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A un anno dalla travolgente avanzata ribelle che pose fine a mezzo secolo di governo della famiglia Assad la Siria resta un Paese diviso e in cui i venti di guerra civile non accennano a sopirsi. L’ultimo caso viene da Homs, città decisiva per gli equilibri del Paese e la cui caduta, un anno fa, aprì la strada alle truppe di Hay’at Tahrir al-Sham, l’organizzazione comandata da Abu Mohammad al-Jolani, per trasformare un’offensiva inizialmente mirante alla riconquista di Aleppo in un terremoto che portò alla fuga di Bashar al-Assad in dieci giorni che hanno sconvolto la Siria.

La violenza settaria nella Siria occidentale

Nella città dell’Ovest del Paese le autorità hanno infatti imposto un coprifuoco dopo che pesanti scontri sono divampati tra le tribù beduine e i gruppi alawiti nel contesto di una spirale di violenza che rischia di rendere il Paese incontrollabile. In particolare, l’uccisione nella città di Zidal, alla periferia di Homs, di una coppia beduina, marito e moglie, ha scatenato nella giornata di domenica una vera e propria caccia all’uomo nella città di 750mila abitanti vicino al confine libanese.

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (Sohr) riporta di sparatorie, attacchi a cittadini e negozi nei sobborghi alawiti di al-Basel e al-Muhajireen. La tribù responsabile dell’assalto sarebbe l’ampia confederazione Bani Khalid, sezione siriana di una stirpe diffusa in tutto il mondo arabo e che nell’area di Homs ha una grande rilevanza.

Il Sohr sembra citare la presenza di simboli che indicano un chiaro movente settario, di ispirazione alawita, nell’omicidio della coppia beduina. Il giornalista siriano Scharo Maroof ha però contestato questa certezza scrivendo che “è molto importante sottolineare che chiunque abbia assassinato queste due persone ieri sera aveva l’intenzione di dare inizio a un conflitto settario di cui gli alawiti sarebbero diventati le vittime”.

Pogrom anti-alawiti a Homs

Sembrano invece ben mirate sulle comunità della minoranza sciita a cui appartiene il deposto clan Assad le operazioni che hanno investito Homs nella giornata di domenica. “I primi resoconti indicano che decine di alawiti sono stati uccisi o feriti nel caos, che si è esteso ai quartieri di Al-Basel e Arman”, ha riportato The Cradle, aggiungendo che “l’attacco dei beduini ha coinciso con la fine della giornata scolastica, spingendo le forze di sicurezza a intervenire per impedire agli studenti di uscire”.

La dimensione sembra quella di un vero e proprio pogrom, tanto che il Maggior Generale Murhaf al-Nassan, comandante delle forze regolari siriane nell’area di Homs, ha parlato esplicitamente di un attacco teso a minare la stabilità del territorio occidentale del Paese. Non è la prima volta che ciò accade. Tra marzo e aprile centinaia di membri della comunità alawita sono stati massacrati nelle regioni costiere dopo che il governo di Damasco aveva chiesto alle loro milizie di disarmare e dopo che contro la minoranza che costituisce circa il 10% della popolazione erano emerse accuse di presunti collaborazionismi col deposto regime.

Tensioni settarie

Al-Jolani, tornato nel frattempo a usare il nome di nascita Ahmad al-Sharaa e insediatosi come presidente ad interim, ha più volte presentato l’immagine di una Siria pacificata e unita sotto la sua leadership.

Ma più volte l’ombra del settarismo è tornata ad affacciarsi: è successo a marzo e ora a novembre con l’attacco agli alawiti, a giugno con l’attacco ai cristiani alla Chiesa di Mar Elias a Damasco, a luglio con gli scontri tra tribù arabe e drusi nel Sud del Paese.

Un anno dopo la caduta di Assad, al-Sharaa/al-Jolani resta poco più del sindaco di Damasco, mentre attorno al suo potere si sommano le tendenze centrifughe consolidate in quasi 15 anni di guerra civile e gli appetiti esterni sul Paese che ne condizionano la corsa all’unificazione. Mentre spirali di violenza come quelle di Homs riportano sempre i civili in prima linea in una preoccupante deriva settaria dove sono le minoranze le parti più fragili.

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