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All’interno del contesto drammaticamente instabile che l’Iran sta attraversando, l’ipotesi di un regime change non è più una mera speculazione accademica, ma una possibilità concreta che inizia a prendere corpo sia nei calcoli geopolitici delle cancellerie internazionali sia nei discorsi di figure chiave dell’opposizione. A rincarare la dose, la trovata di marketing politico di Donald Trump, che nell’arco i 24 ore ha dapprima trovato nel “MIGA” un nuovo sfogo dopo le secche degli ultimi mesi, per poi annunciare un cessate-il-fuoco tripartito dalla protata storica.

Lo scenario, tuttavia, resta estremamente complesso e articolato, perché un eventuale crollo della Repubblica Islamica – fondata nel 1979 sulla commistione tra autorità religiosa e potere statale – avrebbe implicazioni profonde non solo per l’assetto interno del Paese, ma anche per l’equilibrio di potere nell’intero Medio Oriente.

Le voci fuori dall’Iran

Negli ambienti dell’opposizione in esilio si respira un crescente ottimismo. A farsi portavoce di questa visione è Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto dalla rivoluzione khomeinista, che da tempo si è riposizionato come simbolo di un’alternativa secolare, liberale e filo-occidentale. In recenti dichiarazioni pubbliche ha parlato apertamente del “crollo imminente” del regime, sostenendo che gli apparati repressivi della Repubblica Islamica sono sempre più indeboliti e che “i vertici stanno già preparando la fuga“. Secondo Pahlavi, questa volta l’onda di protesta interna – che ciclicamente si riaffaccia con forza, come dimostrano le manifestazioni del 2009, del 2017-2018, e più recentemente quelle del 2022 – avrebbe assunto una qualità diversa: più organizzata, più trasversale socialmente, più decisa a rifiutare l’assetto teocratico in toto.

Ma se Pahlavi strizza l’occhio alla mano d’acciaio dell’Occidente, più cauta è l’iraniana premio Nobel per la Pace 2003, Shirin Ebadi, che in un’intervista rilasciata all’emittente francese Rfi, ha ribadito che “Il regime iraniano può essere rovesciato solo dalle proteste di milioni di iraniani, come durante il movimento ‘Donna, Vita, Libertà “, riferendosi all’ondata di proteste che ha colpito l’Iran nell’autunno del 2022. “Il governo di Teheran temeva questo tipo di protesta e per questo motivo agì con una repressione maggiore rispetto al passato“, ha aggiunto Ebadi, esprimendo l’opinione che Israele e gli Stati Uniti non possano raggiungere il regime change con la forza militare.

Tre scenari possibili

Tuttavia, il cambio di regime può avvenire in molteplici forme e modalità. Il primo scenario è quello di una transizione interna, cioè un collasso del potere da dentro, a seguito di una crisi sistemica: uno shock economico irreversibile (si pensi all’apartheid in Sudafrica), un’escalation militare insostenibile o una spaccatura insanabile tra le élite. In questo contesto, l’Assemblea degli Esperti – l’organo costituzionale incaricato di nominare la Guida Suprema – potrebbe essere costretta ad accelerare la successione a Khamenei (ormai ottantacinquenne e malato) e optare per una figura più pragmatica o più accomodante nei confronti dell’Occidente. In questa partita potrebbe tornare in campo la famiglia Rafsanjani, oppure una personalità ibrida, capace di mediare tra l’apparato clericale e le istanze di riforma.

Un secondo scenario, più caotico, è quello di un cambio di regime attraverso una rottura violenta, alimentata da proteste popolari irreversibili e un collasso delle forze di sicurezza. In questo contesto, i Guardiani della Rivoluzione – vero centro di potere in Iran – potrebbero disgregarsi o perdere la rule of law. Alcune loro fazioni potrebbero anche scegliere di negoziare una transizione per mantenere privilegi e immunità, aprendo a un governo ad interim o a un consiglio di transizione. In tal caso, figure come Reza Pahlavi, o altri leader dell’opposizione in esilio, potrebbero rientrare in gioco come referenti simbolici o istituzionali. Sempre che gli iraniani, in Iran, accettino di farsi guidare dalla diaspora.

Un terzo scenario, più controverso e rischioso, è quello di un regime change indotto o facilitato da un intervento esterno – diretto o indiretto. La recente campagna militare statunitense e israeliana contro i siti nucleari iraniani potrebbe essere letta da alcuni analisti come una strategia non solo di deterrenza, ma anche di logoramento del regime. Washington potrebbe mirare a una “destabilizzazione controllata“, ossia creare una pressione militare, economica e psicologica tale da rendere insostenibile la posizione della leadership clericale, auspicando che siano gli stessi iraniani a completare l’opera. Tuttavia, è un’ipotesi carica di rischi: potrebbe rafforzare i falchi interni, offrendo al regime una scusa per stringere ulteriormente la repressione e accusare l’opposizione di essere una pedina straniera.

