I movimenti attorno a Bakhmut hanno attratto l’attenzione di tutti gli analisti militari per capire se l’attesa controffensiva ucraina sia iniziata proprio dal caposaldo del Donbass a lungo conteso coi russi. Mancano le ufficialità e dal punto di vista prettamente strategico non è logico pensare che la grande controffensiva primaverile possa partire da quel tritacarne che ha provocato la morte di un gran numero di membri del personale militare di Kiev e dei galeotti prelevati da Evgeny Prigozhin per incrementare la potenza della sua Wagner. Ma guardando la partita in prospettiva si può capire molto della posta in gioco. La partita è militare, chiaramente, ma soprattutto politica. E prende le mosse da ciò che Mosca non ha fatto nell’inverno scorso: attaccare.

L’obiettivo di Zelensky: convincere l’Occidente che la guerra può esser vinta

La temuta offensiva russa non c’è stata, l’inverno scorso. Anche il contrattacco ucraino da tempo atteso latita. Scelta più che comprensibile da entrambe le parti: gli eserciti sono esausti e a corto di uomini e mezzi rispetto all’inizio delle ostilità. Kiev, in particolare, deve giocare bene le sue carte per il contrattacco contro gli invasori. Con i solidi rifornimenti militari arrivati, la controffensiva appare una necessità, un obiettivo e un obbligo morale. Ma l’Ucraina ha probabilmente una sola carta a disposizione: il capo di Stato Maggiore uscente Usa, nella lucida e realista intervista rilasciata a Foreign Affairs, ha di recente ricordato che una vittoria militare totale di una delle due parti è improbabile.

L’obiettivo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e del suo entourage è chiaro. L’epilogo della campagna di primavera non dovrà essere una totale svolta militare capace di produrre la cessazione delle ostilità per collasso di Mosca. Piuttosto, si mira a posizionare Kiev in una posizione migliore rispetto a quella attuale. Un risultato parziale ma sufficiente come risposta a chi da Bruxelles e da Washington sta instillando i primi dubbi sull’effettiva capacità dell’Ucraina di respingere con risolutezza l’armata di Putin. Un motto “la guerra continua” che non evochi i quarantacinque giorni pre-armistizio di Pietro Badoglio nel 1943, ma un churchilliano We shall never surrender, insomma. Ma in caso di fallimento dell’operazione militare, Kiev si troverebbe con uomini esausti e linee scompaginate. Ragion per cui la strategia dominante in questa fase è quella dissimulazione. E qui Bakhmut c’entra molto.

Bakhmut è un diversivo?

Le puntate ucraine nella zona di Bakhmut stanno avendo, secondo molti analisti che lavorano su fonti aperte, risultati non scontati. Li ha segnalati sul suo canale Twitter l’analista militare Emil Kastehelmi del Black Bird Group, segnalando la crescita della spinta di Kiev su Bohdanivka e Khromove, per isolare l’area di Bakhmut, non ancora del tutto ripulita dai russi.

Lo stato maggiore ucraino, e di riflesso Zelensky e i suoi consiglieri, stanno raccogliendo i primi frutti di una scelta politica messa in dubbio dai partner occidentali: quella di non abbandonare, ma di continuare a presidiare Bakhmut fino a un’eventuale capitolazione che però non c’è mai stata. In ottica militare, qualsiasi generale a bocce ferme avrebbe ordinato il ritiro delle sue truppe per preservare i suoi soldati. Invece l’ostinazione del governo, accettata dai vertici dell’esercito, pare sia stata premiata da un fattore tempo che invece di logorare esclusivamente l’Ucraina ha logorato anche il Cremlino e i suoi alleati, in particolare Prigozhin.

Il comandante della Wagner è intervenuto in un filmato pubblicato sul suo canale Telegram nel primo pomeriggio di venerdì 12 maggio, attaccando la leadership militare del Cremlino. “Le forze regolari dell’esercito russo si sono date alla fuga a Bakhmut”, ha detto l’oligarca. Il video, lungo 5 minuti, arriva dopo l’annuncio del portavoce del ministero della Difesa di Mosca, che parlava di “raggruppamento” in corso per assumere linee vantaggiose nel piccolo centro del Donbass. “Quello che ha detto Konashenkov si chiama fuga, non riorganizzarsi. Il ministero tenta di edulcorare la situazione, questo atteggiamento sta portando e porterà a una tragedia globale per la Russia. Perciò, dovremmo smetterla subito di dire bugie”, ammette Prigozhin, al centro di uno scontro diretto con Shoigu, a cui ha chiesto nuove munizioni (che però non sarebbero arrivate).

Il leader dei mercenari ha inoltre dato dei numeri precisi, per il momento impossibili da confermare, sul territorio perso nelle ultime 24 ore: “Oggi siamo retrocessi di 5 km. Gli ucraini sono a 500 m da Bakhmut, hanno liberato strada che collega città con Chasiv Yar”.

Il commento di Prigozhin alla ritirata “tattica” in atto a Bakhmut.

Gli obiettivi dell’Ucraina

In quest’ottica, non mollare Bakhmut serve a far rimanere in mano ucraina l’arma della dissimulazione. L’analista riporta infatti che la strategia ucraina potrebbe mirare a un duplice obiettivo. Da un lato, mettere di nuovo in campo quanto successo in autunno, quando la spinta verso Sud attirò truppe russe nella zona di Kherson prima che lo schwerpunkt dell’offensiva si posizionasse a Est, complice l’opera di disturbo dell’intelligence di Usa e Regno Unito sui flussi informativi russi. Dall’altro, qualora Mosca non distogliesse riserve dal fronte più vulnerabile, questa volta davvero quello del Sud, Kiev potrebbe tentare di rivendicare la riconquista della piccola Stalingrado del Donbass come importante successo politico capace di mandare un messaggio dinamico verso il Cremlino circa la sua volontà di resistenza.

