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“Abbiamo un membro permanente del Consiglio di sicurezza che ha invaso un suo vicino con l’obiettivo di toglierlo dalla mappa. Oggi il presidente russo Putin ha inviato altre minacce. Il Cremlino sta organizzando un referendum farsa, che è una enorme violazione al diritto internazionale”. Il pericolo, in questo momento è che questa si trasformi in un’altra neverending war con tutti i costi che ne conseguono: uno stillicidio che già in pochi mesi ha prodotto un numero esorbitante di vittime e costi.

La condanna di Biden dell’aggressione russa

Il discorso di Biden alle Nazioni Unite non lascia spazio ai dubbi, ma non sembra la venefica filippica anti-Putin che tutti attendevano. Da un lato, nessuno si aspetta che un presidente degli Stati Uniti agiti una scarpa dal leggio dell’Assemblea Generale: il consesso chiede decoro e moderazione. Ma soprattutto, la virulenza delle comunicazioni di Putin di questa mattinata, che anche a New York volge alla fine, esige il linguaggio della diplomazia. O almeno di provare a farlo. Un discorso, al netto dei limiti di Joe Biden-l’uomo, al sapore di chiacchierata al caminetto che mixa wilsonismo, New Deal e Nuova Frontiera, come raramente ne abbiamo visti; che tenta di edulcorare le reazioni e i timori scatenati dalla mobilitazione parziale annunciata dal Cremlino.

La nuova missione di Biden: la food security

La sensazione è che il presidente degli Stati Uniti non abbia voluto dedicare tutto il suo intervento alla condanna russa, cercando di raggiungere lo stesso effetto, ma spostando il baricentro del discorso su altri temi. Primo fra tutti la food security: Biden ha accusato la Russia di raccontare “frottole” e di essere la principale responsabile della crisi alimentare in corso, sottolineando come le azioni occidentali abbiano, invece, esplicitamente permesso l’esportazione di cibo e fertilizzanti. Una grande sfida che offre la sponda per tornare sulle tematiche green e sanitarie: “Spingere per un’economia sostenibile per salvare il pianeta”, così ha rilanciato le sfide per contrastare le emergenze contemporanee, dall’Aids alla polio, alla crisi alimentare. Medaglie al petto che l’amministrazione Biden ha cercato di apporsi fin dalla campagna elettorale di due anni fa.

Biden tende la mano a Xi?

L’altra importante impressione è che sia in corso una forma velata di mano tesa verso Pechino. Le ultime settimane, del resto, hanno completamente ridisegnato gli equilibri internazionali: la riscossa ucraina foraggiata dall’Occidente, il summit di Samarcanda e le notizie di questa mattina da Mosca dipingono la Russia come incastrata fra le condanne occidentali e il gelo orientale. Quel “no cold war” pronunciato a proposito della competizione con la Cina, ribalta completamente l’ostinazione aggressiva volta a inseguire il China second” così come i toni drammatici di Anchorage. A questo, il presidente Usa aggiunge restano impegnati nella loro fede alla One China: si è dichiarato contrario a cambiamenti unilaterali da entrambe le parti ribadendo che Washington cercherà di promuovere la pace e la stabilità nello stretto di Taiwan.

Il fatto che dopo questo tema chiave, Biden abbia poi sciorinato i vari dossier aperti come la proliferazione nucleare (“nessuna guerra nucleare può essere vinta“, è una frase che probabilmente resterà nella storia) o il Jcpoa sembrano quasi un invito verso Pechino a prendere parte a questo moto internazionalista che le ultime ore stanno agitando.

Si ripetono, ossessivamente, le tradizionali costruzioni oratorie progressiste, come l’uso ripetitivo della parola “fear” o dell’esortazione allo “stand together“. Attraverso queste Biden rilancia lo spirito della Carta del 1945 rompendo anche il tabù della riforma del Consiglio di Sicurezza: aumentare i membri, permanenti e non, ma soprattutto limitare l’abuso dello strumento del veto sono punti che vanno messi in agenda subito. E che sia Washington a chiederlo è senza dubbio una sterzata poderosa della storia.

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