Tenere traccia delle operazioni americane in Africa non è semplice. Ufficialmente il Pentagono smentisce un coinvolgimento massiccio. Si limita a timide considerazioni e conferma che la sola base a stelle e strisce attiva nel continente è quella di Camp Lemonnier, in Gibuti. In realtà uomini e mezzi americani sono presenti in quantità sul suolo africano.

Grazie a una richiesta di accesso agli atti, il sito The Intercept è riuscito a mettere le mani su alcuni documenti dell’Africom, che certificano come l’impronta statunitense sia molto più estesa. Nei documenti si scopre che gli avamposti sono ben 27 distribuiti in 15 Paesi. Molti di questi sono concentrati tra Africa Occidentale e Corno d’Africa. Le autorità hanno poi stilato una sorta di classificazione distinguendo le strutture in “Enduring” e “Non-Enduring”.

Nella prima categoria, nella quale ricadono 15 strutture, ci sono tutte quelle basi che forniscono “un accesso strategico per supportare gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.” Le seconde, denominate anche “posizioni di emergenza” sono invece dei punti di appoggio per operazioni di contingenza o limitate. Però anche qui non è chiaro quanto siano attive dato che possono essere a loro volta classificate come semi permanenti.

Rispetto ai dati del 2018, fa notare The Intercept, il numero di avamposti è diminuito di circa sette unità. Due anni fa, infatti. la posizioni identificate erano state 34. Il problema è che non è stato semplice identificare quelle chiuse. Facendo un confronto tra i documenti ottenuti dal portale in due anni diversi si scopre che una delle strutture in chiusura è la base di Gaborone, in Botswana; mentre altre quattro sono classificate come strutture secondarie, in particolare Faya Largeau in Ciad, Lakipia in Kenya, Benina in Libia e Gao in Mali. Non è però stato possibile individuare le altre due strutture chiuse, ma il dipartimento della Difesa ha ribadito che non si tratta di altre strutture chiuse in Libia, già smantellate per la forte instabilità nel Paese.

L’ambiguità del Pentagono

Nonostante i documenti, il dipartimento della Difesa continua a mantenere una certa ambiguità. Pubblicamente i portavoce affermano che l’impegno americano nel continente è molto limitato. Ma nelle audizioni alle commissioni Difesa di Camera e Senato ufficiali e comandanti dell’Africom continuano a sostenere la necessità di una presenza costante e strutturata. A inizio maggio il magazine d’inchiesta sudafricano Mail & Guardian è entrato in possesso di alcuni leak dell’Africom che rivelano un piano strutturato per rinforzare l’attuale network di basi, con strutture snelle e di basso profilo. Nei documenti si legge di un progetto da 330 milioni con una lista di strutture prioritarie da sviluppare tra il 2021 e 2025.

Negli stessi documenti, continua il magazine, è scritto che il piano potrebbe essere esteso e ampliato con un arco di circa 20 anni. Tra i dettagli del dossier ben 12 progetti da realizzare in tre Paesi: Niger, Gibuti e Kenya. Ma gli americani non si muovono solo attraverso strutture proprietarie. In molti casi si appoggiano a basi dei paesi ospitanti. E qui risulta molto difficile mapparne la presenza. Due esempi di questa presenza ombra sono le strutture di Theis, in Senegal e Singo, in Uganda. Ufficialmente controllate dai governi locali, ma usate anche da personale americano.basi usa africa mappa

Questo rende molto difficile anche sapere quante sono le truppe stanziate. Una stima parla di circa 6 mila uomini sparsi dal Sahel fino al Corno d’Africa. Molti di questi, circa 4 mila, si trovano a Camp Lemonnier, altri 500 sarebbero invece quelli delle forze speciali in Somalia e 1200 circa quelli impegnati in West Africa.

Niger: la frontiera della lotta al jihadismo

Negli ultimi anni uno degli scenari in cui gli americani si sono mossi di più è stato il Niger. Nel Paese, che ospita almeno sei basi, ci sarebbero circa 800 uomini. La luce sulle operazioni americane nel Paese si è accesa nell’ottobre del 2017 quando quattro soldati americani sono rimasti uccisi in un’imboscata jihadista nel cuore del deserto nigerino. Il commando stava lavando con le forze di sicurezza del Paese nel centro di Oullam nell’ambito di un’operazione antiterrorismo in Africa Occidentale denominata Juniper Shield.