Il caleidoscopio iraniano

Nelle grandi città come Teheran, Shiraz e Isfahan, tra le classi medie urbane più giovani, la diffidenza verso gli Stati Uniti come “nemico storico” è andata progressivamente sfumando, soprattutto negli anni successivi all’accordo sul nucleare del 2015. In quel contesto, molti giovani iraniani vedevano negli USA una possibilità di apertura economica e culturale. Questo capitale di speranza è stato eroso dalla decisione di Trump di uscire unilateralmente dall’accordo nel 2018, ma non è stato del tutto annullato. Oggi, soprattutto in ambienti pro-riformisti, un’azione americana che indebolisca l’apparato repressivo interno è vista con ambivalenza: c’è il timore dell’imperialismo, ma anche l’idea che solo uno shock esterno possa indebolire i Guardiani della Rivoluzione. Abbiamo raggiunto telefonicamente Pegah Moshir Pour, notta attivista iraniana in Italia, che resta scettica sul cessate il fuoco: “Si tratta di un accordo tra tre persone, a capo di potenze militari che cercano di non sottomettersi all’altro. Il volere delle persone, penso che verra messo ancora di più da parte“.

Esiste una piccola fascia della popolazione – in parte legata alla diaspora, in parte presente nelle élite culturali urbane e decisamente più agè – che rimpiange l’epoca dello Scià e vede con favore sia gli Stati Uniti che Israele come baluardi dell’Occidente contro il “fascismo teocratico” dell’attuale regime. Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, raccoglie qui un certo seguito simbolico, in particolare tra coloro che auspicano una forma di transizione istituzionale ispirata a monarchie costituzionali europee. In questi ambienti, una collaborazione tattica con potenze esterne è considerata legittima.

Tra le minoranze etniche represse, come i baluchi, curdi, e arabi dell’Ahvaz, si osservano forme di contatto o simpatia per qualunque potere possa indebolire Teheran. Alcuni gruppi curdi iraniani, ad esempio, hanno mantenuto canali indiretti con Israele o rapporti con attori filo-americani in Iraq, nella speranza che il caos geopolitico favorisca le loro rivendicazioni autonomiste. È un consenso più “strumentale” che ideologico, motivato dalla frustrazione per le discriminazioni storiche e la militarizzazione delle loro regioni.

L’alternativa pronta che non c’è

Il dramma però è un altro. Al momento non esiste un’alternativa pronta e istituzionalmente solida per rimpiazzare la teocrazia iraniana. L’opposizione è frammentata, tanto all’interno quanto all’estero, e le sue figure più visibili – da Pahlavi a Masih Alinejad, da Hamed Esmaeilion ai membri del National Council of Resistance of Iran (NCRI) – non hanno un consenso unanime né una struttura politica che possa gestire la transizione. Per di più, resta il nodo etnico: in un Iran profondamente composito, la fine del regime centrale potrebbe innescare spinte centrifughe da parte di minoranze, aprendo scenari di disgregazione territoriale.

Se un cambio di regime in Iran dovesse realizzarsi esclusivamente dall’interno, senza interferenze o supporti esterni evidenti, il Paese si troverebbe di fronte a una delle transizioni più complesse della sua storia contemporanea. In questo scenario, è il popolo iraniano – con le sue risorse civiche, culturali e organizzative – a farsi motore della trasformazione, spingendo verso una rottura col sistema teocratico attuale. Le conseguenze sarebbero di portata regionale e globale, ma il processo stesso, per quanto desiderabile da molti, non sarebbe privo di insidie.

Negli ultimi anni, l’Iran ha già dimostrato quanto sia forte il malcontento popolare. Le proteste del 2019-2020 per il caro carburante, quelle del 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, fino alle manifestazioni dei lavoratori e degli insegnanti nel 2023, hanno evidenziato una società civile esausta, ma ancora capace di mobilitarsi. Tuttavia, questi movimenti non sono mai riusciti finora a tradursi in una forza politica coesa in grado di rovesciare il sistema. Se ciò dovesse accadere, significherebbe che una convergenza trasversale – tra giovani, classi medie urbane, intellettuali, minoranze etniche e forse anche ex funzionari disillusi – è riuscita a superare la paura e a rompere la catena del terrore che per anni ha sostenuto il potere dei Pasdaran e del sistema giudiziario clericale.

