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Il presidente degli Stati Uniti Biden, nel pieno delle difficoltà all’estero come in patria, sceglie di mettere in campo una classica mossa degli inquilini della Casa Bianca: utilizzare la first lady come “messaggio” politico e come “contenitore” del messaggio stesso.

La visita lampo in Ucraina

Alla luce di questo si spiega la visita lampo di Jill Biden in Ucraina, proprio nel giorno della Festa della Mamma: una tappa che carica di ulteriore significato la sua missione prima in Romania e poi in Slovacchia per visitare le truppe Usa, ribadire i forti legami bilaterali con i due alleati NATO ma soprattutto per mostrare solidarietà ai rifugiati ucraini e gratitudine per gli sforzi umanitari a tutti gli operatori coinvolti nell’area. Mrs Biden, “armata” di un bouquet di fiori ha incontrato la sua omologa, la signora Olena Zelenska, moglie blindatissima del presidente ucraino. L’incontro è avvenuto in una scuola di Uzhhorod, città di 100 mila abitanti a pochi chilometri dal confine con la Slovacchia. La moglie del presidente ucraino ha ringraziato per la sua visita, che ha definito “un atto molto coraggioso”.

“Tutti noi sentiamo il vostro supporto e la leadership del presidente Usa ma vorremmo notare che la Festa della mamma è un giorno molto simbolico per noi perché sentiamo il vostro amore e sostegno durante questo giorno così importante”, ha proseguito Olena, apparsa in pubblico per la prima volta dal 24 febbraio, giorno dell’invasione russa. Le due first lady, che si sono scambiate una fitta corrispondenza in queste settimane di guerra, sono rimaste sole per un incontro di un’ora. Poi hanno visitato insieme una scuola trasformata in centro di accoglienza profughi, che ospita 163 ucraini, di cui 47 bambini. Alcuni di loro stavano facendo dei lavoretti da regalare alle loro mamme. Jill è quindi tornata in Slovacchia, dove ha visitato i profughi ucraini, soprattutto donne e bambini, incontrati a Kosice e a Vysne Nemecke.

Una first lady schiva

Un ruolo inusuale per la schiva Jill che, fin dai tempi da “second lady” tra il 2009 e il 20017, aveva abituato il pubblico a un ruolo defilato. Nessuna campagna “politica”, tantomeno smanie di protagonismo o regina del gossip. Eppure, dettaglio che sfugge ai più, durante il suo primo anno di “mandato”, la dottoressa Biden ha viaggiato in lungo e in largo per il globo. Ha continuato a impegnarsi in cause “domestiche” e di ordinaria amministrazione, solitamente appannaggio di tutte le first lady, anche quelle nell’ombra: sostenere le famiglie dei militari, supportare maggiori opportunità educative e impegnandosi nella lotta al cancro. Ha anche servito come un importante messaggero per le priorità più urgenti della Casa Bianca, tra cui la riapertura in sicurezza delle scuole, il sostegno all’agenda economica del Presidente e l’incoraggiamento di adulti e bambini a proteggere se stessi e le loro comunità vaccinandosi contro il Covid-19.

Nella primavera del 2021, ha annunciato la fase successiva e le priorità di Joining Forces, la sua iniziativa a sostegno delle famiglie, dei caregiver e dei sopravvissuti di militari e veterani, una piaga sociale che attanaglia gli Stati Uniti fin dai tempi della guerra di Corea. Insegnante da più di trent’anni ha sposato la causa dell’istruzione: dalla promozione dell’asilo universale al college comunitario gratuito, passando per il diritto all’istruzione superiore. Cosa che pochi sanno è che nonostante il ruolo di prima donna della Nazione, continua a insegnare inglese presso il Northern Virginia Community College, diventando la prima first lady a mantenere una carriera indipendente al di fuori della Casa Bianca.

