Dal Golfo Persico all’Australia, passando per l’hub strategico più importante dell’Oceano Indiano: Diego Garcia. Le forze aeronavali del Regno Unito e degli Stati Uniti stanno blindando le loro basi nelle acque a sud dell’Asia per costruire una vera e propria cintura di fuoco e di controllo delle principali rotte oceaniche. Quelle che collegano i grandi porti dell’Estremo Oriente all’area più vicina all’Africa e e che lambisce anche l’area di azione delle potenze europee.

L’accordo Aukus tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia, quello che riguarda anche (se non soprattutto) la vendita di sottomarini a propulsione nucleare a Canberra, è solo l’ultimo atto di una serie di azioni messe in piedi da Londra e Washington. L’obiettivo è quello di controllare i flussi commerciali e militari provenienti o diretti verso le basi cinesi, ma anche un segnale. Un avvertimento nei confronti di Pechino che quanto accade nel Pacifico riguarda anche un altro oceano, quello Indiano, che il Pentagono ha “unito” al primo formando quella grande regione chiamata Indo-Pacifico. Un’invenzione che non è solo una finzione strategica, ma un chiaro messaggio politico: il nome implica un destino, una lettura, una precisa narrazione. Se non c’è un solo oceano, ma due oceani, vuol dire che non c’è solo una potenza, ma tante: il mare, per definizione senza confini, diventa così palcoscenico per tutti gli attori di una regione più grande, indissolubilmente legati nelle azioni e nei destini. Parlare di Pacifico significa parlare di Estremo Oriente e Oceania. Parlare di Indo-Pacifico, significa inserire immediatamente l’India ma guardare anche oltre, verso le coste occidentali di quell’enorme specchio d’acqua che lambisce le coste africane e mediorientali.

Infografica di Alberto Bellotto

Di qui la necessità per Stati Uniti e Regno Unito di costruire una trama strategica che non sia limitata nello spazio a categorie superate dalla prassi. Duqm, in Oman, non è solo una base mediorientale, ma un centro nevralgico che collega la proiezione di forza anglo-americana nel Vicino Oriente fino alle profondità oceaniche. Il 12 settembre del 2020, il segretario alla Difesa britannico Ben Wallace annunciò lo stanziamento di 23,8 milioni di sterline per l’espansione della base omanita affermando che avrebbe triplicato le dimensioni facilitando “gli schieramenti della Royal Navy nell’Oceano Indiano”. Un segnale particolarmente interessante dal momento che un avamposto militare nel Mare Arabico veniva ampliato espressamente per proiettarsi sull’Oceano Indiano nonostante gli enormi interessi britannici e soprattutto americani nel Golfo Persico e nell’area verso Bab el Mandeb. Parole che implicano non tanto disinteresse verso il Golfo e quelle rotte (impossibile anche solo per la storia della Gran Bretagna e per gli obiettivi degli Usa) ma semmai unità di scacchiere. Nulla, nella fluidità dell’Indo-Pacifico, è lasciato al caso. Del resto, come ricorda il Washington Institute, anche l’India ha confermato e rafforzato l’accordo di difesa con l’Oman inviando nella stessa base di Duqm sottomarini e aerei P-8I. Ed è assolutamente lecito ritenere che quello possa essere uno dei principali avamposti americani per eventuali operazioni di soffocamento dell’azione cinese nella regione.

A migliaia di chilometri di distanza da Duqm, un’altra base tra i Territori britannici nell’Oceano Indiano, Diego Garcia, rappresenta un altro anello della catena per blindare la Cina e il controllo del mare. Immersa completamente all’interno di questo enorme specchio d’acqua a sud dell’India, l’isola, condivisa dalle forze Usa e britanniche, rappresenta ormai un hub strategico di fondamentale importanza. Soprattutto dopo l’investimento di Londra e Washington in Aukus ma anche con la decisione di Boris Johnson di inviare la propria flotta in modo permanente nelle acque dell’Indo-Pacifico. Una svolta impressa con la spedizione del gruppo d’attacco della portaerei Queen Elizabeth. Lo ha spiegato anche Alessio Patalano, professore del King’s College di Londra, a Nikkei Asia. “Diego Garcia opera come il collante che mantiene l’Oceano Indiano occidentale collegato, operativamente, alla parte orientale della regione dell’Oceano Indiano” ha spiegato il professore. Punto di congiunzione perfetto tra l’est e l’ovest dell’oceano.

L’Australia offre a questo punto il terzo polo perfetto per una forma di soffocamento delle mire cinesi nella regione indo-pacifica. Canberra ha da tempo evidenziato di voler allontanarsi dalla pressione cinese in vista di una maggiore prossimità agli obiettivi Usa. E per questo motivo la firma dell’accordo con Washington e Londra va letta, più che in chiave anti-francese, come l’ultimo gesto di sfida nei confronti di Pechino. Tanto più che molti segnalano che la questione sottomarini debba essere posta sia nell’ottica del rafforzamento australiano, all’interno della nuova strategia di coinvolgimento alleato nota come “Integrated Deterrence”, sia per l’aumento della stessa proiezione Usa nel Pacifico e nell’area dell’Oceania. Proprio per questo motivo, alcuni analisti sostengono che Aukus possa implicare, quantomeno nel medio termine, l’utilizzo da parte del Pentagono delle basi australiane per i sottomarini nucleare della Us Navy. Non più quindi solo la rotazione di bombardieri e forze di terra, ma anche un maggiore utilizzo del territorio australiano come enorme rampa di lancio e torre di controllo dell’Indo-Pacifico: a partire dalla base di Perth, individuata da diversi esperti come uno dei veri fulcri di questa nuova strategia marittima anglo-americana.