo trovarci di fronte a un Medio Oriente ancora più instabile”.
E Trump? Cosa farà?
“Credo che Trump abbia in questo momento due obiettivi principali. Il primo è la Cina, con cui si sta parlando di una guerra economica, ovviamente con tutte le sue implicazioni. Il secondo obiettivo è l’Iran. Mantenere l’Arabia Saudita, che continua a vedere nell’Iran il suo principale avversario, è essenziale per Trump, nonostante i rapporti tra i due Paesi siano migliorati negli ultimi tempi. In questo contesto, credo che Israele avrà più mano libera, non tanto a Gaza o in Libano, quanto nei confronti dell’Iran”.