L’imponente contrattacco concordato con l’Occidente non è saltato, ma è stato soltanto rimandato. Zelensky fa appello alla prudenza e chiede pazienza. La finestra d’attacco non si è esaurita. Eppure, da Bakhmut potrebbe essere partito un nuovo diversivo, l’ennesimo dopo quello che lo scorso autunno ha evidenziato le grandi carenze delle forze armate russe in fuga da Kharkiv e colte impreparate da una martellante propaganda ucraina di un’imminente offensiva a Kherson.

Insomma, Bakhmut chiave di volta per la guerra qualora lo scopo di questi contrattacchi locali fosse quello di costringere Mosca a spostare le sue brigate in soccorso dei miliziani e delle altre unità regolari che si stanno ritirando. Evitare un inatteso accerchiamento, pagando però il prezzo di un fronte sguarnito che favorirebbe gli sforzi di Kiev. Del resto anche gli account Osint russi iniziano a registrare ufficialmente le avanzate di Kiev.

Le difficoltà per Kiev sul fronte Sud

La “fortezza Bakhmut” cantata nei nuovi inni delle forze di Kiev rimane strategica come simbolo e come pivot militare. La piccola città del Donbass è ancora occupata per la maggior parte dai russi, ma il rischio che le difese collassino è diventato all’improvviso reale. Ma l’immensa linea del fronte si ferma sul delta del Dnipro, alle porte della Crimea, il bottino più goloso di questo conflitto. Insomma, l’interesse per i territori meridionali non verrà eclissato da questi movimenti a Bakhmut.

Il compito per gli ucraini si preannuncia infatti difficile. La controffensiva autunnale colse in contropiede truppe russe esauste, tendenzialmente demotivate e non fortificate. In inverno, invece, Mosca ha dato il via al consolidamento delle aree occupate, scenario previsto su queste colonne da Mirko Mussetti e Alberto Bellotto prima dello scoppio della guerra come “secondo tempo” di una possibile invasione russa a Est. Le immagini della ricognizione satellitare occidentale vedono un forte attivismo nel monitorare il profondo schieramento costruito da Mosca nelle alture, nelle reti di città e centri abitati strategici e nei luoghi chiave dove l’offensiva di Kiev potrebbe impattare. La rete satellitare europea Pleiades della Airbus ha ad esempio mostrato di recente l’ampio reticolato di forze schierato per una profondità di trenta chilometri dalla prima linea nel settore di Zaporizhzhia che, come ha ricordato il curatore del progetto Parabellum Mirko Campochiari potrebbe essere investito dalla parte più dura dell’attacco di Kiev.

Molto blindata anche la regione di Nova Kakhovka, dove i russi hanno catturato nei primi giorni di guerra una diga strategica per rifornire di energia la regione del Donbass e un bacino idrico chiave per garantire l’acqua dolce alla Crimea.

Quali scenari si aprono? 

L’Ucraina vede in definitiva l’offensiva, in questa fase, come migliore strategia di ampliamento in profondità delle sue capacità di difesa. E mira alle ricadute politiche di eventuali avanzate e a demoralizzare le truppe di Mosca. La Russia attende e si trova nell’incertezza tra il dispiegamento militare consolidato in questi mesi e il rischio di cadere nella trappola dei diversivi ucraini.

Per Mosca lo scenario ottimale è quello di un proseguimento della tenuta di Bakhmut che eviti accerchiamenti o feroci contrattacchi ucraini rendendo non necessario lo spostamento di truppe dai fronti più critici. Per Kiev quello di un accerchiamento di Bakhmut prodromico a uno sfondamento a Sud. Avente l’obiettivo segnaletico di mostrare che la guerra può continuare e le speranze di liberazione del Paese sono ottimali.

Molto dipenderà dalla tenuta delle truppe e del morale degli attaccanti, dalla possibilità che le nuove armi occidentali giochino per Kiev un ruolo di effettiva rottura e dalle implicazioni politiche della controffensiva. Ma la prospettiva è che alle attuale condizioni Zelensky non abbia una seconda cartuccia da sparare in caso di controffensiva non risolutiva. La quale aprirebbe, senz’altro, a rendere più plausibile la prospettiva di una “coreanizzazione” del conflitto.

Chi segue con attenzione la questione è l’Occidente a guida americana e britannica, decisivo nell’addestrare truppe, dare informazioni e fornire armi all’Ucraina per le manovre tardoprimaverili. Ma si pone il problema di cosa potrebbe succedere dopo. Rob Lee e Michael Kofman, due preparati analisti Osint, hanno pubblicato su Foreign Affairs un commento in cui ricordano che “ciò che seguirà questa operazione potrebbe essere un altro periodo di combattimenti di logoramento di durata indeterminata, ma caratterizzato da consegne di munizioni ridotte all’Ucraina” per le note problematiche industriali e politiche.

Questa, per Lee e Kofman, “è già una lunga guerra, ed è probabile che si protragga”, fatto che del resto secondo lo studioso Alberto Pagani è negli obiettivi del Cremlino. La storia, proseguono i due analisti “è una guida imperfetta, ma suggerisce che le guerre che durano per più di un anno probabilmente andranno avanti a lungo e sono estremamente difficili da concludere”. La sfida sarà “evitare una situazione in cui la guerra si trascina, ma in cui i paesi occidentali non sono in grado di fornire all’Ucraina un vantaggio” strategico decisivo. E il tempo stringe sempre di più prima che questa finestra si chiuda, forse inesorabilmente.

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