Tensione alle stelle in Bolivia, dove un gruppo di manifestanti ha dato alle fiamme la casa di Ester Morales, sorella del contestatissimo presidente Evo Morales. Incendi dolosi sono stati appiccati anche nelle abitazioni dei governatori di Oruro e Chiquisaca, ovvero Victor Hugo Vasquez ed Esteban Urquizu. La situazione è critica, e il Paese sta lentamente sprofondando nel caos più totale. Nella notte Morales ha lanciato l’allarme su Twitter, condannando quanto accaduto e denunciando “davanti alla comunità internazionale e al popolo boliviano” il rischio di un “golpe fascista”. Golpe che potrebbe presto realizzarsi visto e considerando che la frangia più violenta dei manifestanti ha preso il controllo di due media statali: Bolivia Tv e Red Patria Nueva: “Hanno minacciato e intimorito i giornalisti – ha spiegato Morales – e li hanno costretti ad abbandonare il loro lavoro”. Presa d’assalto in modo “codardo e selvaggio, nello stile delle dittature militari” anche la radio della Confederazione sindacale unica dei lavoratori contadini della Bolivia.

Morales denuncia un colpo di Stato

Il presidente della Bolivia non sa più a chi chiedere aiuto. Nemmeno la polizia è interamente dalla parte di Morales. Alcune unità, infatti, si sono ammutinate proprio a Cochabamba e in altri cinque dipartimenti del Paese, tra cui Oruro, Potosì, Santa Cruz, Tarija e Chuquisaca. Al momento il ministro boliviano della Difesa, Javier Zavaleta, ha escluso l’intervento dell’esercito per risolvere la crisi, anche se l’idea potrebbe presto cambiare. Dure le parole di Morales contro gli “ex difensori del popolo”, i quali “invece di proteggere i diritti umani violano la libertà di espressione e si uniscono ai complotti razzisti del colpo di stato per tentare contro i media statali come accaduto nelle dittature militari. Vogliono mettere a tacere la stampa per perpetrare il colpo di Stato”.

Situazione critica

Se le parole hanno un peso, quelle usate da Morales non lasciano spazio all’immaginazione. Il confermato presidente boliviano ha parlato di “colpo di Stato”: “Sorelle e fratelli, la nostra democrazia è in pericolo a causa dell’attuale colpo di stato che gruppi violenti hanno lanciato contro l’ordine costituzionale. Denunciamo alla comunità internazionale questo attacco allo stato di diritto”. Morales ha riunito i ministri del suo governo in una sessione straordinaria, alla quale ha partecipato anche il comandante delle forze armate, Williams Kaliman. Il messaggio lanciato al popolo è che questo sostenga “la democrazia e la Costituzione politica boliviana al di sopra di ogni interesse politico”. Morales è intenzionato a dialogare con i partiti dell’opposizione, critici contro la sua rielezione, e ha chiesto aiuto ai Paesi di diverse parti del mondo, a vari organismi internazionali, tra cui l’Onu, e perfino al Papa.

Le proteste salgono d’intensità

Le proteste, scoppiate all’indomani del 20 ottobre, sono salite d’intensità giorno dopo giorno. Al momento si contano tre morti e oltre 500 feriti. Tutto è cominciato quando il Tribunale supremo elettorale ha decretato la vittoria di Morales contro Carlos Mesa al primo turno delle elezioni presidenziali: il distacco tra i due ha superato i 10 punti percentuali, quindi vittoria secca del primo e niente ballottaggio. Mesa ha parlato di “manipolazione del risultato”, il malcontento ha iniziato a contagiare la popolazione, già di per sé insoddisfatta dell’ennesima riconferma, la quarta, di Morales. Quest’ultimo ha promesso che nel caso in cui l’Organizzazione degli stati americani dovesse riscontrare brogli, si andrà al secondo turno. Troppo tardi, perché la protesta, nel frattempo, ha preso forma. Adesso nessuno parla più di brogli. L’obiettivo è rovesciare il governo con la forza.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME