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Indo-Pacifico, Europa, Medio Oriente. Gli Stati Uniti d’America rimettono mano alla “Global Posture” e indicano, dopo quasi un anno dall’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca, le priorità strategiche. I punti essenziali su cui convergono molti osservatori sono tre. In primo luogo, l’assenza di una vera e propria rivoluzione. La “review” della postura globale degli Stati Uniti appare, come ha spiegato anche Ferruccio Michelin una conferma di una tendenza strategica di cui non sembra difficile cogliere gli albori già dai primi mesi della presidenza Biden ma anche dai suoi predecessori. E a parte alcune nette prese di posizione in contrasto con Donald Trump, non vi sono espressi concetti rivoluzionari o comunque sorprendenti rispetto alle linee guida già espresse da Biden e dal suo segretario alla Difesa, Lloyd J. Austin III.

Fortificare il Pacifico

Il secondo punto è il fatto che i due grandi obiettivi di Washington rimangono la Russia e la Cina, con quest’ultima a farla da padrona nello scacchiere mondiale e nell’agenda americana. L’Indo-Pacifico, confermano le nuove linee della Global Posture Review, sarà ulteriormente blindato con misure che, secondo il Pentagono, sono tese a rafforzare il partenariato con gli Stati alleati della regione, il potenziamento delle infrastrutture militari di Guam e in Australia e con la priorità data anche alle installazioni militari nelle isole del Pacifico.

Il piano, citato pubblicamente solo il 29 novembre, mostrerebbe anche il desiderio di rafforzare la presenza militare in Corea del Sud con nuovi arrivi di elicotteri e mezzi di artiglieria, a dimostrazione che gli Usa non dimenticano il delicato sistema della penisola coreana. Novità importanti ma comunque, come detto, perfettamente in linea con quanto già fatto o ipotizzato da Biden e dalle altre amministrazione americane degli ultimi tempi. E l’ultimo accordo sui sottomarini nucleari all’Australia, l’ormai noto Aukus, così come il miglioramento della sinergia dell’alleanza Quad rientrano perfettamente in questo schema.

L’idea di Biden per l’Europa

Per l’Europa, Biden mostra di aver voluto cambiare approccio rispetto a quanto previsto da Trump. Ed è forse in questo quadrante che si confermano le maggiori divergenze rispetto al tycoon repubblicano. Per il Vecchio Continente, il Pentagono ha già espresso la volontà di rafforzare ulteriormente la capacità di deterrenza individuano ulteriori siti per blindare l’ombrello nucleare Nato. Ma è soprattutto per quanto riguarda i soldati in territorio tedesco e belga a manifestarsi il cambio di regime rispetto a Trump. Dopo le ipotesi di congelamento delle truppe proposte dall’ex presidente Usa, con cui si certificava la chiusura di sette basi tra Belgio e Germania e il tetto di 25mila unità presenti nell’area, gli Stati Uniti cancellano queste intenzioni ripristinando il sistema precedente alle ultime decisioni di The Donald.

Una volontà di garantirsi i legami con l’Europa che risulta particolarmente importante soprattutto alla luce delle recenti tensioni con la Russia, con cui Biden sembra intenzionato a portare avanti una politica “duale” di dialogo con Vladimir Putin ma allo stesso tempo di forte rafforzamento dell’apparato militare. Un rapporto a doppio binario che è stato confermato anche durante il recente vertice Nato a Riga, in cui Anthony Blinken, segretario di Stato Usa, ha avvertito Mosca sulle prove in possesso dell’intelligence su una possibile invasione dell’Ucraina. Accuse che arrivavano mentre dagli Stati Uniti qualcuno ha parlato di un nuovo futuro incontro Biden-Putin.

Il nodo mediorientale

Sul fronte mediorientale, e qui rientra il terzo punto analizzato da molti, è l’immagine di un’America meno restia ad accettare il ruolo di “leader”, anche se in fondo senza particolari pretese di rivoluzioni. Le cose non stanno andando per il percorso auspicato da Biden e lo dimostra il rapporto con l’Iran, ancora molto teso. Il negoziato sull’accordo per il programma nucleare procede molto a rilento, la nuova leadership della Repubblica islamica non appare intenzionata a cedere. E nel frattempo Israele prova ad accelerare facendo capire a Teheran di poter colpire i siti missilistici e nucleari quando meglio credo.

Dopo il caos successivo al ritiro dall’Afghanistan e gli evidenti problemi anche nel posizionamento di nuove basi tra Medio Oriente e Asia centrale, gli Stati Uniti sembravano intenzionati a riprendere in mano le redini con strategie più nette. Invece ora è vero che dalla Global Posture Review Washington appare intenzionata a non apparire come la potenza che abbandona il campo. In Iraq e Siria, il Pentagono intende rimanere e si fa riferimento alla guerra contro lo Stato islamico. Ed è vero anche  che sembra essere fondamentale per Austin e per il presidente Usa ribadire le “responsabilità globali” di Washington. Un richiamo esplicito che serve a ribadire che il Pentagono deve avere la “capacità di schierare rapidamente le forze nella regione in base alle minacce”, ma senza dare indicazioni precise su come e quando avverrà tutto questo. E soprattutto contro chi.

Discorso diverso per l’Africa, dove gli Stati Uniti forse qui in modo un po’ sorprendente sembrano ambire a un ruolo meno incisivo tanto da auspicare un maggiore coinvolgimento delle partnership regionali ribadendo allo stesso tempo la necessità che la Difesa “abbia una posizione adeguatamente mirata per monitorare le minacce di organizzazioni estremiste violente regionali” supportando le “attività diplomatiche” americane e i partner locali. Messaggi che sembrano voler dimostrare un maggiore interesse, almeno in questo momento, per altri quadranti.

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