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Nonostante le recenti esercitazioni militari senza precedenti della Cina, e le conseguenti dichiarazioni sempre più aggressive di Pechino, abbiano fatto crescere i timori degli Stati Uniti in merito ad una possibile invasione cinese di Taiwan, difficilmente Xi Jinping intraprenderà una mossa del genere. Certo, l’opzione è teoricamente sul tavolo e – il caso Ucraina insegna – è bene non dare mai niente per scontato. Eppure, sul tavolo, ci sono anche diversi indizi che lasciano presagire un possibile, diverso modus operandi del Dragone.

Per quale motivo scatenare una guerra aperta contro Taipei, coinvolgendo anche Washington, quando l’isola potrebbe essere recuperata giocando la ben più sicura carta della guerra asimmetrica? Ma, soprattutto, perché lanciarsi adesso in un testa a testa con l’esercito statunitense, con la possibilità di uscirne a pezzi data la poca esperienza dei soldati cinesi sui campi di battaglia, e con un gap bellico con l’armata Usa ancora piuttosto evidente? È lecito supporre che simili domande abbiano riecheggiato nei corridoi dei palazzi del potere cinese.

Sia chiaro: tra i consiglieri di Xi ci saranno probabilmente anche numerosi falchi, ovvero alti funzionari che qualche settimana avrebbero voluto sfruttare l’incidente diplomatico della visita di Pelosi a Taiwan per colpire finalmente gli Stati Uniti e risolvere, al tempo stesso, la questione taiwanese. Al momento, tuttavia, sembrerebbe aver avuto la meglio la fazione dei consiglieri pragmatici, o dei prudenti. Il loro motto: se proprio è necessario sciogliere i nodi in maniera radicale, allora per Pechino è bene farlo quando sarà il momento giusto. Quando, cioè, il Paese avrà navi e aerei da guerra più moderni, quando l’economia cinese creerà un ulteriore divario da quella statunitense e, infine, quando gli avversari potrebbero essere invischiati in altre complicazioni geopolitiche.

Al netto di ogni probabile ricostruzione, nel frattempo è difficile immaginare che la Cina resti semplicemente in vigile attesa. Al contrario, come anticipato, la Repubblica Popolare potrebbe calare i suoi jolly per cercare recidere il legame tra Washington e Taipei, e isolare quella che il Dragone considera una “provincia ribelle”. Il tutto senza sparare un colpo.



Il tallone d’Achille di Taiwan

Taiwan deve fare i conti con blackout particolarmente fastidiosi che, oltre a provocare disagi tra la popolazione e le aziende, sottolineano la vulnerabilità dell’economia tecnologica dell’isola. Una vulnerabilità strategica troppo ghiotta per non essere sfruttata dal Dragone. Infatti, nel caso in cui la Cina dovesse riuscire, tramite azioni mirate e complesse, a lasciare al buio Taipei per tempi piuttosto lunghi, i danni economici che dovrebbe fronteggiare il governo taiwanese sarebbero ingenti. Senza corrente, infatti, le imprese – pensiamo ai produttori di chip e semiconduttori – non potrebbero operare a pieno regime, e l’intera filiera hi-tech globale rischierebbe di congelarsi.

Asian Nikkei Review ha scritto che tra il 1 luglio e il 29 agosto, Taiwan ha assistito a 22 interruzioni di corrente che hanno colpito mille o più famiglie (le peggiori interruzioni hanno riguardato addirittura 17mila nuclei familiari). Le cause più frequenti per questi incidenti, che si verificano a temperature elevate, includono malfunzionamenti delle linee di alimentazione, dei trasformatori di potenza e dei cavi ad alta tensione.

La situazione è però paradossale. Il 25 agosto, circa 17.000 famiglie sono rimase al buio nella città di New Taipei, l’area più popolosa dell’isola, situata vicino alla capitale, a causa di temporali e fulmini. Nello stesso giorno, Kaohsiung, la seconda città più grande di Taiwan, ha registrato un blackout che ha colpito oltre 3.859 famiglie. In questo caso la colpa è stata data alle termiti responsabili di aver masticato i cavi. Durante i due giorni successivi a Kaohsiung, i blackout hanno colpito rispettivamente 7.525 e 8416 famiglie, a causa delle solite termiti in un caso e degli scoiattoli nel secondo. È vero che tutte queste interruzioni di corrente non hanno interessato parchi scientifici o aziende strategiche. Ma è vero anche che un contesto così fragile dovrebbe servire da avvertimento per l’industria tecnologica.



