Il caso Sar Sokha non è soltanto una vicenda giudiziaria o di immagine personale. È un frammento della nuova guerra economica e criminale che attraversa il Sud-Est asiatico: da una parte Washington, che vuole colpire le grandi reti di truffe digitali, riciclaggio, lavoro forzato e finanza clandestina; dall’altra Phnom Penh, che cerca di evitare che l’offensiva americana travolga pezzi dell’élite politica cambogiana.
Sar Sokha, vice primo ministro e ministro dell’Interno della Cambogia, ha incaricato due studi statunitensi per tutelarsi da possibili misure restrittive. Dai documenti registrati presso il Dipartimento della Giustizia americano risulta che Seiden Law è stata ingaggiata per assisterlo nei rapporti con l’Ufficio per il controllo dei beni stranieri del Tesoro americano e con un comitato del Congresso in relazione alla sua possibile inclusione nella proposta di legge H.R. 5490. Il compenso pattuito è di 150.000 dollari, escluse le spese di viaggio.
Un secondo incarico è stato affidato a Nelson Mullins Riley & Scarborough, con un accordo valido dal primo maggio al 31 luglio 2026. Lo studio deve sostenere le attività diplomatiche di Sar Sokha negli Stati Uniti, anche attraverso contatti con membri del Congresso, funzionari dell’esecutivo, mezzi di informazione e altri soggetti coinvolti nel dibattito politico. Il compenso previsto è di 135.000 dollari.
Il nodo Prince Group
Il nome che domina tutta la vicenda è Prince Group, conglomerato cambogiano guidato da Chen Zhi. Nell’ottobre 2025 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha definito Prince Group una organizzazione criminale transnazionale e ha imposto sanzioni contro 146 obiettivi collegati alla rete. Washington sostiene che il gruppo abbia gestito un impero criminale basato su truffe finanziarie on line, riciclaggio, gioco d’azzardo illegale, corruzione, sfruttamento sessuale e lavoro forzato nei centri di truffa in Cambogia.
Il Dipartimento della Giustizia americano ha inoltre incriminato Chen Zhi per presunte truffe con criptovalute e riciclaggio, collegando l’indagine a centri in cui persone trafficate sarebbero state costrette a ingannare vittime negli Stati Uniti e in altri Paesi. Nello stesso procedimento è stata avviata una confisca civile su circa 127.271 bitcoin, allora valutati attorno a 15 miliardi di dollari, indicata dal Dipartimento della Giustizia come la più grande azione di confisca della sua storia.
Il dato decisivo è che Washington non guarda più a queste reti come a semplice criminalità informatica. Le considera ormai una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stabilità finanziaria e alla sovranità economica americana. Il Tesoro ha stimato che nel 2024 gli americani abbiano perso almeno 10 miliardi di dollari a causa delle truffe provenienti dai centri del Sud-Est asiatico.
Perché Sar Sokha si muove a Washington
La mossa di Sar Sokha va letta come una difesa preventiva. La proposta di legge H.R. 5490, chiamata Dismantle Foreign Scam Syndicates Act, mira a creare una forza interagenzia per smantellare i sindacati criminali stranieri responsabili delle grandi truffe on line contro cittadini americani. Il Congressional Budget Office ha spiegato che il provvedimento autorizzerebbe il presidente a imporre sanzioni contro persone straniere che possiedono, controllano o sostengono operazioni significative legate ai centri di truffa.
Il problema politico è evidente: se una figura del livello di Sar Sokha finisse nel perimetro delle sanzioni, non sarebbe più soltanto un caso individuale. Sarebbe un colpo diretto al ministero dell’Interno cambogiano, cioè all’apparato incaricato formalmente di combattere quelle stesse reti criminali. Per questo la sua strategia negli Stati Uniti punta a separare la sua immagine personale e istituzionale dal dossier Prince Group.
Il ministero dell’Interno cambogiano ha respinto le accuse di collegamenti illeciti. Il portavoce Touch Sokhak ha sostenuto che Sar Sokha ha assunto avvocati per difendere se stesso, il ministero e l’onore della Cambogia da accuse ritenute diffamatorie. Secondo la stessa ricostruzione, il ricorso a legali americani viene presentato come un diritto di difesa e non come un’ammissione di responsabilità.
