Tutto è andato com’era prevedibile: in Burundi le elezioni presidenziali hanno visto trionfare il generale Evariste Ndayishimiye, candidato del partito di governo Cndd-Fdd (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia – Forze per la Difesa della Democrazia), e uomo designato come suo successore dal vero leader del Burundi, il presidente uscente Pierre Nkurunziza. I risultati delle elezioni, andate in scena il 20 maggio, sono stati annunciati però solo il 25 maggio dalla Commissione elettorale nazionale e, stando a quanto comunicato dalla commissione, il generale Ndayishimiye avrebbe trionfato con il 68,72% delle preferenze contro il 24,19% ottenuto da Agathon Rwasa, candidato del Cnl (Consiglio nazionale per la libertà), suo principale sfidante. Il partito di Rwasa, il Cnl, ha contestato immediatamente il risultato delle elezioni, parlando di “mascherata elettorale” e di “scrutinio non credibile” e ha annunciato inoltre di voler far ricorso alla Corte costituzionale. In aggiunta sono stati denunciati arresti arbitrari nei confronti dei sostenitori dell’opposizione sia durante la campagna elettorale che nel giorno dell’ elezioni svoltesi queste in un clima di massima tensione: strade pattugliate dagli uomini delle forze armate, dei servizi di sicurezza e dagli Imbonerakure, la frangia giovanile del partito di Nkurunziza e Ndayishimiye, al centro di pesanti accuse perchè sospettata di essere una milizia paramilitare ispirata ai genocidiari rwandesi hutu del’Interahamwe.

A pochi giorni di distanza l’accusa di brogli e elezioni truccate è arrivata però anche dalla Chiesa cattolica del Burundi. “Ci rammarichiamo per le molte irregolarità riguardo alla libertà e alla trasparenza del processo elettorale” ha dichiarato la Conferenza dei vescovi cattolici del Burundi che ha fatto sapere anche di aver dispiegato 2.716 osservatori in tutto il Paese per monitorare lo spoglio dei voti e ha denunciato l’assenza degli osservatori internazionali. Non sono state queste le sole accuse mosse dalla Conferenza episcopale cattolica del Burundi nei confronti del partito governativo dal momento che l’ente ecclesiastico ha affermato anche che ci sono stati casi di cittadini fatti votare più volte, rifugiati fatti votare quando non ne avrebbero diritto e che ci sono prove di voti messi nelle urne per conto di persone decedute. Il clero burundese ha affermato che “è stata esercitata una pressione su determinati agenti elettorali affinché firmassero in anticipo i fogli di conteggio del contenuto delle urne”. La chiesa ha anche fatto sapere di intimidazioni e persone prelevate da casa e portate a votare con la violenza.

Il Paese, ora, è sull’orlo di una crisi che rischia di degenerare in un’ escalation di scontri armati e questo non sarebbe altro che l’ultimo atto di una tragedia che dal 2015 ad oggi sta travolgendo lo stato africano. Nell’aprile 2015 l’allora il presidente Pierre Nkurnziza decise di candidarsi a un terzo mandato presidenziale, violando così la Costituzione. Dopo l’annuncio immediate furono le proteste che scoppiarono nelle strade del Paese ma a queste fece seguito una repressione totalitaria da parte del governo che diede il via ad una serie di arresti arbitrari, persecuzioni degli oppositori politici ed esecuzioni sommarie che ancor oggi non cessano. Il regime burundese è infatti accusato di aver torturato oppositori, è stata denunciata la presenza di fosse comuni nella periferia della capitale, sono stati registrati numerosi i casi di stupri di gruppo da parte delle forze armate e la crisi ha portato alla fuga di oltre 500mila persone che hanno cercato rifugio in Congo, Tanzania e Ruanda. Nkurunziza in questi anni si è opposto all’invio di Caschi Blu e anche di un contingente di uomini dell’Unione Africana e ha inoltre espulso il rappresentante dell’OMS in piena emergenza Covid cercando così, in qualsiasi modo, di isolare il Paese e nascondere le brutalità del regime agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

Oggi, dopo l’evidente manipolazione dei voti, il timore che il Paese venga travolto da scontri si fa di ora in ora sempre più concreto anche perchè il leader dell’opposizione, Agathon Rwasa non è una figura dal passato immacolato essendo stato tra i leader del gruppo guerrigliero hutu FNL durante la guerra civile e uno dei responsabili del massacro di Gatumba del 2004 quando 166 rifugiati tutsi, uomini, donne e bambini, vennero massacrati al confine tra Burundi e Congo. Rwasa non venne mai arrestato beneficiando dell’immunità che era compresa negli accordi di pace del 2006 e, pur essendo stato un compagno d’armi di Nkurunziza durante il periodo della guerra civile, ruppe in seguito i rapporti col suo ex commilitone e ora è il leader del più importante partito d’opposizione, il Cnl: la principale minaccia al regime del CNDD-FDD.

Le casse di Bujumbura oggi sono vuote, due formazioni armate ribelli, Forebu e Red Tabara, sono già attive nel Paese, il Cnl sta rafforzandosi sempre più, ed è quindi così facile capire perchè la polveriera Burundi, ora come non mai negli ultimi anni, rischi di esplodere da un momento all’altro. La chiesa ha infatti già lanciato un appello esortando la popolazione dall’ astenersi dalla violenza e chiedendo che le controversie vengano risolte attraverso i canali appropriati; ma l’interrogativo di molti è se in Burundi ci sia ancora tempo e spazio per le parole.

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