Senza elettricità

È qui che entra in gioco la Cina, e per almeno due ragioni. La prima: le esercitazioni militari cinesi, come quelle da poco terminate, rappresentano un elvato rischio per il sistema elettrico taiwanese. Il motivo è semplire: manovre del genere impongono indirettamente un blocco economico attorno all’isola, impedendo a Taipei di esportare/importare prodotti più o meno rilevanti per il proprio sostentamento economico. L’economica di Taiwan si affida maggiormente sulle importazioni di petrolio greggio, gas naturale e carbone, che complessivamente pesano per il 97,8% della sua fornitura energetica.

Questa fornitura include trasporti, produzione industriale e altri usi industriali, nonché, appunto, produzione di energia elettrica. Per quanto riguarda le principali fonti di elettricità dell’isola troviamo il carbone (42,5%) e il gas naturale (38,1%). Le energie rinnovabili rappresentano solo l’8,1%, mentre il nucleare continua a fornire l’8,5%. In ogni caso, se Taiwan dovesse smettere di ricevere gas e carbone si ritroverebbe in guai seri.

La seconda ragione che chiama in causa la Cina riguarda invece ipotetici attacchi pensati per danneggiare direttamente la rete elettrica taiwanese. Siamo di fronte ad un’eventualità decisamente più complessa rispetto a quella dell’ipotetico blocco, ma pur sempre plausibile.

Isolati dal mondo

Accanto al jolly del blackout c’è spazio per l’asso dell’isolamento. Non semplicemente un isolamento economico, quanto un isolamento nel vero senso della parola, e cioè con un’esclusione, in questo caso forzata, da rapporti o contatti con l’ambiente circostante. Secondo quanto riportato dal New York Times, la Cina potrebbe provare a tagliare o disabilitare i cavi sottomarini che trasportano circa il 90% dei dati che collegano Taiwan al mondo. L’eventuale taglio dei cavi sottomarini di Taiwan – vitali per l’industria dei semiconduttori – provocherebbe il caos, visto che gli effetti andrebbero a colpire anche altri Paesi interconnessi nella regione, come il Giappone e la Corea del Sud.

Un rapporto del Mercatus Center della George Mason University sostiene che qualsiasi attacco a Taipei comporterebbe enormi costi economici statunitensi e globali, in particolare a causa dell’interruzione del trasporto di container e dei cavi dati sottomarini spezzati, che trasportano fino al 99% di tutto il traffico Internet globale tra i continenti. Un danno enorme che potrebbe però non spaventare Pechino. Le stazioni che ospitano i suddetti cavi – edifici molto vulnerabili e poco protetti – per New Kite Data Labs rientrebbero tra le 294.100 voci contenenti obiettivi sensibili e sarebbero inserite dalla Cina in un’apposita lista.

Ricordiamo che Taiwan ha attualmente 15 cavi dati sottomarini che la collegano alla Cina, agli Stati Uniti e ad altri hub hi-tech in tutto il mondo. Le sue stazioni sono concentrate in tre aree: New Taipei, Toucheng e Fangshan. Il South China Morning Post ha spiegato che la maggior parte dei cavi ad alta capacità, spesso non più grandi di un tubo da giardino, è supportata da giganti della tecnologia statunitense. Pacific Light Cable Network, ad esempio, diventata operativa a gennaio, è di proprietà di Google e Meta. Taiwan, infine, fa parte di un vasto sistema globale di cavi sottomarini che muove miliardi di dollari al giorno nella trazione finanziaria online (e non solo). Queste reti sono coperte da trattati internazionali – uno risale al 1884 – che però rischiano di rivelarsi antiquati e di offrire poca protezione in tempo di guerra o di crisi politica.

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