Se Europa e Medio Oriente stanno vivendo un reflusso nella presenza americana, lo scenario cambia completamente se si guarda all’Asia. Già sotto la presidenza di Barack Obama la policy di Washington nei confronti del Continente era cambiata. Sotto la presidenza Trump il “pivot to Asia” obamiano si è via via trasformato in una contrapposizione serrata con la Cina.

Questa nuova postura avrà presto delle conseguenze dirette, anche perché basta osservare l’attuale disposizione di basi e truppe per capire che nel prossimo futuro qualcosa cambierà. Partiamo dunque da qui e dai dati raccolti da David Vine per “Base Nation”. Oggi in tutta l’Area che va dall’Oceano Indiano al Pacifico Occidentale si possono contare circa 300 strutture, un centinaio delle quali catalogate come lily-pad, le piccole istallazioni che spesso sono condivise con altre truppe, o che comunque ospitano meno di 200 uomini.

Molte di queste strutture sono concentrate in pochi Paesi: oltre 250 sono distribuite tra Giappone (120), Corea del Sud (80) e l’Isola di Guam (50). Il dispiegamento delle truppe ovviamente segue questi numeri. Nel Paese del Sol Levante sono oltre 55 mila, nella vicina Corea 26 mila e 6 mila a Guam. In generale rispetto al periodo della Guerra Fredda il numero di soldati Usa nella zona è diminuito passando dai 1840 mila del 1987 ai circa 131 mila odierni. Questa contrazione va però messa in prospettiva, basti pensare che nello stesso lasso di tempo l’Europa è passata da 354 mila a 66 mila.

Il porto di Yokosuka a Tokyo che ospita navi e portaerei americane

La nuova Asia

Gran parte delle truppe e delle basi americane tra Tokyo e Seul sono state create per contenere più che altro la Corea del Nord, ma non sono in grado di adattarsi in modo flessibile all’ascesa cinese. Per avere un’idea della minaccia incombente per gli interessi americani basta osservare le spese militari della Repubblica popolare. Nel 2019 il budget ufficiale per le spese militari sarebbe stato intono ai 178 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 167 al 2018. Ma anche su questi numeri non c’è certezza. Secondo il think tank svedese Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) le reali spese per l’esercito cinese ammonterebbero a 261 miliardi. Cifre ogni anno sempre più consistenti.

A questo si aggiungono anche altre valutazioni chiave. Come ha messo in luce anche la Nikkei Asian Review, la nuova centralità dello scenario asiatico rispetto a quello Europeo e Medio Orientale, si accompagna alla necessità di ripensare al modo in cui il Pentagono si pone nell’area. Questo perché si passerà da una logica legata al combattimento su terra, i famosi Boots on the ground, a quella legata alla guerra marina e aerea.

Questo dovrebbe spingere il dipartimento della Difesa a spostare alcuni investimenti verso Marines, aviazione e marina. Nel caso di una contrapposizione militare tra americani e cinesi, infatti, si dovrà combattere con Marines, navi e mezzi aerei, questo per le caratteristiche specifiche del possibile campo di battaglia. Le isole del Mar Cinese Meridionale o del Mar Cinese Orientale o ancora gli atolli del Pacifico.

Le richieste del Pentagono al Congresso

All’inizio di aprile l’Indopacom, il Comando delle Forze armate degli Stati Uniti per l’Indo-pacifico, ha depositato al Congresso un rapporto con le richieste di spesa per il periodo 2021-2026 per mettere in sicurezza gli interessi americani in tutta l’area. Nel dossier titolato Regain the Advantage, il comando ha chiesto circa 21 miliardi di dollari da dividere tra dislocamenti, equipaggiamenti e strutture.

La lista della spesa comprende varie cose. La prima chiede la creazione di una serie di nuovi centri di intelligence da condividere con gli alleati, in primis Australia e Nuova Zelanda. Ma, si legge ancora nel dossier, le partnership andrebbero estese a tutti gli alleati del Sud-Est asiatico. I soldi servirebbero inoltre per creare un nuovo centro antiterrorismo, e una sorta di fusion center per l’Oceania. Il piano di spesa prevede anche la costruzione di un nuovo sistema di missili a Guam e in altri atolli della cosiddetta seconda catena di isole, uno dei due cerchi ideali di isole che idealmente contengono la Cina.

Tra le richieste anche nuovi radar di istallare alle Hawaii e Palau, ma anche in altre location con l’obbiettivo di tracciare in modo più efficace il DF-ZF, il missile ipersonico cinese operativo dall’ottobre 2019. Anche sul fronte militare le richieste sono importanti. L’idea è quella di aumentare le dotazioni militari, in primis con l’afflusso di una maggiore quantità di missili Tomahowk, soprattutto per la marina, puntando ad aumentare la presenza di missili di medio raggio. Vettori in passato vietati dal trattato Inf dal quale Trump si è ritirato completamente nell’agosto del 2019.

L’atollo con la base americana di Diego Garcia

Verso la nuova policy indo-pacifica

Nel breve periodo intanto il Congresso sta lavorando alla nuova National Defense Authorization Act, la legge federale che regola le spese del dipartimento della Difesa. Il provvedimento è ancora in lavorazione ma dovrebbe attestarsi intorno a 740 miliardi, anche se sulla valutazione finale peserà sicuramente l’epidemia di coronavirus. Uno dei temi caldi dentro questa nuova legge di bilancio per il Pentagono è sicuramente la situazione nell’Indo Pacifico. Per il momento la battaglia si sta giocando nelle due commissioni delle forze armate di Camera e Senato, con ben tre proposte simili in tema di deterrenza alla Cina. Due si contrappongono alla Camera con una proposta da 6 miliardi del deputato repubblicano Mac Thornberry e una del capo della commissione, il dem Adam Smith, da 3,6 mld. E una depositata invece nella commissione del Senato dal valore di circa 6 miliardi.

