Benin, lo stop al golpe non fa rima con democrazia

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Il tentativo di colpo di Stato del 7 dicembre in Benin è finito sotto le bombe nigeriane prima ancora che nei comunicati ufficiali. I jet di Abuja hanno colpito i mezzi dei militari ammutinati, le forze speciali ivoriane si sono mosse in appoggio, la Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale ha applaudito. Sulla carta, una storia di “ritorno all’ordine costituzionale”. Ma basta grattare la vernice per capire che la vera crisi, in Benin, non riguarda solo un gruppo di ufficiali ribelli. Riguarda uno Stato che si proclama democratico ma da anni svuota le proprie istituzioni dall’interno.

Un colpo di Stato sventato dal cielo

Secondo la ricostruzione del governo, i soldati partiti dalla base di Togbin hanno provato prima a colpire il cuore militare del potere, aggredendo il capo di stato maggiore di Talon, il generale Bertin Bada, la cui moglie è stata uccisa. Poi hanno rapito il capo di stato maggiore dell’esercito e un colonnello, tentato il sequestro del presidente nella sua residenza, occupato la televisione pubblica. Infine si sono ritirati verso la base, dove sono stati circondati e colpiti dai raid nigeriani.

È lo schema classico dei colpi di Stato africani: controllo del capo, dei vertici militari, dei mezzi di comunicazione. Questa volta però l’elemento decisivo non è stato il consenso interno agli insorti, ma la rapidità dell’intervento esterno, con Abuja determinata a non lasciarli arrivare fino in fondo.

Perché la Nigeria è intervenuta davvero

Negli ultimi anni la Nigeria aveva reagito con ben altra prudenza ai colpi di Stato in Mali, Burkina Faso, Niger, Guinea-Bissau. Dichiarazioni, minacce, qualche sanzione, nessuna operazione militare reale. Perché in Benin sì, e altrove no?

Perché il Benin non è un vicino qualunque. È una cerniera tra i teatri jihadisti del Sahel e la fascia costiera atlantica, è un corridoio commerciale vitale per il Sud-Ovest nigeriano, è un potenziale retroterra per traffici d’armi e gruppi armati che potrebbero spostarsi oltre confine. Vedere Cotonou passare nelle mani di una giunta imprevedibile, in un momento in cui il Nord del Paese è già sotto pressione jihadista, per Abuja significava rischiare di avere un altro anello instabile in una catena di Stati fragili che va dal Golfo di Guinea al deserto.

Dietro il linguaggio dei comunicati, la logica è semplice: la Nigeria non difende solo il “ritorno all’ordine costituzionale”, ma la propria sicurezza e la propria economia.

Il corridoio commerciale e il costo dell’instabilità

Il Benin è uno dei principali sbocchi per le merci dirette e provenienti dalla Nigeria. Il porto di Cotonou e le strade che collegano il Paese alle regioni meridionali nigeriane sono canali essenziali per il commercio ufficiale ma anche per quello parallelo: carburante, prodotti agricoli, beni di consumo. Un collasso dello Stato beninese, o anche solo mesi di incertezza, significherebbero costi più alti, contrabbando fuori controllo, aumento della pressione sui confini nigeriani.

Per Abuja, quindi, lo scenario di un Benin “alla nigerina”, con una giunta militare ostile o prigioniera di altre potenze esterne, non è accettabile. Soprattutto in un momento in cui la Nigeria stessa deve fronteggiare inflazione elevata, valuta debole, difficoltà a mantenere consenso interno.

La Cedeao tra fermezza e ipocrisia

La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale ha colto l’occasione per mostrarsi finalmente efficace, dopo anni di umiliazioni. A differenza del Niger nel 2023, dove i militari hanno avuto tutto il tempo di consolidare il potere mentre la Cedeao minacciava un intervento mai realizzato, in Benin l’appoggio all’azione nigeriana è stato immediato.

Ma dietro la narrativa della “difesa della democrazia” resta una contraddizione imbarazzante: la Cedeao interviene con decisione contro i militari insorti, ma ha chiuso un occhio per anni sullo svuotamento progressivo delle istituzioni beninesi da parte di Talon. Se la legittimità si riduce alla sola forma elettorale, anche elezioni controllate e opposizioni decapitate diventano “ordine costituzionale” da salvare.

Talon, il riformatore che ha svuotato la democrazia

È qui che il commento di Tafi Mhaka coglie il punto: il vero colpo di Stato, in Benin, è già avvenuto. Non con i carri armati davanti al palazzo presidenziale, ma con leggi elettorali su misura, tribunali speciali, oppositori esclusi dalla competizione e poi incarcerati con accuse di terrorismo o sabotaggio.

Dal 2016 in poi, il milionario del cotone Talon ha progressivamente trasformato un modello di alternanza relativamente pacifica in un sistema bloccato, dove due soli partiti filogovernativi hanno avuto accesso alle legislative del 2019 e le presidenziali del 2021 si sono svolte tra boicottaggi, proteste represse e percentuali plebiscitarie. Quando in un Paese chi dissente finisce davanti a una corte “per la repressione del terrorismo” e le forze politiche non possono partecipare alle elezioni, la democrazia è già stata rovesciata.

I militari ribelli hanno sfruttato questa degenerazione come giustificazione, appellandosi all’insicurezza nel Nord. Ma non sono i salvatori della democrazia: sono l’altra faccia di un sistema che non ha più canali politici aperti.

Tra jihadismo, traffici e nuove influenze esterne

Sul piano regionale, il fallito colpo di Stato si innesta su una mappa in rapido mutamento. A Nord ci sono Niger, Mali e Burkina Faso finiti sotto giunte militari che cercano appoggi esterni alternativi, dalla Russia ad altri attori. A Est si muovono gruppi jihadisti che puntano ai corridoi commerciali e alle aree di confine. A Sud, lungo la costa, gli Stati temono che la violenza del Sahel scenda fino ai porti.

Il Benin è una cerniera e un laboratorio: se il Paese deraglia, si aprono spazi per nuovi sponsor esterni, per economie criminali più aggressive, per conflitti per procura mascherati da guerre contro il terrorismo. L’intervento nigeriano cerca di chiudere questa finestra prima che si spalanchi.

Stabilità armata o ritorno alla politica?

Il messaggio che esce da Cotonou è chiaro: i colpi di Stato possono essere fermati, se c’è volontà politica e capacità militare. Ma resta aperta la domanda decisiva: che cosa si difende, esattamente? Un sistema che ha smantellato la competizione politica, incarcerato oppositori e ridotto il voto a rituale controllato può essere salvato dalle bombe, ma non per questo diventa legittimo.

Per evitare che il prossimo colonnello si presenti come “correttore” degli abusi di Talon, non basteranno i jet nigeriani. Serviranno riforme vere, spazi riaperti per l’opposizione, garanzie per chi dissente. Altrimenti il Benin resterà sospeso tra stabilità armata e democrazia mutilata: un equilibrio apparente che, prima o poi, qualcuno proverà di nuovo a rovesciare.