La massa critica necessaria e il rischio caos

Va anche detto che i numeri sono importanti: questi movimenti non hanno mai raggiunto una massa critica, poiché la maggior parte della gente resta convinta che le Guardie Rivoluzionarie del regime, la milizia Basij, i teppisti di strada che favorivano le autorità e l’onnipresente Ministero dell’Intelligence fossero troppo crudeli e implacabili per essere sconfitti. Nonostante le perdite ai vertici di questi ultimi giorni, l’infrastruttura delle Guardie Rivoluzionarie resta solida e attiva, con basi militari intatte in tutto il Paese. Al cuore del loro controllo interno restano i Basij, fedeli al regime e responsabili della repressione delle proteste popolari. Negli anni, si sono distinti per violenze sistematiche, arresti arbitrari e pestaggi, diventando il volto della repressione per molti iraniani. In situazioni di instabilità interna, rappresentano la prima linea difensiva del regime, ancora prima delle forze regolari. Per minare davvero il potere coercitivo della Repubblica Islamica, sarà cruciale colpire anche le strutture che tengono in piedi questa rete paramilitare. Finché resteranno operative, ogni rivolta popolare rischia di essere brutalmente soffocata.

Un crollo del regime generato interamente dall’interno implicherebbe molto probabilmente anche una fase iniziale di vacanza di potere e di instabilità. Il ruolo dei militari – e in particolare dei Guardiani della Rivoluzione – diventerebbe cruciale: sarebbero chiamati a scegliere se reprimere nel sangue, come avvenne nel 2009, oppure accettare il corso degli eventi per preservare almeno parte della propria struttura economica e politica. Una loro neutralizzazione o frammentazione interna, magari facilitata da defezioni o accordi tra fazioni, potrebbe fare da spartiacque.

Nel medio periodo, il percorso iraniano si giocherebbe tra due binari: quello della transizione democratica e quello del caos. Sebbene Israele abbia ucciso molte persone di grande importanza nel Paese, tutte le patologie della Repubblica Islamica sono ancora intatte. Nel primo caso, un governo provvisorio potrebbe essere composto da personalità della diaspora, tecnocrati interni e rappresentanti della società civile. Il modello potrebbe essere quello di un’assemblea costituente incaricata di riscrivere la Carta fondamentale, garantire diritti civili, pluralismo politico e separazione tra Stato e religione. Si tratterebbe di una sfida colossale, considerando il peso dell’apparato clericale, il vuoto istituzionale e la necessità di ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Nel secondo caso, ovvero in assenza di una guida autorevole e legittimata, l’Iran rischierebbe una frammentazione del potere, con regioni fuori controllo, un vuoto di sicurezza e l’emergere di milizie locali o signori della guerra. Anche i gruppi jihadisti potrebbero approfittare del caos per infiltrarsi in un Paese in transizione, così come farebbero potenze regionali concorrenti – dalla Turchia all’Arabia Saudita.

Una rivoluzione interna avrebbe però anche enormi potenzialità: l’Iran è un Paese con una popolazione giovane, istruita, con una forte identità culturale e una tradizione millenaria di resilienza. Il regime ha già mostrato dei punti deboli, come sottolinea Moshir Pour: le reprimenda cinesi circa la minaccia su Hormuz ne è una prova. Dall’altra parte, una transizione guidata da iraniani, per quanto caotica, avrebbe più probabilità di risultare autentica e duratura rispetto a un cambio di regime imposto dall’esterno. Potrebbe, col tempo, trasformare l’Iran in una democrazia islamica parlamentare, in un sistema laico sul modello turco pre-Erdogan o in una repubblica semi-presidenziale ispirata a modelli occidentali, ma con caratteristiche proprie.

Come scrivevano nel 2020 su ForeignAffairs due del calibro di Eric Edelman e Ray Takeyh “In tutti i casi di cambio di regime, i prerequisiti indispensabili per il successo sono che il governo si indebolisca e la popolazione si affermi con più audacia”. Come ogni transizione, anche in Iran il punto di svolta arriverà solo quando il potere vacillerà e il coraggio collettivo saprà colmare il vuoto. È lì, in quella frattura, che la storia può davvero cambiare. Cosa puoi fare la comunità internazionale per l’Iran? Come ha sottolineato Moshir Pour, “Va delegittimata la Guida Suprema così come i pasdaran. Essere la voce degli iraniani. Non negoziare nel momento in cui non sono presenti i diritti umani“.

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