L’idea alla base delle proposte è quella di proporre una Pacific Deterrence Initiative molto simile alla European Deterrence Intiative varata negli anni di Obama per frenare la Russia in Europa. Per avere un’idea più chiara di cosa ci sarà in questa iniziativa sarà necessario aspettare i prossimi mesi, ma molti deputati repubblicani sono convinti di poter trovare un accordo coi dem.

Il capo della commissione al Senato, Jim Inhofe ha co-firmato un editoriale su The Diplomat, in cui si è detto certo di una convergenza tra i due partiti in modo da ridisegnare il modo in cui funziona la deterrenza nell’area. Scendendo nel dettaglio uno degli aspetti più importanti ruota intorno la necessità di rifocalizzare le risorse, cioè creare una rete difensiva più distribuita, maggiori depositi di carburante e munizioni e ovviamente più armi e sistemi di difesa missilistici.

La direzione verso la quale andare

Al di là degli importanti aspetti come la deterrenza missilistica, il cuore della questione è legato alla “rete difensiva distribuita”. Il concetto è stato ben specificato poco meno di un anno dal segretario della difesa Mark Esper. Parlando al Naval War College, il segretario ha ribadito la necessità di espandere la localizzazione delle basi nel Pacifico. «Dobbiamo essere presenti nella regione», ha spiegato Esper, «Non ovunque ma dobbiamo essere nelle location chiave, per questo dobbiamo investire in zone in cui non eravamo presenti».

Una delle ipotesi sul piatto è che questi insediamenti possano essere temporanei, un modo per massimizzare la flessibilità delle truppe e il rapporto con gli alleati. Eric Sayers, analista per il think tank Centre for a New American Security, ha detto che non si dovrebbe ragionare in termini di basi permanenti, ma in termini di mobilità delle truppe e capacità strategica. Per un altro analista, Patrick Cronin dello Hudson Institute sentito da Defense News, nella grande fascia indo-pacifica servono una miriade di access point da sviluppare con agli alleati.

L’idea di molti sarebbe quella di coinvolgere tutti quegli attori intimoriti dall’assertività cinese, in particolare Singapore, Thailandia, Filippine e Vietnam che potrebbero rappresentare i partner perfetti per rapporti flessibili. Manila per decenni è stata una dei punti di appoggio privilegiati per Washington, ma i rapporti si sono fatti più tesi dopo l’elezione di Rodrigo Duterte nel 2016. Nonostante questo la speranza del Pentagono è quella di dare seguito all’accordo di cooperazione siglato nel 2014. L’intesa, pur non permettendo di avere basi permanenti solo americane, concede alle truppe Usa di stazionare nelle Filippine per periodi prolungati. Il modello, simile a quello attuato nell’Est Europa, potrebbe essere esteso anche in Vietnam.

Ad agosto ricorre il 25esimo anniversario della normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Washington e Hanoi. L’occasione, pandemia permettendo, potrebbe rilanciare un modello simile a quello filippino aprendo alle porte di un ritorno di truppe americane nel Paese dopo la disastrosa esperienza della guerra del Vietnam.

Una strada in salita

Le decisioni che il Congresso prenderà nei prossimi mesi avranno un notevole impatto nei modi con cui gli Stati Uniti intendo allargare la loro presenza in Estremo Oriente. La linea di una presenza diffusa sembra essere tracciata, ma le insidie non mancano. In questo senso il caso della Papua Nuova Guinea è emblematico. Nel 2018 Usa e Australia avevano trovato un’intesa con il governo di Port Moresby per l’allargamento della base militare Lombrum nell’isola di Manus. Due anni dopo, con i lavori ancora in corso, le autorità locali hanno iniziato una sorta di marcia indietro. Il ministro degli Esteri papuano, Patrick Pruaitch, a inizio giugno ha annunciato l’intenzione di rivedere l’intesa con australiani e statunitensi.

C’è infine un altro aspetto che il dipartimento della Difesa non può dimenticare. Per l’ammiraglio in pensione Gary Roughhead il Pentagono non dovrebbe tanto preoccuparsi di rinforzare le navi da guerra o i sistemi missilistici, ma anzi concentrare le sue risorse da un altra parte. “Abbiamo trascurato la logistica e la logistica è il modo in cui questo paese ha vinto le guerre”, ha spiegato a Business Insider. Per Roughhead le navi impegnate nei riferimenti sarebbero il primo target in caso di attacco cinese, per questo rinforzare questa catena è la parte essenziale. Durante le ultimi guerra combattute dagli americani la logistica è stata quasi data per scontata, ma nel vasto contesto del Pacifico è una leggerezza che non si può commettere.

Il rischio è di avere porti vulnerabili perché all’interno del range dei missili cinesi, ma soprattutto di avere un sistema di rifornimento delle navi, dal cibo alle munizioni, farraginoso. Secondo Bryan Clark dello Hudson Institute, l’attuale rete di approvvigionamenti per le forze americane non è progettata per una Marina più distribuita e questo perché la flotta di navi dedicate ai rifornimenti è piccola e composta da grandi navi. Un aspetto che andrà affrontato per non dare alla Cina la sensazione di avere davanti un gigante di piedi di argilla.

Questo è il quarto episodio di una serie di approfondimenti sulla presenza militare americana nel mondo. L’episodio pilota si può leggere qui. II secondo episodio riguardava il deflusso europeo, dalla ritirata in Germania alla presenza flessibile nell’Est Europa. Il terzo si soffermava invece sul lungo ritiro dallo scenario Mediorientale. Il quinto, invece racconterà dell’impronta americana in Africa, tra operazioni fantasma e basi nel deserto. 

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