Ma il coinvolgimento non si ferma qui. Nell’avamposto di Diffa nel Sud-Est del Paese le unità speciali si occupano dell’addestramento delle forze di intervento del Niger che operano nell’area del Lago Ciad, mentre in un altro distaccamento, ad Arlit, svolgono operazioni e addestramenti per l’antiterrorismo.

Ma il Niger è uno snodo chiave anche per la base aerea da 110 milioni di dollari realizzata ad Agadez e costruita per ospitare droni americani che operano in tutto il Sahel e nel Nord Africa. I progetti dell’Africom prevedono anche l’estensione di questa base con nuove strutture da realizzare nel 2021 e 2022 per migliorare le operazioni di sorveglianza. Nei leek di Mail & Guardian si legge che per il comando americano in Africa il Niger è centrale nelle operazioni antiterrorismo per almeno i prossimi 10-20 anni.

Corno d’Africa: l’avamposto per la lotta ad Al-Shabaab

Il secondo punto caldo per gli americani è rappresentato dal Corno d’Africa. Oltre alla già citata Camp Lemonnier e alla base di Manda Bay in Kenya – assaltata in gennaio da miliziani di Al-Shabaab – gli americani hanno almeno cinque avamposti in Somalia e programmano di ampliare le operazioni con almeno altre tre strutture “non-enduring” nelle zone meridionali del Paese.

L’altro grande investimento nella zona riguarda il Gibuti. Oltre all’allargamento della capienza di Lemonnier fino a 5 mila uomini entro il 2025, il programma è quello di creare altri punti di appoggio nel piccolo paese affacciato sullo stretto di Bab el-Mandeb. Gia nel 2015 Washington aveva messo le mani sul campo di volo di Chabelley trasformandolo in un punto di partenza per missioni coi droni in Africa, Yemen, Iraq e Siria. I diritti di sfruttamento per la base, usata anche per operazioni della Delta Force in Somalia, scadranno nel 2024, ma potranno essere rinnovati fino al 2034. Per questo motivo sono pronti altri investimenti per ampliare e fortificare la struttura.

Persino la base di Manda Bay otterrà nuovi fondi, circa 34 milioni di dollari, per migliorare il sito e renderlo più resistente agli attacchi dei qaedisti di Al-Shabaab. Sul piatto ci sarebbe l’allungamento della pista di volo, un miglioramento degli alloggi per portare nel centro altre 325 unità di personale.

Le operazioni fantasma con gli “127-echo programs”

Rispetto ad altri scenari dove è forte la contrapposizione tra potenze, come quella con la Russia in Europa e quella contro la Cina in Asia orientale, il fronte africano resta legato alla lotta al terrorismo. E in questo gli Usa restano ampiamente coinvolti. Il generale di brigata in pensione Don Bolduc, che ha servito nell’Africom fino al 2015, ha raccontato che tra il 2013 e 20107 le forze speciali americane sono entrate in azione in 13 Paesi africani. Un’inchiesta di Yahoo News pubblicata circa un anno fa ha rilevato che sono state almeno 36 le operazioni compiute da soldati americani sul suolo africano.

A queste vanno contate anche otto incursioni denominate “127-echo programs”. Le 127-echo sono dei dispositivi che danno mandato alla forze speciali di utilizzare unità militari locali come proxy in missioni legate alla lotta ai gruppi terroristici, le cosiddette VEO. Queste unità vengono gestite dalla Joint Special Command che controlla la Seal Team 6 della Marina e la Delta force dell’esercito. Le 127-echo sono composte da 80-120 uomini e operano con l’assistenza dei comandi americani.

Questo tipo di operazioni non occupano direttamente forza combattente americana ma restano sotto il controllo dagli Stati Uniti, pagati sempre dal Pentagono, ma allo stesso tempo nell’ombra. Sono difficili da individuare e confermano ancora una volta che il coinvolgimento di Washington è tutt’altro che superficiale e limitato.

Questo è il quinto e ultimo episodio di una serie di approfondimenti sulla presenza militare americana nel mondo. L’episodio pilota si può leggere qui. Il secondo episodio riguardava il deflusso europeo, dalla ritirata in Germania alla presenza flessibile nell’Est Europa. Il terzo si soffermava invece sul lungo ritiro dallo scenario Mediorientale. Il quarto, invece ha raccontato la nuova frontiera asiatica e il contenimento della Cina

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