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Guerra

Badakhshan, oro e guerriglia: perché i talebani hanno eliminato il mullah Fateh e il comandante Haseeb

Un mullah arrestato, un comandante ucciso. Nel Badakshan i talebani fanno pulizia. Obiettivo: le miniere d'oro.
Afghanistan

La resa e la successiva detenzione del mullah Juma Khan Fateh e l’uccisione del comandante Haseeb Qowa-i-Markaz colpiscono due avversari molto diversi. Fateh era un dirigente talebano entrato in conflitto con il vertice; Haseeb apparteneva al Fronte nazionale di resistenza e combatteva apertamente il regime. Non esistono prove pubbliche sufficienti per affermare che le due operazioni siano state progettate insieme dalla Direzione generale dei servizi informativi talebani. Ma entrambe rispondono alla stessa esigenza strategica: eliminare nel Nord afghano qualsiasi centro armato capace di controllare territorio, uomini, collegamenti e risorse senza dipendere da Kabul o, più precisamente, dalla direzione talebana di Kandahar.

Fateh rappresentava la disobbedienza interna; Haseeb la resistenza esterna. Il primo dimostrava che l’Emirato non era monolitico; il secondo ricordava che la conquista del 2021 non aveva cancellato completamente le strutture militari del vecchio fronte settentrionale.

Fateh e la trasformazione dei vincitori in ribelli

Juma Khan Fateh era un comandante talebano tagico con una propria base sociale nei distretti settentrionali del Badakhshan. Proprio questa autonomia lo rendeva prezioso durante la guerra e pericoloso dopo la vittoria. I talebani conquistarono l’Afghanistan grazie a una struttura formata da comandanti locali, reti familiari, autorità religiose e gruppi capaci di finanziarsi autonomamente. Una volta raggiunto il potere, il vertice ha però dovuto trasformare questa coalizione militare in un apparato statale centralizzato. Il passaggio implica il disarmo dei comandanti, la sostituzione delle fedeltà personali con una catena di comando nazionale e il trasferimento delle rendite locali nelle mani del governo. Chi rifiuta diventa inevitabilmente un ribelle, anche se ha combattuto per vent’anni sotto la stessa bandiera.

Nel caso di Fateh, la frattura sarebbe nata dal controllo delle miniere d’oro, dalle nomine amministrative e dalla richiesta di sciogliere o integrare le sue forze. Dopo quasi una settimana di combattimenti nel distretto di Nusay, il comandante si è arreso insieme ad alcuni uomini ed è stato trasferito sotto il controllo delle autorità talebane.

La resa non è soltanto una vittoria militare. È un avvertimento rivolto agli altri comandanti tagichi, uzbeki e locali: nessuna legittimità conquistata sul campo consente di sfidare l’autorità centrale.

La miniera come banca del comandante

Nel Badakhshan l’oro non è soltanto una risorsa economica. È una forma di potere politico. Le attività estrattive, spesso artigianali o prive di autorizzazione, finanziano combattenti, permettono di acquistare carburante e armi e alimentano sistemi di protezione locale. Fonti afghane hanno riferito che il governo provinciale avrebbe inviato circa mille uomini per riprendere il controllo delle aree minerarie e avrebbe ordinato la chiusura di quasi duemila siti considerati illegali. Sarebbero stati distrutti impianti di lavorazione e arrestati comandanti, parenti e intermediari legati alle diverse fazioni talebane.

Questi numeri non sono verificabili in modo indipendente, ma indicano la dimensione del conflitto. Il governo non sta cercando soltanto di imporre la legalità: vuole trasferire verso il centro una parte crescente delle rendite minerarie. Il controllo delle concessioni consente inoltre di negoziare con investitori stranieri, in particolare cinesi. Una miniera amministrata da un comandante locale produce denaro e autonomia; la stessa miniera controllata dal governo produce entrate, relazioni diplomatiche e riconoscimento internazionale. La centralizzazione può aumentare le entrate dello Stato, ma rischia di espropriare le comunità dei benefici economici. Se i profitti vengono trasferiti altrove e alla popolazione restano soltanto danni ambientali, tasse e repressione, la pacificazione militare prepara la futura rivolta.

