Cambogia, Laos, Corea del Nord: così gli Usa hanno seminato milioni di mine

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L’utilizzo delle mine antiuomo e anticarro durante le guerre è una delle eredità più mortali del XX secolo. Non solo per gli effetti devastanti che causano nel corso delle stesse battaglie nelle quali vengono impiegate. Ma anche, e soprattutto, per le conseguenze, tragiche e indesiderate, che queste armi continuano a provocare anni dopo la fine delle ostilità. Con il passare del tempo, infatti, la posizione delle mine viene spesso dimenticata. Molte restano in uno stato dormiente, ma sempre funzionanti nel caso in cui qualcuno (leggi: un civile) dovesse inavvertitamente sfiorarle o calpestarle.

Senza scendere troppo nei dettagli (ne abbiamo parlato qui), le mine antiuomo sono dei dispositivi esplosivi progettati per saltare in aria quando vengono innescati dalla pressione o da un filo a scatto. Fanno capolino dalla superficie del terreno o appena sotto. Il loro obiettivo? Neutralizzare chiunque – persona o veicolo – si trovasse a passare in quella determinata area. Ebbene, negli ultimi giorni le mine antiuomo si sono trasformate in un hot topic, dopo che l’amministrazione Biden ha autorizzato il loro invio all’Ucraina. Kiev potrà utilizzarle per “frenare l’avanzata russa sul fronte orientale”.

Scheletri nell’armadio

Gli Usa si aspettano che il governo ucraino mantenga la promessa di non utilizzare le mine antiuomo in aree popolate da civili. Non solo: di fronte alle preoccupazioni sollevate da numerose Ong, i funzionari di Washington si sono affrettati a spiegare che le mine statunitensi si differenziano da quelle russe perché sarebbero “non persistenti”. Detto altrimenti, dopo un certo periodo di tempo diventerebbero inerti perché, per funzionare, necessitano di una batteria che una volta scarica non consentirebbe più l’innesco della mina.

Chissà se rassicurazioni del genere erano state fornite anche ai popoli asiatici dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, quando gli Stati Uniti, nel corso di varie guerre locali, hanno letteralmente travolto il continente di mine antiuomo e bombe inesplose. Doni della morte che continuano ad esplodere ancora oggi, a distanza di decenni, e ad uccidere persone innocenti.

Lo scorso 7 novembre, mentre tra i corridoi della Casa Bianca stava prendendo forma l’idea di inviare i dispositivi a Kiev, in Cambogia Ly Thuch, primo vicepresidente della Cambodian Mine and Victim Assistance Authority (CMAA), incontrava Bridgette L. Walker, incaricata d’affari dell’ambasciata statunitense nel Paese. I due funzionari, scrivevano i media locali, hanno discusso della “solida partnership tra Cambogia e Usa nell’azione contro le mine”, oltre che della “necessità di attuare una cooperazione sempre più profonda tra i due Governi” per “sradicare le mine terrestri e i residuati bellici esplosivi che continuano a mettere in pericolo le vite dei cambogiani”. Chissà se Thuch avrebbe comunque definito gli Stati Uniti come “il più grande donatore all’azione umanitaria contro le mine” conoscendo in anticipo i piani di Washington per l’Ucraina…

Pioggia di mine

Si stima che in Cambogia siano ancora presenti dalle quattro alle sei milioni tra mine antiuomo e altri ordigni esplosivi. Il primo ministro cambogiano Hun Manet ha recentemente dichiarato che il suo Paese deve ancora bonificare oltre 1.600 chilometri quadrati di “terreni contaminati”, che stanno influenzando la vita di oltre un milione di persone. Qui, a partire dal 1979, mine e bombe inesplose sono costate la vita a circa 20.000 (un dato approssimativo che non tiene conto dei casi non registrati). I feriti, alcuni in modo grave e con danni permanenti, sono invece il doppio.

In Laos ci sarebbero 80 milioni di bombe inesplose sparse in tutto il Paese: è la letale eredità di quella che divenne nota come la “guerra segreta” americana in loco, una missione guidata dalla CIA durante la guerra del Vietnam. In totale, ha scritto la Cnn, tra il 1964 e il 1973 gli Stati Uniti sganciarono in Laos più di due milioni di tonnellate di bombe, per lo più bombe a grappolo.

Discorso simile vale per la Corea del Nord, che 71 anni dopo la fine della Guerra di Corea continua a sfornare migliaia di bombe, mortai e pezzi di munizioni inesplosi. Praticamente tutto, o quasi, è americano. Gli esperti stimano che ci vorranno forse 100 anni per bonificare i terreni della morte.

La Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo (ICBL) ha fatto sapere che, soltanto nel 2023, almeno 5.757 persone a livello globale sono rimaste vittime di mine antiuomo e residuati bellici esplosivi. Di queste, 1.983 sono morte. L’84% erano civili