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Le due operazioni squilibrate messe a segno da Israele in questa settimana, l’attacco all’ambasciata iraniana in Siria e l’uccisione dei figli e dei nipoti del capo di Hamas, Ismail Haniyeh, hanno assassinato la possibilità di un accordo sugli ostaggi, mai così vicino come negli ultimi giorni. Lo ha scritto ieri su Haaretz Uri Misgav, anche se altri analisti del giornale israeliano sono meno netti, lasciando ancora aperto qualche spiraglio alla possibilità.

Le bombe sull’accordo Israele – Hamas

Al di là delle sfumature, la criticità posta da tali operazioni folli alle trattative sulla liberazione degli ostaggi appare ovvia. Il motivo? “Trascinare Israele in una guerra totale”, scrive Misgav, per evitare che il governo Netanyahu collassi, come accadrebbe se fosse raggiunta un’intesa duratura con Hamas.

Tanti gli elementi che segnalavano la possibilità di raggiungere un accordo: non solo le pressioni interne e internazionali su Tel Aviv in tal senso, non solo le parole del ministro della Difesa Yoav Gallant sul fatto che fosse giunto il momento opportuno per un’intesa, a segnalare tale possibilità era soprattutto la ritirata di gran parte dell’esercito israeliano da Gaza.

Infatti, una delle condizioni poste da Hamas per l’intesa è i ritiro dell’IDF dalla Striscia, l’altra è che la tregua conseguente all’accordo sia duratura. Certo, l’establishment israeliano si è guardato bene dal motivare il ritiro come un segnale di distensione nei confronti del nemico.

Com’è altrettanto ovvio, data la consueta ambiguità di Tel Aviv, che tale riposizionamento possa invece precludere a tutt’altro, cioè all’ampiamento delle ostilità con Hezbollah e Teheran – come da intenzioni di Netanyahu. Ma resta che la pressione su Gaza si è allentata.

Proprio l’ambiguità succitata e lo squilibrio palesato dall’establishment israeliano rende il momento particolarmente cruciale. Tanto che gli Stati Uniti, oltre a prendere le distanze dall’attacco all’ambasciata iraniana, si sono affrettati a inviare a Tel Aviv un generale, per tentare di porre un freno alla follia di Netanyahu.

Teheran non vuole la guerra

Nonostante le minacce di ritorsioni e gli annunci allarmistici su un imminente attacco diretto contro Israele, Teheran sta meditando la reazione, avendo avvertito gli Usa che risponderà “in modo da evitare una grave escalation e non agirà frettolosamente” (Jerusalem post). Anzi ha addirittura comunicato a Washington la sua disponibilità a riporre la pistola nella fondina se si raggiunge un’intesa su Gaza.

Da parte sua, Netanyahu sta facendo di tutto per tenere alta la tensione ed è più che probabile che stia meditando nuove provocazioni da usare come casus belli, sia contro Hezbollah che contro l’Iran. Se riuscisse si aprirebbe il vaso di Pandora, non sono per i duellanti, ma per il mondo intero.

Teheran, tra le altre cose, ha ricordato ai suoi antagonisti che può chiudere lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale del traffico marittimo internazionale. Per l’economia globale, soprattutto quella occidentale, sarebbe un colpo ferale, forse mortale, come sanno bene a Washington.

Un timore evidenziato anche da Thomas Friedman sul New York Times: “Oggi Israele si trova in un momento cruciale della sua guerra a Gaza, e tutto indica che il primo ministro Benjamin Netanyahu sceglierà la strada sbagliata – trascinando con sé l’amministrazione Biden su una strada molto pericolosa e preoccupante. È così pericolosa e preoccupante che la migliore opzione per Israele, in fin dei conti, potrebbe essere quella di lasciare al potere a Gaza un residuo della leadership di Hamas. Sì, avete letto bene…”.

Gaza: Israele ha perso

Già, perché, tra l’altro, ormai è chiaro a tutti che la guerra di Gaza è persa, come annota anche Friedman. Perché Israele dopo il 7 ottobre ha sbagliato tutto, adottando una strategia “assolutamente folle”.

L’uso tanto massivo della forza, l’uccisione di così tanti civili, il 44% dei quali bambini, l’assenza completa di un endgame, “ha bloccato Israele in una guerra politicamente impossibile da vincere – scrive Friedman – e ha finito per isolare l’America, mettendo in pericolo i nostri interessi regionali e globali, compromettendo il sostegno di Israele negli Stati Uniti e dividendo la base del partito Democratico”.

Peraltro, che la guerra sia ormai persa lo segnala anche un articolo di Haaretz, a firma di Chaim Levinson, che titola: “Dire ciò che non si può dire: Israele è stato sconfitto – una sconfitta totale”. Questo il sottotitolo: “Gli obiettivi della guerra non verranno raggiunti, gli ostaggi non verranno liberati grazie alla pressione militare, la sicurezza non verrà ripristinata e l’ostracismo internazionale verso Israele non finirà”.

Tale consapevolezza ha reso Netanyahu ancora più folle e ancora più determinato a proseguire il conflitto e ad allargare il fronte. Non può permettersi una guerra persa. I suoi concittadini, già infuriati con lui per la débacle del 7 ottobre, lo lapiderebbero. Ma è vero anche che né Israele né soprattutto il mondo si possono permettere che tale follia prosegua ad libitum. Momento cruciale, vedremo.

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