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Guerra

B’Tselem denuncia: con Ben Gvir le carceri israeliane sono diventate centri di tortura

Fame, abusi sessuali, violenze di ogni genere: una ONG israeliana fa luce sulle condizioni disumane dei detenuti palestinesi.
Israele

Sotto la guida di Ben-Gvir, le carceri israeliane sono diventate veri centri di tortura. È quanto si evince dal nuovo rapporto della ONG israeliana B’Tselem, che ha rivelato decine di testimonianze di detenuti. I dettagli dei resoconti vanno ben oltre ogni oscura immaginazione: privazione del sonno, rifiuto di cure mediche, fame e violenze sessuali sono all’ordine del giorno in quegli istituti penitenziari senza senno né diritti umani. A confermare il fatto che le condizioni dei prigionieri siano decisamente cambiate dal 7 ottobre in poi, è lo stesso servizio penitenziario israeliano, il quale, si legge su Hareetz, ha osservato che “dallo scoppio della guerra, sotto la direzione del ministro della Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, le condizioni per i detenuti sono state inasprite, mentre le condizioni che erano state precedentemente migliorate per i terroristi, ora sono state revocate”.

La routine carceraria

Quanto denunciato dalla B’Tselem, che ricordiamo essere un’organizzazione non governativa israeliana, si somma alle precedenti testimonianze già emerse un mese fa, e agli abusi sessuali ai danni di un prigioniero palestinese, compiuti da nove soldati dell’IDF, poi finiti in manette. Ebbene, la routine carceraria descritta da 55 ex detenuti palestinesi, assomiglia ad un film dell’orrore.

Innanzitutto, i cani delle guardie carcerarie vengono regolarmente aizzati contro i detenuti. In un episodio raccontato da un testimone, un prigioniero legato “è stato azzannato mentre un soldato lo teneva fermo”.

Poi, ci sono le violenze sessuali che si ripetono come un atroce mantra. Un altro testimone, arrestato ad ottobre nel distretto di Hebron, in Cisgiordania, ha raccontato di esser stato legato e denudato. Mentre era a terra, in mezzo ad una sala con altri prigionieri, due agenti del Ketziot [carcere che si trova nel deserto del Negev], lo hanno seviziato “con una carota nel retto, mentre altre guardie filmavano la scena con i loro cellulari”. I soldati in questione, quelli avvezzi a tali pratiche così perverse e disumane, farebbero tutti parte dell’unità Keter del servizio penitenziario, ovvero quella che opera come forza specializzata nel controllo delle rivolte.

 Quando finiscono gli abusi, ne cominciano altri, di diversa natura. In molti hanno dichiarato di essere stati picchiati così ferocemente da riportare fratture, costole e gambe rotte. E, come se non bastasse, raramente sono stati curati dopo le percosse. 

Lo ha testimoniato Sofian Abu Selah, un palestinese di 43 anni, a cui è stata amputata una gamba. La sua desolante storia inizia con le botte, tante botte, prese dai soldati dell’IDF durante l’interrogatorio avvenuto dopo il suo arresto a Gaza. L’uomo riporta gravi ferite su tutto il corpo, mentre la gamba destra appare maciullata. Non gli viene fornita alcuna assistenza, se non dopo sette giorni di febbre alta e dolori lancinanti. A quel punto è troppo tardi, il medico di turno a Sde Teiman, gli chiede di scegliere tra l’amputazione della gamba e la morte. Sofian Abu Selah ha scelto la vita, e lo ha raccontato alla ONG B’Tselem.

“Obbligati a baciare la bandiera israeliana”

Accanto a tanta violenza fisica, ce n’è altrettanta psicologica. Gli ex detenuti, infatti, hanno confermato tutti la stessa brutale prepotenza: “Siamo stati obbligati a baciare la bandiera di Israele, cantare l’inno nazionale e a maledire le nostre madri”. Quando qualcuno, mosso dal proprio orgoglio, si è rifiutato di osannare la bandiera israeliana, è stato piegato. “Chi non faceva quanto comandato dalle guardie, veniva denudato e picchiato. Talvolta preso a calci, altre volte “colpito con bastoni”.

A queste testimonianze, si aggiungono altri trattamenti disumani, come la privazione del sonno, e la drastica riduzione di cibo giornaliero. “I pasti destinati ai detenuti sono ridotti al minimo”. Senza poi contare la qualità del cibo che arriva, ad esempio, a Sde Teiman. “Ci davano uova e yogurt scaduti”, ha raccontato un palestinese. E guai a sollevare polemiche in merito giacché, quando è successo, le guardie carcerarie hanno picchiato forte, con bastoni e spranghe, tutti i compagni di cella di chi aveva osato chiedere di “cambiare uno yogurt marcio”.

Chi sono i testimoni

I leader di estrema destra sono soliti affermare che contro i terroristi tutto è concesso. Proprio come ha asserito Hanoch Milwidsky, del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, che alla Knesset ha dichiarato che “è legittimo sodomizzare con la forza i nukhba” [i membri dell’unità speciale militare di Hamas]. Al netto del fatto che, in uno Stato democratico, così non dovrebbe essere, i palestinesi delle testimonianze succitate risultano essere ex detenuti, molti dei quali sono stati rilasciati senza alcun atto d’accusa. In altre parole: non erano terroristi. 

La ONG ha specificato che “30 di loro sono residenti in Cisgiordania e Gerusalemme, 21 sono residenti a Gaza e quattro sono cittadini israeliani”.

Molti dei fatti raccontati hanno un denominatore comune, oltre alla violenza. Sono avvenuti a Sde Teiman, la prigione degli orrori che avrebbe dovuto chiudere i battenti già mesi fa, dopo l’inchiesta della CNN, che ha fatto luce sulle tremende, e numerose, violazioni dei diritti umani. Eppure, così non è, anzi. L’oscuro centro di detenzione, anziché chiudere, si amplia, grazie a due nuove bracci in procinto di essere costruiti, e alla svelta. È notizia di pochi giorni fa, e, anche se il governo israeliano spaccia il provvedimento come una “miglioria, che consentirà ai prigionieri di avere più spazio a disposizione”, resta davvero difficile crederci. 

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