Per oltre 70 anni l’Europa è stata il fulcro più importante della politica estera degli Stati Uniti. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale gli Usa hanno trasformato il Vecchio Continente in un loro prolungamento militare. Italia e soprattutto Germania sono diventati i due centri della presenza americana. Oggi vale la pena osservare alla distribuzione di basi e forze armate per capire quali saranno gli sviluppi della politica americana nel prossimo futuro.

Partiamo dai numeri. Secondo l’analista indipendente David Vine, autore del libro Base Nation e che continua a monitorare aperture e chiusure delle strutture americane, oggi in Europa sono attive circa 240 basi. In questo conteggio, specifica Vine, c’è ogni tipo di struttura: centri di stoccaggio, piste per decollo e atterraggio dei mezzi; dormitori, centri logistici. Se pensiamo al caso di Aviano, ad esempio, la presenza è distribuita in almeno otto strutture. In quei 240 punti individuati in Europa potremmo poi compiere un’altra divisione. 160 riguardano basi vere e proprie, intese come strutture che superano i 40 mila metri quadri e che ospitano più di 200 uomini. Le restanti 83 sono invece delle “lily-pad base” strutture più piccole con dimensioni ridotte e soprattutto poco personale.

I Paesi che ospitano il maggior numero di basi sono Germania e Italia, rispettivamente a quota 110 e 44. Seguite, molto da lontano, da Belgio, Bulgaria, Romania, Spagna e Grecia. Anche le truppe stanziate seguono questo pattern. A marzo 2020 in Germania, si legge nei registri del Defense Manpower Data Center del Pentagono, c’erano 36 mila uomini in servizio attivo più 11 mila civili per un totale di oltre 46 mila persone presenti sul suolo tedesco. In Italia i militari erano 12 mila mentre il personale civile si attestava sulle 2.500 unità.

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La nuova flessibilità anti-russa

Tra il 2005 e il 2020 la presenza americana in Europa è andata via via diminuendo con un taglio complessivo di circa un terzo. Un grosso scossone è arrivato nel 2011 durante l’amministrazione Obama. Il presidente, in seguito alla dura disputa sul tetto del debito, decise di sforbiciare alcune brigate di carri armati facendo scendere la presenza Usa nel continente sotto i 40 mila uomini. Tre anni dopo, le tensioni tra Russia e Ucraina sfociate nell’annessione della Crimea da parte di Mosca e con il conflitto nel Donbass, hanno spinto Washington a rivalutare la policy in Europa.

Nel 2014 è stato quindi lanciata l’European Reassurance Initiative, poi rinominata European Deterrence Initiative (EDI). Dentro all’EDI ha iniziato ad operare l’Operation Atlantic Resolve (OAR) un dispositivo di supporto ai partner Nato pensato come deterrente nei confronti della Russia con dispiegamenti di truppe e mezzi con rotazioni di nove mesi. Questi dispiegamenti prevedono l’impiego di 6 mila soldati con operazioni ed esercitazioni in oltre 17 Paesi. All’interno dell’OAR gli americani hanno anche previsto il dispiegamento di una brigata corazzata composta da circa 90 carri armati M-1 Abrams, 150 veicoli corazzati 152 M2 Bradley e 18 pezzi di artiglieria M109s.

Questo stanziamento agile ha ridato slancio al contingente americano senza aumentare il numero di truppe americane presenti in pianta stabile in Europa, ma soprattuto si è concentrato nei settori orientali. Dalle repubbliche baltiche giù fino alla Bulgaria. Con stanziamenti di truppe, e investimenti in infrastrutture. Dal 2015 al 2020 i soldi sborsati per l’EDI sono stati oltre 22 miliardi di dollari, con un picco di 6,5 mld nel 2019. Uno dei Paesi che più di tutti ha beneficiato della presenza americana flessibile è stata la Polonia. Ufficialmente il personale stabile nel Paese è composto da poco più di 200 persone. Ma sotto l’EDI il numero sale a 4.500, accompagnato da carri armati e pezzi di artiglieria e soprattutto dal quartier generale dell’Operation Atlantic Resolve creato nella città di Poznan. Quel numero in un prossimo futuro potrebbe però salire di altre mille uomini, magari in uscita dalla Germania.

