Guerra /

Iniziata lo scorso 16 ottobre, la battaglia per la riconquista di Mosul è la più importante operazione militare che l’esercito iracheno abbia mai intrapreso sin dal 2003. Mosul non è soltanto la capitale del Daesh in Iraq, ma la sua conquista rappresenterebbe un segnale decisivo per le forze armate irachene, la coalizione internazionale e il governo di Baghdad.LAPRESSE_20170130180517_22020798Dallo scorso 14 gennaio, le forze che oggi si trovano a combattere sul fronte di guerra, esercito iracheno, Peshmerga curdi e le milizie sciite, sono riuscite riprendere il controllo su tutta la metà orientale della città, compresi tre dei cinque ponti sul fiume Tigri, che dividono Mosul in due.Molti osservatori temono, tuttavia, che il crescente ruolo delle milizie sciite impegnate contro la lotta all’Isis e nell’antiterrorismo possa, come già in parte avviene, andare a sostituire le funzioni svolte dalle forze dell’ordine. Analogo problema si registra anche nelle province a maggioranza sunnita, dove alcuni gruppi tribali si sono fatti carico della sicurezza di alcune città a conferma della debolezza delle forze di polizia e dell’esercito.Il Paese, anche alla luce della seconda offensiva su Mosul scattata lo scorso 29 dicembre, è stato oggetto nel mese scorso di violentissimi attacchi con autobombe da parte dei miliziani dell’Isis sia a Sadr City sia a Baghdad. La resistenza dell’Isis a Mosul ovest è particolarmente dura e il gruppo sta facendo ricorso ad attacchi suicidi, cecchini e droni.Falah Aza Hassan, direttore del dipartimento affari internazionali dei giovani della Regione autonoma del Kurdistan iracheno (il movimento giovanile del Partito Democratico del Kurdistan del Presidente Mas’ud Barzani), conferma agli Occhi della Guerra tutte le criticità delle operazioni nella parte Ovest di Mosul: “Nella prima fase dell’offensiva il Presidente Barzani ha concordato con le autorità irachene la liberazione dei tanti villaggi, cristiani, arabi sunniti e curdi, intorno a Mosul (vedi reportage Occhi della guerra su Qaraqosh).Le resistenze che oggi si trovano nella parte ovest di Mosul possono essere spiegate anche in virtù del fatto che molti ex componenti del Baath, sia civili che militari, vivano in quell’area. Molti di loro sono combattenti esperti e tradizionalmente Mosul è stata la città dalla quale sono provenuti diversi leader della storia irachena.LAPRESSE_20170130180512_22020794Per questi motivi Mosul è una roccaforte che guarda con preoccupazione la presenza delle milizie sciite tre le forze che dovrebbero liberare la città e non è un mistero che sia anche un’area dove l’Isis ha goduto di un certo sostegno. Per questi motivi la liberazione totale di Mosul non è soltanto una sfida sul piano militare ma soprattutto politico.Falah è convinto che, qualora le operazioni dovessero protrarsi a lungo, il governo iracheno potrebbe chiedere ulteriori aiuti agli Stati Uniti, forse anche un intervento di terra, pur di non dover ricorrere all’appoggio delle milizie sciite.Il ruolo delle milizie sciite non è però l’unica incognita sul futuro dell’Iraq e anche i curdi della Regione autonoma del Kurdistan iracheno hanno perso negli anni la fiducia nelle autorità centrali irachene. Falah ricorda il grande contributo militare ed umano che i Peshmerga hanno sostenuto sin dall’estate del 2014 per fronteggiare l’Isis. Una minaccia che in questo momento ha favorito l’unità delle forze irachene e che per i curdi rappresenta la battaglia per l’affermazione della regione autonoma. Un’autonomia da Baghdad che, accantonati i progetti referendari di separazione dalle autorità centrali irachene, si starebbe trattando attraverso negoziati diretti tra Erbil e Baghdad.Un negoziato che i curdi starebbero cercando di concludere senza il coinvolgimento di attori esterni quali Turchia ed Iran e che però potrebbe, in caso di partizione dell’Iraq, penalizzare le comunità sunnite e potrebbe invece avvantaggiare le comunità sciite che avrebbero nelle loro mani la maggior parte delle risorse petrolifere del paese.Uno scenario che Falah non considera così lontano, ma che oggi vede al primo punto della sua comunità la lotta contro l’Isis. Una guerra che i curdi iracheni hanno iniziato a combattere per la propria sopravvivenza sin dall’estate del 2014 e alla quale si è andata a sovrapporre anche la drammatica crisi umanitaria di circa 2 milioni di profughi siriani ed iracheni giunti nella Regione Autonoma del Kurdistan iracheno.Prima di salutarci, Falah mi ricorda con grande entusiasmo quanto siano stati determinanti i militari italiani che tra i primi hanno coordinato l’attività di training ai Peshmerga in questi anni. È consapevole di quanto siano complesse le sfide per evitare che il veleno della radicalizzazione, così determinante nell’affermazione dell’Isis, possa contaminare le giovani generazioni e rendere vani gli sforzi di queste ore contro una minaccia che, come insegna la recente storia irachena, ha saputo cambiare nomi e forme alimentandosi sempre dall’odio, dalla violenza settaria e dalla non inclusività delle forme di governo.