Negli ultimi 70 anni la grande costante della geopolitica globale è stata la leadership americana. La capacità di Washington di proiettarsi fuori dai suoi confini oggi è messa in difficoltà dal nuovo protagonismo cinese e da nuovi attori regionali. Ma uno dei puntelli cardine del potere americano è ancora ben piantato nel terreno. Stiamo parlando del vasto reticolo di basi militari costruito intorno al mondo. Europa, Giappone e Corea sono solo alcuni di teatri in cui gli americani sono stati massicciamente presenti dal dopoguerra ad oggi.

Quello americano è un percorso partito da lontano e costruito soprattutto grazie alla spinta della Seconda guerra mondiale. Fino al 1945 la presenza militare americana fuori dai confini è sempre stata limitata. Qualche installazione in Europa e in Asia, ma tutte molto piccole e limitate. Addirittura nel 1939 alla vigilia della guerra le basi principali si concentravano nelle Filippine, a Guam e tra Puerto Rico e Panama.

Dopo la sconfitta di Germania e Giappone, per qualche anno l’intero planisfero si è illuminato con basi e istallazioni a stelle e strisce un po’ ovunque: in Europa, con Germania, Italia e Regno Unito; ma anche Nord Africa e gran parte dell’Indo-Pacifico dall’India al Giappone. Proprio in questo particolare momento storico Washington ha gettato le basi per il dominio. Le nazioni sconfitte sono diventate la base per la leadership globale. Migliaia di strutture vennero create in Germania per contenere le forze del Patto di Varsavia, mentre in estremo oriente venne costituita un’altra gente presenza in Giappone. Presenza ulteriormente rinforzata con la Guerra di Corea scoppiata nel giugno del 1950.

I nuovi orizzonti dopo la fine della Guerra Fredda

Dopo l’89 la situazione si è stabilizzata anche se tre conflitti successivi, quelli in Iraq (1991 e 2003) e quello in Afghanistan (2001) hanno ulteriormente allargato lo spazio di azione tra Africa e Medio Oriente. Oggi, nonostante una presenza accorra massiccia, lo scenario sta cambiando ancora, soprattutto sotto le spinte dell’amministrazione Trump per un disimpegno. Stando ai dati raccolti nel Base Structure Report del dipartimento della Difesa (ultima edizione disponibile datata 2018), le installazioni sono oltre 800. Vanno da complessi compound fino a piccoli avamposti come la base di Al-Tanf nel deserto siriano.

Le forze sono distribuite in oltre 80 Paesi, con ovviamente la Germania al primo posto (oltre 190 strutture) seguita da Giappone (circa 120), Corea del Sud (80) e Italia (44). Queste però sono quelle più note, il Pentagono, infatti, omette quelle più sensibili: non ci sono dati per Afghanistan, Iraq, Siria, ma anche per Paesi come il Kosovo, Israele e Niger, dove al contrario sappiamo essere stata costruita un’enorme base per droni armati.

Alle basi ovviamente vanno di pari passo coi dislocamenti di soldati. Al momento le truppe americane stanziate fuori dai confini sono quasi 200mila. E anche qui gli alleati storici rappresentano le maggiori destinazioni: Giappone (55mila), Germania (35mila), Corea del Sud (26mila) e Italia (12mila). Come per le strutture militari, anche per gli uomini i dati non sono trasparenti. Negli open data del dipartimento della Difesa non vengono infatti riportate le truppe in molti scenari delicati, come i 12mila soldati in Afghanistan e i 5mila in Iraq.

Questo dispiegamento di forze ha un costo notevole per i contribuenti americani. Un costo che non è neanche facile quantificare. Secondo un rapporto del think tank Rand per il mantenimento di una base servono tra i 50 e i 200 milioni l’anno. Anche il calcolo complessivo non è semplice. Il Cbo, l’ufficio del Congresso Usa che si occupa di fornire resoconti a senatori e deputati, ha provato a fare un conteggio. Secondo i dati del 2016 concentrati su circa 200 strutture che impiegano il 90% del personale in servizio, la spesa complessiva è stata di circa 25 miliardi di dollari. Il dato potrebbe essere però sottostimato. Secondo il ricercatore David Vine, autore del libro “Base Nation”, la cifra supererebbe i 50 miliardi l’anno. Un conto al quale però andrebbero aggiunti anche i fondi per le overseas contingency operations, cioè tutte le operazioni militari fuori dall’ordinaria manutenzione, quantificate intorno ai 68-70 miliardi.

Il caso delle lily-pad base

Negli anni il numero delle istallazioni è stato altalenante anche per l’andamento dei conflitti. Negli anni più duri della guerra in Afghanistan gli americani sono arrivati ad avere più di 400 strutture nel Paese. Il progressivo piano per ritiro delle truppe da Iraq e Afghanistan, unito alla volontà dell’amministrazione Trump di spostare o ridimensionare i dispiegamenti in Medio Oriente ed Europa, si inserisce all’interno di un altro fenomeno meno noto, quello delle cosiddette lily pad base. Piccole strutture segrete, con numero minimo di soldati, spesso utilizzate in cogestione con gli eserciti dei paesi che le ospitano.

Questo per gli americani ha una serie di vantaggi: da un lato riduce l’esposizione mediatica e le spese; dall’altro gli permette di rimanere coinvolta in vari scenari globali, aumentando anzi il livello di penetrazione, come successo d’esempio in Africa. In buona sostanza il coinvolgimento degli americani nel mondo viene così rimodulato. In parte il potere militare viene diluito con la cessione di operazioni di sicurezza e antiterrorismo agli alleati, in parte viene diffuso in modo più capillare con questa miriade di installazioni.

Verso nuovi scenari

Oggi il potere americano sta vivendo una forte trasformazione. Sta cambiando pelle e soprattutto sta affrontando nuove sfide. Nei prossimi anni si assisterà a uno scivolamento del baricentro di Washington verso Est, con truppe in partenza, basi in via di chiusura e nuovi dispiegamenti agili in quadranti sensibili. Nei prossimi approfondimenti cercheremo di percorrere questa traiettoria, affrontando un viaggio ideale che parta dall’Europa e arrivi in Africa passando per il complicato scacchiere mediorientale e le nuove sfide in Asia.

Questo è l’episodio pilota di una serie di approfondimenti sulla presenza militare americana nel mondo. II secondo episodio riguarderà il deflusso europeo, dalla ritirata in Germania alla presenza flessibile nell’Est Europa. Il terzo si soffermerà invece il lungo ritiro dallo scenario mediorientale. Il quarto spiegherà invece le insidie della nuova frontiera asiatica e del contenimento della Cina. Il quinto, invece, racconterà dell’impronta americana in Africa tra operazioni fantasma e basi nel deserto. 

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