Lunedì 18 marzo due cacciabombardieri Eurofighter Typhoon dell’Aeronautica Militare Italiana di stanza in Islanda hanno intercettato una coppia di bombardieri russi Tupolev Tu-142 (Bear F in codice Nato) nello spazio aereo internazionale in prossimità di quello islandese scortandoli sino a “distanza di sicurezza”.

I due caccia, schierati temporaneamente sulla base islandese di Keflavik, fanno parte del 36esimo Stormo di base a Gioia del Colle (Ba), che ha in dotazione i Typhoon insieme al quarto Stormo di Grosseto e al 37esimo di Trapani-Birgi; quest’ultimo, secondo indiscrezioni, dovrebbe anch’esso aver inviato alcuni caccia in Islanda per partecipare alla missione di air policing della Nato sull’isola.

L’Italia in Islanda per difendere i cieli della Nato

I nostri velivoli sono arrivati a Keflavik, base della Nato vicina alla capitale islandese Reykjavik, lo scorso 11 marzo per cominciare un periodo di dispiegamento di quattro settimane nell’ambito di una missione Nato che ha lo scopo di garantire la sorveglianza aerea e la capacità di intercettazione dell’Islanda che, come noto, oltre a far parte dell’Alleanza Atlantica, non dispone di proprie forze armate.

Questa è la quarta volta che velivoli dell’Aeronautica Militare sono impegnati nei cieli islandesi: le precedenti missioni risalgono al 2013, 2017 e 2018. La difesa aerea dell’isola viene infatti effettuata a rotazione tra tutte le forze aeree della Nato che mantiene un presidio stabile nell’isola che è stato rinforzato negli ultimi anni a fronte del deterioramento dei rapporti con la Russia e dell’incremento dell’attività navale e aerea di Mosca in quel settore di Atlantico.

Come riportato dal comunicato del Nato Allied Air Command lo scramble dei nostri Typhoon di lunedì è il primo da quando sono stati schierati a Keflavik. Secondo quanto trapelato sulla stampa locale e specializzata i due Tupolev Tu-142 erano in avvicinamento al settore orientale dello spazio aereo islandese con i radar spenti e senza aver comunicato al controllo del traffico aereo la propria presenza. Si è trattato quindi di un vero e proprio test dell’efficacia delle difese aeree Nato da parte russa, così come avveniva ai tempi della Guerra Fredda quando velivoli di questo e altro tipo effettuavano “puntate” in diversi settori dei cieli dell’Alleanza (e degli Stati Uniti) per sondare le difese avversarie.

Il Tupolev 142 fa parte della famiglia dei bombardieri quadriturboelica russi Bear ed è la variante antisom del Tu-95, in forza all’aeronautica russa sin dai tempi dell’Unione Sovietica. Oltre alla versione più propriamente antisom, armata di siluri e con sensore Mad (Magnetic Anomaly Detector) per la rilevazione delle anomalie magnetiche provocate dalla massa dei sommergibili in immersione, esiste anche una versione per la comunicazione con la flotta di sottomarini lanciamissili, il Tu-142Mr.

L’importanza dell’Islanda nella difesa della Nato

L’Islanda data la sua posizione geografica, a metà tra la Groenlandia ed il Regno Unito, rappresenta un avamposto chiave per la Nato per il controllo degli accessi all’Oceano Atlantico.

I bracci di mare che collegano il Mare del Nord e il Mar Glaciale Artico all’Oceano Atlantico, chiamati GIUK Gap (acronimo di Greenland, Iceland e United Kingdom) sono da sempre attentamente sorvegliati dalla Nato in quanto rappresentano il passaggio obbligato per il naviglio di superficie e sottomarino della Russia per raggiungere le rotte oceaniche verso gli Stati Uniti ed il fianco occidentale dell’Europa. Anche per quanto riguarda la navigazione aerea risulta cruciale sorvegliarne lo spazio aereo in quanto è l’unico passaggio che permette ai bombardieri russi di avvicinarsi al continente americano senza attraversare gli spazi aerei Nato.

Per questo l’Alleanza Atlantica, a fronte della rinnovata attività navale sottomarina e aerea di Mosca, ha ristabilito una presenza costante in Islanda. A Keflavik, infatti, è stato recentemente riattivato lo Stormo di pattugliatori antisom che era stato ritirato nel periodo di “vacanza” causato dai buoni rapporti tra Russia e Stati Uniti e dalla palese crisi in cui versavano le forze armate russe, attanagliate dalla cronica carenza di fondi che costringeva a tenere a terra i pattugliatori/bombardieri ed in porto i sommergibili per mancanza di manutenzione.

I nuovi Boeing P-8 Poseidon, che hanno sostituito i vecchi Lockheed P-3 Orion, sono infatti tornati in pianta stabile nell’isola.

Ora che Mosca si è riaffacciata prepotentemente sulla scena globale – intercettazioni di bombardieri russi sono frequenti da parte della difesa aerea del fronte nord della Nato tra Norvegia, Islanda e Norvegia – l’Alleanza ha riattivato tutto il suo sistema di sorveglianza compreso il Sosus, la catena di sensori sottomarini atta a scoprire le tracce acustiche dei sommergibili di passaggio.

Lo schema strategico è infatti ancora quello della Guerra Fredda: la Russia, data la localizzazione geografica delle sue basi navali e aeree, per attaccare le linee di rifornimento Nato nell’Atlantico deve per forza passare con le sue unità navali dal GIUK Gap. Di contro la Nato deve mantenere una costante presenza militare nell’area per “imbottigliare” la Marina Russa nell’Artico, mare che comunque rappresenta, nella dottrina di Mosca, il suo “bastione” dal quale lanciare i propri Slbm da sottomarini. Unità navali come il vecchio sottomarino Projeckt 941 Akula (Tifone in codice Nato) o Projeckt 955 Borei, sono nate appunto per attaccare gli Stati Uniti lanciando i propri missili restando all’interno del bastione marittimo altamente difeso da Mosca grazie alla sua vicinanza al territorio metropolitano.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
Leggi il reportage