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Il Mar Cinese Meridionale continua a ribollire a causa dello scontro, sempre più aperto, tra la Cina e gli altri Paesi rivieraschi appoggiati dagli Stati Uniti. Quel tratto di mare, così importante per il controllo delle importantissime rotte commerciali tra oriente e occidente, è anche caratterizzato dalla presenza di riserve di idrocarburi che diventano sempre più spesso “casus belli” per il confronto tra la Marina Cinese e quelle di altri attori come Vietnam o Malesia.

Proprio un vascello per la ricerca di idrocarburi, la West Capella della compagnia Seadrill ma noleggiato dalla Petronas, la compagnia petrolifera di stato della Malesia, si è trovato al centro di una vera e propria escalation tra Pechino e Kuala Lumpur che ha richiesto per la prima volta l’intervento diretto degli Stati Uniti che hanno inviato naviglio militare per effettuare una scorta diretta a causa delle continue intimidazioni perpetrate dal naviglio cinese.

Il comunicato della Us Navy di martedì 12 maggio riferisce che la Uss Gabrielle Giffords (Lcs-10), un pattugliatore della classe Independence, ha condotto operazioni di “presenza persistente” in prossimità della West Capella.

L’azione è il risultato di mesi di tensioni accumulate che proprio nelle ultime settimane, complice anche la momentanea riduzione della presenza navale americana a causa dell’esplodere di focolai epidemici a bordo di unità come la portaerei Theodore Roosevelt, hanno fatto registrare il loro parossismo.

Come riporta Reuters la West Capella in queste ore sta lasciando le acque contese, ma nei giorni scorsi la tensione è arrivata alle stelle quando, il mese scorso, un vascello per esplorazioni cinese, l’Haiyang Dizhi 8, con la sua scorta di navi della Guardia Costiera e di quella che potremmo definire “milizia marittima” di Pechino, ha cominciato a operare nei pressi della nave operante per la Malesia che stava effettuando una campagna di rilevamento ai margini della Eez (Exclusive Economic Zone) di Kuala Lumpur.

In quest’area ci sono due concessioni petrolifere, la Arapaima-1 nel Block ND1 e la Lala-1 nel Block ND2, ma le acque del Mar Cinese Meridionale, anche quelle dove ricadono le concessioni malesiane, sono rivendicate dalla Cina.

Questa prima intrusione, nel mese di aprile, ha provocato il passaggio del gruppo navale della Uss America (Lha-6) insieme alla fregata australiana Parramatta (Ffh-154) nei pressi della zona contesa dove si sono trovate a operare, a brevissima distanza, le due navi da ricerca, e proprio per la presenza della flottiglia cinese composta da vascelli della Guardia Costiera e della milizia la tensione è salita alle stelle.

Prima della Gabrielle Giffords, la Us Navy ha mandato di scorta alla West Capella un’altra unità tipo Lcs (Litoral Combat Ship), la Uss Montgomery (Lcs-8), appunto nello sforzo di mantenere una presenza costante e fungere da deterrente per la Marina Cinese. La contesa non è recente ed è cominciata praticamente da quando la nave da ricerca ha cominciato a operare nella zona, a fine dello scorso dicembre, e si inquadra nella strategia cinese di contrastare qualsiasi attività di questo tipo effettuata dagli altri Paesi che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale, Vietnam compreso.

A tale scopo la Cina ha anche mobilitato la sua flottiglia di pescherecci armati, quella “milizia marittima” di cui parlavamo, già utilizza proprio nel contrasto alle attività petrolifere vietnamite al largo della piattaforma continentale di Hanoi, esattamente in quella parte del Mar Cinese Meridionale non lontana dalle contese (e contestate) isole Spratly.

Gli Stati Uniti, anche per questioni di prestigio legate alla crisi epidemica che ha colpito con maggiore forze la Us Navy nel Pacifico, si sono ritrovati costretti ad effettuare un cambio di passo in quel settore del Pacifico Occidentale: la flotta, per la prima volta, non è stata più utilizzata per ribadire e far valere il diritto alla libertà di navigazione, una costante nella strategia Usa che è stata applicata in ogni fronte e in ogni tempo, ma per effettuare l’attività diretta di scorta in modo continuativo, come avviene in altri teatri molto più “bellicosi” come quello del Golfo Persico.

Un intervento diretto che sembra essere stato subito passivamente da Kuala Lumpur, che non ha dimostrato particolare entusiasmo, forse più orientata verso la risoluzione della contesa con la Cina in altri termini piuttosto che porgendo il fianco alle rivendicazioni di Washington, ed il motivo per il quale la West Capella ha posto fine alla sua campagna di rilevamento con due settimane di anticipo rispetto a quanto preventivato dal contratto di affitto va ricercato forse nella volontà della Malesia di non esacerbare le tensioni internazionali che metterebbero a rischio la stabilità dell’area.

In ogni caso arriverà il tempo in cui le risorse di idrocarburi presenti nell’area dovranno essere sviluppate, che significa estrarle, e, stante la volontà della Malesia così come quella del Vietnam di perseguire in questa direzione, allora non sarà più possibile temporeggiare e bisognerà affrontare una volta per tutte un fatto inoppugnabile: la Cina considera l’interezza del Mar Cinese Meridionale come proprie acque territoriali, rivendicando quindi la sovranità sulle risorse che vi si trovano, pertanto ogni tentativo di sfruttarle in modo unilaterale da parte di altri Paesi avrà delle serie conseguenze.

Nel gioco delle alleanze e amicizie, e per via della volontà – inevitabile – degli Stati Uniti di non abbandonare un settore da cui passano rotte commerciali importantissime per l’economia globale al controllo della Cina, non si vede una risoluzione delle tensioni a breve termine, anzi, sembrerebbe che siano destinate ad aumentare con la possibilità che, in futuro, “scappino di mano” a qualcuno dei contendenti causando l’irreparabile.