La zona grigia dei rapporti societari
Il punto più delicato riguarda le presunte connessioni societarie pregresse. The Diplomat ha scritto che Sar Sokha sarebbe risultato nel 2017 direttore di Jin Bei Cambodia Investment insieme a figure poi finite nel mirino delle sanzioni o delle indagini statunitensi legate all’ecosistema Prince. Il ministero dell’Interno cambogiano ha negato che ciò dimostri un coinvolgimento illecito.
Qui bisogna essere precisi: una registrazione societaria, da sola, non equivale a una condanna né dimostra automaticamente partecipazione a reati. Ma in politica internazionale la questione non è solo penale. È reputazionale, diplomatica e finanziaria. Per Washington, il problema è capire se le reti criminali abbiano prosperato grazie a protezioni locali, complicità amministrative o zone di tolleranza politica. Per Phnom Penh, il rischio è che la repressione americana diventi uno strumento di pressione sull’intero sistema di potere cambogiano.
La criminalità come infrastruttura geopolitica
Il Sud-Est asiatico è diventato uno dei grandi laboratori della criminalità digitale globale. Secondo Reuters, Amnesty International ha individuato 86 presunti siti di truffa in Cambogia e ha accusato le autorità di essere intervenute soltanto in 24 casi, spesso in modo inefficace o ostacolato da presunte collusioni locali. Il governo cambogiano ha respinto queste conclusioni, sostenendo di aver condotto arresti, sequestri, deportazioni e operazioni coordinate contro reti criminali transnazionali.
È proprio questa contraddizione a rendere il caso esplosivo. Phnom Penh dice di combattere il fenomeno; Washington e le organizzazioni per i diritti umani ritengono invece che il problema sia molto più profondo e tocchi la struttura stessa del potere locale. Se i centri di truffa continuano a operare, non è solo perché esistono criminali abili. È perché esistono terreni favorevoli: corruzione, protezioni, zone economiche opache, casinò, società di comodo, circuiti finanziari paralleli e manodopera trafficata.
Valutazione geopolitica e geoeconomica
Per gli Stati Uniti, colpire Prince Group e le reti affini significa fare tre cose insieme: difendere i cittadini americani truffati, colpire flussi finanziari illeciti e ridurre l’influenza di strutture criminali di origine cinese radicate in Paesi vicini a Pechino. Non è una semplice operazione di polizia. È una manovra di potere.
Per la Cambogia, invece, la questione è più rischiosa. Il Paese ha costruito negli ultimi anni una forte dipendenza economica da capitali cinesi, investimenti immobiliari, casinò, infrastrutture e zone speciali. Se Washington trasforma le sanzioni anticrimine in una leva sistematica, Phnom Penh può trovarsi stretta tra due pressioni: da un lato la Cina, partner economico e politico essenziale; dall’altro gli Stati Uniti, capaci di colpire banche, patrimoni, visti, reputazione internazionale e accesso al sistema finanziario occidentale.
Il significato politico del caso
Sar Sokha non cerca soltanto di evitare una sanzione. Cerca di evitare che il proprio nome diventi il simbolo del legame fra Stato cambogiano, criminalità digitale e capitale cinese opaco. In questa vicenda la difesa legale diventa diplomazia, la diplomazia diventa contenimento del danno e il contenimento del danno diventa lotta per la sopravvivenza politica.
Il vero punto è questo: Washington sta passando dalla denuncia dei singoli centri di truffa alla messa sotto accusa dell’ecosistema che li rende possibili. Non basta più arrestare qualche intermediario o chiudere un edificio. Gli Stati Uniti vogliono risalire ai proprietari, ai protettori, ai riciclatori, ai politici e ai circuiti finanziari. Per Phnom Penh, è una minaccia assai più seria di una semplice inchiesta: è il rischio che la criminalità digitale diventi la porta d’ingresso per una pressione strategica sull’intero regime cambogiano.
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