Negli ultimi mesi il governo americano ha confermato l’intenzione di rivedere il numero di truppe presenti sul territorio tedesco. A giugno Trump aveva anticipato l’intenzione di tagliare il contingente e poco meno di due mesi dopo i vertici della Difesa hanno confermato il piano di ritiro. 12 mila uomini in uscita, 6.400 dei quali riportati in patria e 5.600 distribuiti in altri Paesi europei. La decisione è stata ampiamente criticata sia dal Congresso Usa, che con ogni probabilità darà battaglia per bloccare parte del piano, sia dal governo tedesco.

Ad una prima analisi dietro la decisione del Tycoon si nasconde un lungo braccio di ferra tra Berlino e Washington. In parte l’amministrazione Trump ritiene che la Germania non si stia impegnando per portare le spese militari sopra il 2% del Pil come da indicazioni Nato, dall’altro mostra una certa preoccupazione per una posizione accomodante dei tedeschi nei confronti della Russia, in particolare per quanto riguarda la costruzione del gasdotto Nord Stream 2.

Il ridimensionamento cui stanno pensando gli Usa porta con se rischi logistici molto delicati. Anche se le truppe nel Paese sono circa il 15% di tutte quelle nel continente, le basi e i centri in terra tedesca sono stati fondamentali per la postura americana. A Stoccarda si trovano sia il comando per le operazioni in Europa che per l’Africa. A Grafenwöhr c’è la guarnigione più grande fuori dagli Stati Uniti, mentre la base di Ramstein è uno snodo fondamentale per le operazioni coi droni armati in Pakistan, Afghanistan, Somalia e Yemen. Non solo. Il Landstuhl Regional Medical Center negli anni ha curato oltre 95 mila soldati feriti nei conflitti in Iraq e Afghanistan. Secondo il piano disegnato dal Pentagono il ritiro dovrebbe iniziare alla fine del 2020 ma richiederà diversi miliardi e parecchio tempo per essere implementato. Questo perché diverse basi andranno chiuse e altre create. Ad esempio, scrive Associated Press, il comando per le operazioni in Europa, e quello per le operazioni speciali verranno trasferiti in Belgio.

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Verso un travaso dalla Germania alla Polonia

Per tutti questi motivi l’intento di portare le forze americane in Germania sotto i 25 mila uomini va progettato nei minimi particolari. Ma nasconde strategie che vanno al di là di una superficiale rivalità tra Angela Merkel e Donald Trump. Robert O’Brien, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa, in un intervento sul Wall Street Journal del 22 giugno scorso, ha spiegato che la scelta di ridurre il contingente in terra tedesca dipende da nuove necessità strategiche, nello specifico per fronteggiare la competizione con Cina e Russia. In particolare, scrive O’Brien, gli uomini verranno spostati nello scenario Indo-Pacifico e soprattutto in altri Paesi Europei, e questo riporta il discorso sulla Polonia.

Verso fine giugno il presidente polacco Andrzej Duda è voltato direttamente a Washington per un incontro con Trump. Sul piatto, oltre alla complessa gestione Covid, ovviamente la questione militare. Nel comunicato congiunto si legge chiaramente che i due Paesi intendono sviluppare piani per aumentare i legami militari e soprattutto incrementare la capacità difensiva e deterrente di Washington in terra polacca.

Il documento non ha nominato movimenti di uomini o mezzi, ma la determinazione di Varsavia resta. Dal 2014 il governo polacco sta spingendo per avere un contingente americano corposo e stabile sul suo territorio. Nel 2018 l’esecutivo si era addirittura spinto a offrire due miliardi di dollari per convincere Washington a costruire una propria base sul territorio. Mentre nel 2019 i due Paesi avevano siglato un’altra intesa per costruire nel Paese il quartiere generale per una nuova divisione, un centro di addestramento e una struttura per uno squadrone di velivoli senza pilota.

Sicuramente la pandemia ha reso tutto più complicato, ma per il momento sembra escluso un eccessivo disimpegno americano nell’area, almeno fino al 2021. Questo sia per l’incertezza dovuta all’anno elettorale americano, sia al fatto che i soldi richiesti dal Pentagono per il rinnovo del dispositivo EDI per il prossimo anno si attestano a 4,5 miliardi di dollari, una cifra in calo ma in linea con i piani degli ultimi anni.

Questo è il secondo episodio di una serie di approfondimenti sulla presenza militare americana nel mondo. L’episodio pilota si può leggere qui. Il terzo riguarderà invece il lungo ritiro dallo scenario Mediorientale. Il quarto si soffermerà invece sulla nuova frontiera asiatica e sul contenimento della Cina. Il quinto, invece parlerà dell’impronta americana in Africa, tra operazioni fantasma e basi nel deserto. 

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