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La strategia statunitense per l’Artico sta facendo ulteriori passi avanti: qualche giorno fa il capo di Stato maggiore dell’Esercito, il generale James McConville, ha discusso della strategia di Washington per il Grande Nord, recentemente completata, sottolineando che la nuova politica avrebbe fornito agli Stati Uniti le capacità di competere e scoraggiare i conflitti nella regione.

La strategia dell’esercito riconosce “dove sono i nostri interessi nazionali”, ha detto McConville durante un evento virtuale dell’Associazione dell’Esercito statunitense il 19 gennaio, “e certamente abbiamo e condividiamo interessi nazionali nell’Artico”.

La situazione nell’Artico, secondo il generale, sta cambiando “e c’è più libertà di movimento (intendendo con questo lo scioglimento dei ghiacci perenni n.d.r.). Certamente vogliamo assicurarci di proteggere i nostri interessi lì”. McConville in particolare si riferiva all’Alaksa e alla sua riscoperta in termini strategici, ma tutta l’area artica è tornata prepotentemente al centro dell’agenda politica del Pentagono e della Casa Bianca, e la nuova amministrazione sembra averlo compreso bene. Una strategia per l’Artico, che ultimamente vede anche la penetrazione della Cina, che non si limita a quello di competenza nordamericana, ma che lo abbraccia in toto, e pertanto fa affidamento anche a quella parte di Nord di competenza degli alleati della Nato, tra cui la Norvegia, che è particolarmente importante perché condivide un confine con quello che è uno degli avversari degli Stati Uniti: la Russia.

Già lo scorso settembre vi avevamo raccontato di come Washington stesse concludendo dei negoziati intesi ad aggiornare l’accordo di cooperazione in materia di difesa che esiste con Oslo sin dal 1950. Un documento che regola il modo in cui le forze statunitensi possono posizionarsi all’interno del Paese scandinavo e come le due nazioni coopereranno in ambito militare.

Nel patto militare risulta, tra l’altro, l’ingrandimento del porto di Tromsoe, cittadina sita circa 300 chilometri a nord del Circolo Polare Artico, per farne un vero e proprio hub per i sottomarini nucleari d’assalto statunitensi che così possono operare in un braccio di mare strategico posto a poca distanza dalla “tana” delle unità subacquee russe, ovvero le basi di Murmansk/Poljarnyj nella penisola di Kola, che proprio negli ultimi anni sta subendo un costante processo di rimilitarizzazione.

Oggi arriva un altro segnale del coinvolgimento di Washington nell’Artico “europeo”: l’U.S. Air Force sta temporaneamente schierando 200 membri del personale che affiancheranno una sezione di bombardieri strategici B-1B Lancer in Norvegia per effettuare voli di addestramento nella regione, come ha annunciato martedì il Comando Europeo Usa (Eucom).

Il piccolo corpo di spedizione, proveniente dalla base di Dyess, in Texas, sarà temporaneamente dislocato presso la base aerea di Orland, vicino a Trondheim, l’hub per la flotta di caccia F-35 della Norvegia. Questo distaccamento di bombardieri rappresenta “la formazione avanzata per le missioni programmate nelle prossime settimane, che si svolgeranno per un periodo di tempo limitato”, si legge nella dichiarazione dell’Eucom.

“La prontezza operativa e la nostra capacità di supportare alleati e partner e rispondere con rapidità è fondamentale per il successo delle operazioni combinate”, ha affermato nella dichiarazione il generale Jeff Harrigian, comandante delle forze aeree statunitensi in Europa e Africa. “Apprezziamo la partnership duratura che abbiamo con la Norvegia e attendiamo con impazienza future opportunità per rafforzare la nostra difesa collettiva”.

L’Eucom conduce regolarmente le missioni della task force bombardieri nella sua area di responsabilità. Si tratta di voli di pattugliamento e addestramento che vedono spesso la presenza di velivoli degli alleati, e che solcano i cieli d’Europa dall’Inghilterra all’Ucraina passando per la Norvegia e il Baltico, ma è abbastanza raro vedere un dispiegamento di bombardieri al di fuori della basi americane in Inghilterra, che solitamente funge da terminale per i trasferimenti dagli Stati Uniti con la base Raf di Fairford. È pur vero che un B-1 non è un B-52 ed è più flessibile per quanto riguarda la capacità di operare su aeroporti all’estero, ma necessita comunque di un adeguato supporto logistico che gli Stati Uniti hanno stabilito principalmente nel Regno Unito.

La dichiarazione del Comando Usa in Europa non include informazioni su quanto tempo il contingente dell’U.S. Air Force rimarrà in Norvegia, né sul tipo di equipaggiamento che porterà con sé. Il B-1B è un bombardiere strategico convenzionale, poiché è stata rimossa la sua capacità nucleare a metà degli anni ’90, ed attualmente la flotta di Lancer sta subendo un impiego tale da vederne deteriorata la disponibilità complessiva: un’usura di uomini e mezzi che è un vero grattacapo per l’aeronautica militare statunitense.

I bombardieri di Dyess si sono precedentemente addestrati coi norvegesi lo scorso settembre, quando durante una sortita di addestramento della durata di 16 ore partita dalla base dell’aeronautica militare di Eielson, in Alaska. Allora i B-1B hanno coperto 6100 miglia nautiche in un viaggio attraverso il Polo Nord che ha visto effettuare rifornimento in volo sull’Oceano Artico , per poi impegnarsi in “diverse ore” di addestramento con le forze norvegesi al largo della costa della Groenlandia e sul Mare di Norvegia.

L’agenda politica della nuova amministrazione procede quindi nello stesso solco della precedente anche per lo scacchiere artico, del resto il presidente Biden ha apertamente individuato nella Russia, – insieme alla Cina – uno degli obiettivi principali della sua politica estera, con una rinnovata, e forse più incisiva, volontà di contenerne l’espansione e la conseguente capacità di proporsi come sistema alternativo a quello statunitense.

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