Il ruolo delle first lady

Un ruolo strano, quello delle first lady americane, ma fondamentale. Sebbene non vengano elette tantomeno scelgano di stare sotto i riflettori, rappresentano un aspetto complementare dell’immagine della presidenza stessa: i Padri Fondatori, infatti, dubitarono perfino che un uomo celibe potesse essere un un buon presidente, necessitando, per forza di cose, di essere ammogliato. Fin dai tempi di Eleanor Roosevelt, quando la coppia presidenziale si in un’immagine reale e potente, le first lady hanno smesso di essere rappresentate come semplici angeli del focolare e stoiche madri della Repubblica. La storia politica americana, strizzando l’occhio ad una certa letteratura, ha spesso romanzato ed ecceduto nel pesare l’influenza politica che alcune consorti hanno avuto sui presidenti, ma sta di fatto che l’era post-moderna americana ha reso la prima donna d’America una figura centrale, culturalmente e politicamente, con incarichi precisi, un’agenda personale. Se la consorte di Roosevelt ruppe gli schemi da più punti di vista, diventando essa stessa una delle figure politiche più influenti dello scorso secolo, Jacqueline Kennedy è stata forse “la” first lady per antonomasia: carismatica, colta, dal fascino magnetico ed eleganza impareggiabile che l’hanno resa un’icona di stile nel mondo. Durante la campagna elettorale del 1960 John Fitzgerald Kennedy ne dispose come di un vero e proprio strumento di propaganda: Jacqueline doveva essere il prototipo di donna americana del Dopoguerra, lavoratrice, madre e moglie. Colei che doveva smussare le perplessità sull’inesperienza del marito e galvanizzare l’elettorato femminile. Fu molto di più: spesso e volentieri fu elegante inviata della Casa Bianca in contesti che richiedevano una distensione: è quanto accadde in India nel 1962, quando la signora Kennedy giunse a Delhi per ricucire gli strappi fra suo marito e Nehru.

Che dire poi di Hillary Clinton e Michelle Obama, icone contemporanee. Donne energiche, professioniste, paladine dei diritti civili, oratrici carismatiche, madri e spose. La prima, impassibile di fronte agli scandali legati alle turbolenze del marito, lanciata poi verso la propria carriera politica che l’ha portata ad un passo dalla Casa Bianca. L’altra, icona della self made woman, diventata iper-popolare spesso oscurando la figura dell’altrettanto popolare marito. Social e à la page, ha legato la propria immagine a numerosi progetti sociali e umanitari: talmente popolare da essere invocata dal basso come candidata dei Dem alla Presidenza degli Stati Uniti. La storia racconta che siano state soprattutto le first lady progressiste a porsi maggiormente sotto l’occhio dei riflettori e a compartecipare alla vita pubblica e politica dei mariti. Più nell’ombra le prime donne del GOP: alcune relegate in un ruolo più tradizionale come Laura Bush, altre totalmente scollate dal legame affettivo con la nazione come Melania Trump che scelse addirittura di non vivere in quel di Pennsylvania Avenue.

Una manovra di soccorso?

Jill Biden giunge in Europa nel momento peggiore in un anno e mezzo di presidenza del consorte. La visita in Ucraina arriva pochi giorni dopo quella della speaker della Camera Nancy Pelosi e dei segretari di Stato e alla Difesa Usa, Antony Blinken e Lloyd Austin. La visita sembra quasi essere necessaria per non lasciare la primazia alla Pelosi, ma soprattutto per smussare l’aspetto bellicista e di sicurezza incarnato da Blinken e Austin. Ma soprattutto, la signora Biden fa da apripista al marito, il cui viaggio a Kiev tarda ad arrivare per ragioni di sicurezza ma soprattutto di opportunità: l’immagine del presidente (gaffeur) degli Stati Uniti d’America, fulcro della NATO, che sia addentra fra le macerie della capitale ucraina sarebbe percepita come una chiara provocazione in quel di Mosca, un guanto di sfida che è meglio non lanciare dopo i fatti di Varsavia. Si tratta, dunque, di un modo per esserci senza esserci.

Nelle stesse ore della visita di Jill Biden, giungeva in Ucraina Justin Trudeau, protagonista anche lui di un blitz tenuto riservato per incontrare Zelensky a margine della video call tra i leader del G7. Il premier canadese ha prima fatto tappa a Irpin, accompagnato dal sindaco Oleksander Markushyn. Una sorta di doppia missione al di là dell’Atlantico che ha portato sul suolo ucraino i due pilastri NATO d’Oltreoceano. Le due visite, in contemporanea, hanno un significato simbolico non da poco: assieme non valgono esattamente quanto una visita di Biden ma sono quanto di più vicino possa esserci, ovvero la prima donna d’America e il presidente della nazione sorella per eccellenza.

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