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Israele ha ribadito che Marwan Barghouti non sarà rilasciato. Il leader di Fatah, simbolo della resistenza palestinese, resta fuori dal nuovo accordo sul cessate il fuoco a Gaza e sullo scambio di prigionieri. Hamas lo aveva chiesto a gran voce, anche nei negoziati precedenti, compreso quello del 2024 e quello di gennaio 2025. Ma il suo nome non compare tra i 1.950 prigionieri palestinesi destinati a tornare a casa.

Nell’intesa, che prevede la liberazione di 20 ostaggi israeliani vivi e la restituzione dei corpi di 28 israeliani morti, la parte palestinese è ancora in evoluzione. Le liste vengono aggiornate di ora in ora: al momento si parla di 250 ergastolani e di oltre 1.700 palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre 2023. E tra questi ultimi, come scrive Middle East Eye, va ricordato che ci sono centinaia tra donne e bambini sequestrati a Gaza e detenuti senza accuse formali.

Chi è Marwan Barghouti

Ogni palestinese conosce il nome di Marwan Barghouti. Che si tratti di un abitante della Cisgiordania occupata, di Gerusalemme Est o di un sopravvissuto al genocidio di Gaza, il suo volto e la sua storia rappresentano da decenni la resistenza e l’unità nazionale.

Arrestato nel 2002 per il suo ruolo di primo piano nella Seconda Intifada (2000–2005), fu accusato da Israele di aver ordinato attentati suicidi con vittime civili , accuse che Barghouti ha sempre respinto.

Leader carismatico di Fatah, il partito che guida l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), è stato a lungo nel mirino di Israele non solo per il suo passato militante, ma anche per la profonda popolarità di cui gode tra i palestinesi. Non a caso, i sondaggi indicano che Barghouti — oggi 66enne — sarebbe il favorito assoluto in un’ipotetica elezione presidenziale, capace di battere l’attuale presidente Mahmoud Abbas – che pure non gode di grande sostegno a causa della debolezza ormai evidente dell’Autorità Palestinese e della sua età avanzata.

Pur appartenendo a Fatah, Barghouti è considerato una figura unificatrice, capace di parlare a tutto il popolo palestinese, in netto contrasto con l’immagine divisiva e logorata dell’attuale leadership. Nonostante sia dietro le sbarre da oltre vent’anni, la sua popolarità non è mai crollata.

Gaza City, 2017. Un palestinese dipinge un’immagine raffigurante il leader di Fatah, Marwan Barghouti.

Il leader che unisce, e per questo spaventa

È proprio questa capacità di unire a rendere Marwan Barghouti così scomodo.
Secondo Ismat Mansour, analista politico a Ramallah, “Barghouti può riavvicinare Fatah e Hamas e ricucire lo strappo tra Cisgiordania e Gaza. Hamas lo considera un simbolo di unità, mentre Abbas [Abu Mazen] è percepito come un divisore.”

Anche per questo Israele non vuole sentir parlare della sua liberazione.
Il politologo palestinese Khalil Shikaki spiega che “Israele teme che, una volta libero, Barghouti possa unificare i palestinesi. E Netanyahu non lo permetterà.” 

A conferma di quanto la sua figura resti scomoda, lo scorso agosto il ministro dell’ultradestra Itamar Ben Gvir ha pubblicato un video — riportato da The Guardian — in cui sbeffeggiava Barghouti, ancora rinchiuso nel carcere di Ganot. Oggi, l’immagine di Barghouti è molto diversa da quella delle sue foto più note. Non somiglia più al murale che lo ritrae a Ramallah, in Cisgiordania. Ma la sua popolarità non è svanita dietro le sbarre — e Israele lo sa.

La motivazione ufficiale, però, è un’altra. Come riporta Haaretz, Barghouti è considerato “un uomo con le mani sporche di sangue israeliano”, e per molti cittadini israeliani la sua liberazione sarebbe semplicemente inaccettabile.
Un argomento che, almeno in apparenza, sembra coerente — se non fosse che tra gli ergastolani che Israele si prepara comunque a liberare figurano anche persone condannate per gli stessi reati imputati a Barghouti.

Per questo, è probabile che il rifiuto netto di Netanyahu abbia radici politiche più che giudiziarie: Barghouti rappresenta un pericolo non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ancora può fare. Come sottolineano diversi analisti, la sua figura minaccia di ribaltare gli equilibri interni palestinesi e di restituire legittimità a un fronte nazionale che Israele preferisce diviso.

Secondo Middle East Eye, lo scorso 8 settembre, Steve Witkoff, inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, aveva già avallato e firmato una lista di prigionieri che includeva il nome di Barghouti. Poche ore dopo, però, il suo nome sarebbe stato rimosso unilateralmente dall’ufficio del primo ministro israeliano.

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