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Prosegue di gran carriera il cambio di rotta della politica estera statunitense: la Casa Bianca ha infatti deciso di “congelare” il previsto ritiro parziale delle truppe dalla Germania voluto dall’ex presidente Donald Trump.

L’amministrazione precedente aveva deciso, lo scorso giugno, di ritirare un’aliquota pari a circa 12mila uomini dal suolo tedesco nonché di trasferire i cacciabombardieri F-16 del 52esimo stormo di base a Spangdahlem, nella Renania-Palatinato, in Italia, ad Aviano dove si trovano già i medesimi velivoli appartenenti al 31esimo stormo. Questo contingente, dei 36mila di stanza in Germania, avrebbe dovuto ritornare in Patria solo in minima parte: la maggioranza sarebbe stata spostata lungo la nuova “linea del fronte” con la Russia, costituita dai Paesi dell’Europa dell’Est: in particolare circa 5400 sarebbero stati destinati in Polonia dove avrebbero formato il quinto corpo d’armata, mentre il comando Usa in Europa coi suoi duemila uomini sarebbe andato in Belgio. Quasi 4500 facenti parte del secondo reggimento di cavalleria, invece, avrebbero fatto ritorno negli Stati Uniti mentre i restanti, insieme a una buona parte di quelli spostati in Polonia, sarebbero andati a formare una sorta di corpo d’armata mobile dislocato a rotazione in Europa, per dare “una presenza più duratura, per aumentare la deterrenza e rassicurare gli alleati lungo il fianco sud-orientale della Nato”.

La decisione dell’amministrazione Trump era stata motivata dalla ritrosia di Berlino sia di aumentare sino al 2% la quantità di Pil destinata alla Difesa (pari a circa 1,36%), sia dal fatto che il Bundestag, in linea di massima, ha preferito acquistare armamenti europei piuttosto che made in Usa, sebbene abbia piazzato un ordine per 30 F-18 Super Hornet e 15 EA-18G Growler da guerra elettronica in sostituzione – insieme a 93 Typhoon – della sua flotta di Tornado, ormai prossima alla dismissione. Uno smacco per la politica “America First” trumpiana che passava anche per il rilancio economico affidato alle commesse internazionali di armamenti.

La decisione di Trump venne aspramente criticata anche in seno al partito Repubblicano: Mac Thornberry, influente deputato del Congresso Usa, repubblicano, membro del House Armed Service Committee, ovvero la commissione Difesa della Camera dei Rappresentanti, chiese all’allora presidente Usa di ripensare a quella decisione che avrebbe potuto danneggiare significativamente “la sicurezza degli Stati Uniti e allo stesso tempo rafforzerà le posizioni della Russia a nostro discapito”. La chiave di lettura, sia delle rimostranze interne al partito, sia della decisione presa attualmente dalla Casa Bianca è proprio questa: contenere la Russia e la sua espansione politico/economica verso l’Europa.

Lo stesso ex Segretario alla Difesa, generale James Mattis, si era dimesso dalla carica per via dei contrasti col presidente in merito alla linea da tenere con Mosca e con Pechino, considerata “ambigua”, e anche a causa del cambiamento dei rapporti con gli alleati (nella fattispecie la Nato), che Mattis considerava fondamentali per “proteggere i nostri interessi”.

Considerazioni, quelle di Mattis e dei Dem di oltre Atlantico, non supportate dai fatti: la presenza militare statunitense in Europa è rimasta costante, e a ben vedere la frequenza delle esercitazioni militari o dei voli di pattugliamento lungo i confini con la Russia è andata aumentando nel quadriennio trumpiano, quello che è mancato, in quel periodo, è stato un vero e proprio conflitto, o azione militare di ampio spettro.

Nonostante le critiche Trump, però, aveva continuato sulla stessa strada, avendo dalla sua parte anche l’ambasciatore a Berlino, Richard Grenell, ma le ultime elezioni presidenziali hanno bloccato questo processo, come ampiamente prevedibile.

Nell’agenda del neopresidente Joseph Biden c’è la risoluta volontà di riallacciare i rapporti transatlantici e renderli più forti di prima, con l’idea di attuare una politica basata sul “multilateralismo” e su principi comuni come il “difendere la libertà. Promuovere l’opportunità. Sostenere i diritti universali. Rispettare lo stato di diritto”. Questi canoni saranno tenuti presenti nell’agire politico degli Stati Uniti in tutti gli scacchieri globali, affiancati da quella “promozione della democrazia” tanto cara alle amministrazioni democratiche ed in forza della quale si è cercato di sovvertire – a volte riuscendoci – quelli che consideravano “regimi autoritari” in Medio Oriente e nel Nord Africa, avendo come risultato principale la destabilizzazione dell’intera area del Mediterraneo Orientale e del Golfo con il conseguente ingresso della Russia in teatri vecchi (la Siria) e nuovi (la Libia), senza considerare l’aumentata presenza della Cina che, oltre ai legami che ha con Iran e Arabia Saudita, sta assumendo una postura “mediterranea” anche militarmente, effettuando esercitazioni congiunte (ad es. con l’Egitto) nel settore orientale del Mare Nostrum.

Biden intende quindi “riformare l’abitudine alla cooperazione e ricostruire i muscoli delle alleanze democratiche, atrofizzati da quattro anni di trascuratezza e abuso. Le alleanze sono tra le nostre più grandi risorse. Guidare con la diplomazia significa stare di nuovo spalla a spalla con i nostri partner” senza dimenticare di “coinvolgere avversari e competitori diplomaticamente”. Perciò gli Usa “competeranno da una posizione di forza” rimodulando i dossier più scottanti (Russia), aggiustando il tiro su altri (Medio Oriente, Arabia Saudita, Iran) e anche perseguendo nello stesso solco dell’amministrazione precedente per altri ancora (Cina).

Tornando al caso tedesco il recupero dell’asse Washington-Berlino diviene fondamentale proprio nell’ottica di contrasto alla Russia: Washington continua a osteggiare i progetti energetici russo-tedeschi (Nord Stream 2) come durante l’amministrazione precedente, ma il congelamento del ritiro delle truppe rappresenta un segnale di distensione. Un’apertura giunta anche da Berlino se pur in modo diverso e su altri scacchieri: la decisione tedesca di inviare una fregata in una crociera operativa in Estremo Oriente (facendo tappa, tra l’altro, in Giappone) è da leggere soprattutto come un cambio di rotta nella gestione del rapporto con la Cina della Germania. A riprova riportiamo le parole del segretario di Stato parlamentare per conto del ministero della Difesa tedesco, Thomas Silberhorn, che commentando questa decisione è stato molto esplicito quando ha detto che i cinesi “non possono essere autorizzati a imporre il proprio ordine attraverso il loro potere”. Una dichiarazione che ricorda molto quelle statunitensi o del governo britannico.

Si apre quindi una stagione di idillio tra Germania e Stati Uniti? Nonostante le reciproche aperture riteniamo che alcuni nodi, fondamentali, come quello del 2% del Pil per la Difesa o la questione energetica, saranno ancora fonte di attrito insanabile, ma la decisione di lasciare le truppe Usa su suolo tedesco aprirà un importante canale tra i due Paesi per cercare di stabilire nuove e più proficue relazioni.