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In uno degli ultimi colpi di coda, segnata da due conflitti – Ucraina e Medio Oriente – e da un crescente disordine internazionale, il presidente Usa Joe Biden si è rimangiato anche uno degli impegni che si era assunto durante la sua presidenza autorizzando la fornitura di mine antiuomo all’Ucraina al fine di rafforzarne la difesa contro l’avanzata russa. Le mine fornite da Washington a Kiev sono descritte come “non persistenti”, cioè si autodistruggono o si disattivano entro giorni o settimane, riducendo il rischio per i civili. Tuttavia, questo poco cambia rispetto agli impegni assunti dall’amministrazione Usa nel 2022.

Biden si rimangia la parola anche sulle mine

Nonostante l’amministrazione Biden abbia difeso la scelta dell’inquilino della Casa Bianca e del suo staff – a proposito, la vicepresidente Kamala Harris non ha nulla da dire? – le organizzazioni per i diritti umani hanno ampiamente criticato la mossa della presidenza Usa. Secondo Hichem Khadhraoui, direttore del Center for Civilians in Conflict, le mine antiuomo “sono armi indiscriminate che continuano a uccidere e mutilare civili, soprattutto bambini, per generazioni dopo la fine dei conflitti”. Queste armi, ha spiegato a Politico, “non distinguono tra civili e combattenti, violando il diritto umanitario internazionale. Ben Linden di Amnesty International Usa ha definito la decisione del Presidente Biden “devastante e scioccante”, soprattutto alla fine del suo mandato, con “possibili implicazioni per la sua eredità storica”.

Innanzitutto, la decisione di concedere mine antiuomo del presidente Usa è ampiamente contraddittoria rispetto all’ordine internazionale “basato su regole” a cui l’attuale amministrazione americana si è più volte appellata per differenziarsi da nazioni come Russia, Cina e Iran, considerate nemiche di tale ordine liberale e della “democrazia”. Ma non è l’unico dei problemi.

Il Trattato di Ottawa e l’impegno di Biden nel 2022

Ad oggi, 164 Paesi aderiscono al Trattato di Ottawa che ne vieta l’uso, e persino alcuni Stati non firmatari, come gli Stati Uniti, hanno informalmente rispettato il divieto. Proprio nel 2022, nota il giornalista Ken Klippenstein, la Casa Bianca ha diffuso un comunicato nel quale parlava di questo tema: “Dopo una revisione completa della sua politica, gli Stati Uniti si uniscono alla maggioranza dei Paesi nel limitare l’uso delle mine antiuomo (APL)”.

Questi cambiamenti, si legge ancora nel comunicato, “riflettono la convinzione del Presidente che queste armi abbiano un impatto sproporzionato sui civili, inclusi i bambini, molto tempo dopo la fine dei conflitti. L’impegno odierno allinea la politica americana fuori dalla Penisola Coreana ai requisiti chiave del Trattato di Ottawa”. Non basta, da parte di Washington, la scusa di giustificare tale cambio di rotta parlando di “mine non persistenti” perché, come ha spiegato Giuseppe Gagliano su InsideOver, sono strumenti letali e indiscriminati. Tant’è vero che anche il deputato democratico Jason Crow, veterano dell’esercito, ha criticato la decisione del presidente Usa, affermando: “Gli Stati Uniti dovrebbero essere leader nel prevenire l’uso di queste armi nel mondo, non creare un precedente per giustificarne l’impiego”.

È, dunque, uno degli ultimi colpi di coda di Joe Biden (o di chi per lui). Di fatto una presidenza che non è minimamente riuscita a garantire quella stabilità globale che si era prefissata di raggiungere. E che, rimangiandosi la parola data non più tardi due anni fa, dovrà fare i conti con le ripercussioni politiche di tale scelta, in termini di credibilità sul piano internazionale. Sempre che la parola valga ancora qualcosa.

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