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Avvistare i camion afghani che si avvicinano ai confini non è certo una sorpresa per le guardie di frontiera iraniane. Gli scontri mortali con i trafficanti di droga sono, infatti, all’ordine del giorno. Il paese vicino, dilaniato dalla guerra, è il principale produttore mondiale di oppio, gran parte del quale viaggia verso Occidente passando per l’Iran. Ma stavolta il bottino è diverso: lo shisheh, nome locale della metanfetamina, è oltre la metà dell’intero carico. 

La produzione del famigerato narcotico è esplosa in Afghanistan negli ultimi anni, intensificando la disperata lotta alle droghe di un paese già sofferente. Le autorità iraniane hanno sequestrato in aprile, nel corso di un raid di frontiera, ben 850 kg di metanfetamina, il più grosso carico mai scoperto, al culmine di una vasta operazione di intelligence, parte di una guerra in espansione che Teheran muove contro la droga. E’ ironico che, forse, l’industria della metanfetamina in Afghanistan fiorisca proprio grazie a questa repressione. 

Quando il boom della produzione di shisheh attanagliava l’Iran, a metà degli anni 2000, i lavoratori afgani vi venivano attratti per gestire “laboratori” improvvisati, dove imparavano a mescolare la pseudoefedrina – un componente chiave della metanfetamina, estratto da medicinali per l’influenza – con altri ingredienti. Ma le severe restrizioni introdotte in Iran sulla vendita dei farmaci da banco hanno presto colpito queste attività, costringendo i fabbricanti di droga a trasferire le loro operazioni altrove. Con una forza lavoro sempre più qualificata e con il dilagare dell’illegalità, l’Afghanistan era una scelta obbligata. Ma se negli sterili feudi montani dei Talebani e’ scarsa la presenza della legge, mancano altresì le farmacie. E così i produttori afgani di metanfetamina hanno trovato una soluzione piuttosto innovativa: coltivare direttamente il cespuglio di efedra. Conosciuto localmente come oman, questo arbusto a bacca rossa è una fonte naturale di pseudoefedrina. I metodi di produzione a base vegetale possono dimezzare i costi dei fabbricanti di droga, dicono gli esperti, e così, tinozze ricolme di questo materiale, messo a mollo nell’acqua, ora ingombrano quelli che un tempo erano laboratori di sola eroina. La domanda è così alta, che in un anno il prezzo dell’efedra è triplicato. A differenza dei papaveri da oppio, questo duro arbusto cresce meglio ad alta quota, dove intere comunità montane, precedentemente al riparo dal commercio di stupefacenti, vengono coinvolte in questa attività. 

In alcune zone di Ghanzi, un’area a sud di Kabul, la raccolta di oman è diventata un lavoro quotidiano che integra il reddito delle famiglie con cifre che possono arrivare fino a 125 dollari al giorno. Secondo gli esperti, la regione può dare, in una sola stagione, un raccolto di due milioni e mezzo di chilogrammi di efedra, sufficienti per produrre fino a 2.500 kg di metanfetamina. Per i signori della guerra Talebani, è un’impresa redditizia. Proprio come le precedenti bande dell’eroina, gli attuali fabbricanti di metanfetamina pagano un tributo ai militanti dell’insurrezione, il cui potere si estende, oggi, ben oltre la metà dell’Afghanistan. Nel disperato tentativo di tagliare i finanziamenti di questi gruppi, le autorità afghane hanno intensificato i sequestri. Se all’inizio del decennio trovavano solo qualche chilo, nel 2018 hanno confiscato ben 180 kg di shisheh, di cui 650 kg nella prima metà del 2019, già confezionati. 

Si sta intensificando anche la repressione militare. A maggio, gli aerei da guerra della coalizione hanno bombardato 68 fabbriche di metanfetamina nel sud-ovest dell’Afghanistan, distruggendo le attrezzature e uccidendo gli operai. Come affermano i funzionari americani e afgani, questi laboratori guadagnavano ai gestori Talebani ben 7 milioni di dollari alla settimana, anche se gli analisti sono scettici. “Stando alle [perdite riportate], ciascuno di questi laboratori produceva 2,5 tonnellate circa di droga in polvere al giorno“, dice David Mansfield, un esperto di narcotici alla London School of Economics. “Ciò avrebbe richiesto oltre 300.000 scatole di pillole decongestionanti, oppure tra le 250 e le 750 tonnellate di piante di efedra al giorno; un’impossibilità logistica, considerando le dimensioni e la natura di questi laboratori“. Che le cifre siano esagerate o meno, gli sforzi per ridurre la droga saranno sempre e solo una parte della storia. 

Il dominio dei Talebani e l’illegalità endemica sono un’opportunità per i fabbricanti di droga, ma è l’accelerazione della domanda che li mantiene in attività. Chi stia acquistando il prodotto afgano rimane poco chiaro, ma con l’abbondanza di utenti e una produzione domestica trascurabile, gran parte della droga finisce senza dubbio in Iran. Tuttavia, un solo paese non basta a spiegare la crescita esponenziale di questo commercio. Molto probabilmente, lo shisheh afgano si fa strada anche nel mondo arabo e in Europa, percorrendo le vie già battute dall’eroina. Ma neanche il mercato interno dell’Afghanistan può essere scontato. Colpito da un uso ricreativo in forte espansione e da problemi quotidiani di dipendenza, il paese si trova ad affrontare una crisi di abuso di stupefacenti. L’arrivo della metanfetamina ricade più duramente su chi è già tossicodipendente, esacerbato da una mancanza di comprensione da parte delle autorità.

C’è sempre più metanfetamina nel paese e rappresenta un problema per chi la consuma“, ha affermato Martin Raithelhuber, esperto di droghe sintetiche presso l’ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine (Unodc). “Esiste una mancanza di consapevolezza tra gli operatori del trattamento e le forze dell’ordine nell’affrontare questo problema e reagire correttamente, ad esempio includendo la metanfetamina nelle linee guida per la cura e le politiche antidroga nel loro insieme“. Le autorità afghane devono recuperare terreno il prima possibile: con quasi 200mila chilometri quadrati di superficie montuosa adatta alla coltivazione dell’efedra, le bande dello shisheh non mancano certo di materie prime. Ma le proporzioni della loro industria sono tali, che le soluzioni, all’interno di un singolo paese, non saranno sufficienti. Se le trattative di pace tra l’America e i Talebani finiscono per produrre – come sembra abbiano fatto – le attività illecite dei militanti, l’anarchia è destinata a durare. Al tempo stesso, l’Iran, che sta lottando per limitare il passaggio della metanfetamina afgana, viene paralizzato dalle sanzioni statunitensi. Se i due paesi non riusciranno a risolvere le loro dispute, Teheran si ritroverà a dover effettuare le operazioni di frontiera senza un soldo. Per chi tenta di espandere il già variegato bagaglio di droghe dell’Afghanistan, questa è una buona notizia. Per tutti gli altri, è una tragedia.

 

Traduzione dall’inglese a cura di Eleonora Volpe