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Le ultime rivelazioni da parte delle due massime cariche dei rispettivi Stati, Donald Trump e Nicolas Maduro, hanno svelato un retroscena che dipinge tutto un altro quadro della situazione venezuelana: i due governi, negli ultimi mesi, hanno mantenuto contatti ad alto livello per cercare di trovare un punto di contatto che permettesse la risoluzione della crisi che, in qualche occasione, ha rischiato di diventare un vera e propria rivolta armata popolare.

Abbiamo già avuto modo di spiegare, parlando proprio di questo risvolto sino ad oggi tenuto nascosto, che il Venezuela rappresenta una vittoria per l’amministrazione Trump proprio per come ha gestito la delicata situazione che ha visto la presenza di un altro importante attore internazionale: la Russia.

Avere mantenuto la pressione, con sanzioni e l’isolamento internazionale, su Caracas e in parallelo aver sostenuto l’opposizione politica interna di Juan Guaidò, ha condotto Maduro a dover trattare con Washington con un duplice immediato effetto le cui conseguenze si vedranno solo nel medio/lungo termine: gli Stati Uniti sono riusciti ad esautorare la Russia dal ruolo di mediatore della crisi ed hanno dimostrato come Mosca non sia in grado di essere un interlocutore abbastanza forte sul piano internazionale da potersi sostituire a Washington.

Quanto avvenuto può essere letto come il frutto di un metodo trumpiano ben preciso e studiato – se pur spregiudicato – già visto durante la crisi coreana e attualmente in atto anche nei confronti dell’Iran: aumentare scientemente la pressione diplomatica e militare su un avversario per costringerlo alla trattativa. Ha funzionato, se pur generando una situazione di stallo che sembra destinata a cristallizzarsi, con la Corea del Nord, pare che abbia funzionato anche con il Venezuela, e ancora ne attendiamo gli esiti per quanto riguarda l’Iran. Questa metodologia di azione è stata definita da chi scrive la “carta coreana” e sembra ormai un meccanismo di azione ben rodato.

La Casa Bianca, anche per quanto riguarda il Venezuela, ha infatti progressivamente alzato i toni diplomatici e ha lasciato trapelare anche la possibilità di un qualche tipo di intervento diretto per arrivare alla caduta del regime socialista-bolivariano di Maduro. Uno di questi avrebbe potuto essere un blocco navale sulla falsariga di quello messo in atto durante la Crisi dei Missili di Cuba del 1962.

La Us Navy era pronta al blocco navale del Venezuela

L’ammiraglio Craig Faller, comandante in capo del Us Southern Command, ha infatti detto, in occasione del via, in Brasile, dell’esercitazione navale congiunta Unitas 2019 a cui partecipano unità navali di nove Paesi sudamericani insieme a Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Portogallo, che l’Us Navy è pronta a fare “ciò che è necessario” per gestire la situazione in Venezuela.

“Non specificherò quel che stiamo pianificando e ciò che stiamo facendo, ma siamo pronti ad applicare le decisioni politiche e siamo pronti ad agire” ha detto Faller aggiungendo che “la Marina degli Usa è la più potente del mondo. Se per decisione politica si deve spiegare la Marina sono convinto che saremo capaci di fare ciò che è necessario fare”.

Esiste – o per meglio dire esisteva – quindi un piano degli Stati Uniti per mettere il Venezuela sotto blocco navale come anche anticipato da alcune indiscrezioni trapelate alla stampa nei giorni scorsi che affermavano che il presidente Trump fosse pronto per una simile mossa.

Una mossa che avrebbe richiesto tempo e risorse per essere messa in atto, quindi è ragionevole supporre che la notizia di un provvedimento del genere fosse trapelata, a livello diplomatico, ben prima di qualche giorno fa – crediamo volontariamente – per mettere pressione sul governo di Caracas: un abile ricorso alla guerra ibrida moderna caratterizzata dall’uso della propaganda e della manipolazione dei mezzi di informazione né più né meno di come fa la Russia con la sua Desinformatsiya.

Il presidente Trump, infatti, avrebbe riproposto l’idea del blocco più volte dall’inizio del 2018, l’ultima volta proprio alcune settimane fa, anche se le fonti consultate al Pentagono l’avrebbero ritenuta non molto percorribile.

Un dispendioso atto di guerra

Un blocco navale richiede numerose risorse per essere messo in pratica: occorre stabilire un perimetro di sicurezza oltre il quale non viene permesso l’accesso ad un particolare tipo di unità navali (oppure a tutte) e richiede un costante pattugliamento marittimo con navi, sommergibili e aerei.

In più il Venezuela ha una lunga linea di costa distante dalle basi americane. Questo significa che per mantenere in mare (e in cielo) costantemente i mezzi atti a predisporre il blocco occorre un’imponente struttura logistica che sfrutti Paesi amici oppure i propri mezzi di rifornimento d’altura, quindi dare fondo alle risorse della Us Navy in un delicato momento storico nel quale queste sono chiamate a sostenere altri fronti caldi come il Golfo Persico o il Pacifico Occidentale.

Qualcuno, al Pentagono, ha infatti esplicitamente detto che per un’operazione simile occorrerebbero “enormi risorse, probabilmente più di quelle di cui la Marina militare dispone” e pertanto risulterebbe di fatto un’opzione attualmente non percorribile, ma, come sempre accade in guerra, oltre ad avere i mezzi è importante avere la “credibilità della minaccia” e alcune volte è sufficiente questa per ottenere una vittoria senza colpo ferire.

Senza considerare che un blocco navale, se attuato unilateralmente, ovvero senza essere in forza di una risoluzione internazionale, rappresenta un atto di guerra e quindi avrebbe immediatamente concesso al Venezuela un vantaggio propagandistico non indifferente: il piccolo Paese socialista aggredito dall’imperialismo americano.

Lo stesso blocco navale, se attuato senza un mandato internazionale, avrebbe posto in seria difficoltà quei Paesi che avrebbero dovuto dare – senza dubbio – l’appoggio logistico agli Usa in quanto avrebbero violato la propria condizione di neutralità aprendo la strada ad un possibile conflitto su larga scala in Sud America.

Tutte queste considerazioni ci fanno quindi pensare, una volta di più, che il possibile blocco navale sia stato solo un’abile mossa diplomatica per condurre il Venezuela al tavolo delle trattative bilaterali con gli Stati Uniti, come infatti è avvenuto.