Haseeb e la guerra invisibile del Nord

Haseeb Qowa-i-Markaz, conosciuto anche come Haseeb Panjshiri, rappresentava una minaccia differente. Proveniva dalle strutture militari del precedente governo ed era diventato uno dei comandanti più visibili del Fronte nazionale di resistenza. La sua morte è stata confermata sia dal Fronte sia dal portavoce talebano. Le prime informazioni parlano di un’operazione condotta dopo l’individuazione dei suoi spostamenti. I particolari relativi al luogo, alle modalità dell’agguato e alle eventuali infiltrazioni rimangono però incompleti.

Se l’operazione è stata preparata attraverso una segnalazione interna, il risultato più importante non è l’uccisione in sé, ma la capacità dei servizi talebani di penetrare le comunicazioni della resistenza. In una guerriglia clandestina, conoscere il percorso di un comandante significa aver individuato almeno una parte della sua rete di collegamenti.

Haseeb possedeva esperienza, prestigio e rapporti personali difficili da sostituire. La sua eliminazione può ridurre temporaneamente la capacità del Fronte di coordinare le cellule fra Panjshir, Parwan, Baghlan e le province nordorientali. Non significa però che la resistenza sia stata annientata. Le Nazioni Unite hanno registrato decine di azioni rivendicate dai gruppi antitalebani, verificandone soltanto una parte e valutando che essi non costituiscano ancora una minaccia decisiva per il regime. La loro forza non consiste nel conquistare grandi territori, ma nel dimostrare che l’Emirato non può controllare ogni valle senza ricorrere a un apparato permanente di sorveglianza e repressione.

Il Badakhshan come cerniera geopolitica

Il Badakhshan confina con il Tagikistan, raggiunge la Cina attraverso il corridoio del Wakhan ed è collegato alle aree montuose che conducono verso Pakistan, Panjshir e Hindu Kush. È dunque contemporaneamente una periferia povera e una cerniera geopolitica.

Per la Cina rappresenta una possibile via di accesso alle risorse minerarie e una zona da proteggere dalla presenza di militanti uiguri. Per il Tagikistan è una frontiera difficile da controllare, caratterizzata da affinità linguistiche e familiari con le popolazioni afghane. Per la Russia è la soglia meridionale dell’Asia centrale. Per il Pakistan, infine, l’intero Afghanistan settentrionale rientra nel problema più ampio dei gruppi armati che attraversano le frontiere.

L’analisi originaria sostiene che i talebani vogliano trasferire combattenti stranieri fra Panjshir e Badakhshan per creare una fascia di protezione contro la resistenza e una base per operazioni jihadiste regionali. Questa ricostruzione non dispone, al momento, di conferme pubbliche sufficienti.

I rapporti delle Nazioni Unite descrivono tuttavia un ambiente permissivo per diverse organizzazioni armate internazionali, comprese Al Qaeda, il Movimento talebano pakistano e formazioni centroasiatiche. Questo quadro rende plausibile il rischio generale, ma non dimostra l’esistenza di uno specifico piano di trasferimento verso il Badakhshan.

I tre scenari possibili

Nel primo scenario, il governo riesce a disarmare i comandanti locali, elimina i principali dirigenti della resistenza e centralizza le miniere. Il Badakhshan diventa una provincia maggiormente controllata e una fonte regolare di entrate.

Nel secondo, la repressione produce una frammentazione permanente. I grandi comandanti scompaiono, ma piccoli gruppi continuano a colpire funzionari, mezzi e installazioni. Il regime controlla le città e le strade principali, senza riuscire a neutralizzare le reti montane.

Nel terzo, il trasferimento di combattenti provenienti da altre regioni o dall’estero altera gli equilibri etnici e provoca tensioni con le popolazioni tagiche e ismailite. La provincia potrebbe allora trasformarsi da problema interno afghano in questione di sicurezza per Cina e Asia centrale.

Il controllo non è ancora stabilità

La neutralizzazione di Fateh e Haseeb costituisce un successo per il regime. Ma controllare una provincia non significa renderla stabile. Nelle settimane precedenti erano stati uccisi il direttore provinciale dell’informazione e il sindaco di Faizabad, mentre altri attacchi hanno continuato a mettere in discussione la narrazione di una pacificazione completa.

I talebani possono conquistare le miniere, occupare i distretti e rimuovere i comandanti. Più difficile sarà costruire un ordine accettato dalle comunità locali.

Il Badakhshan mostra così il vero problema dell’Emirato: trasformare una vittoria militare in uno Stato senza distruggere gli equilibri locali che avevano reso possibile quella vittoria. Fateh e Haseeb sono stati neutralizzati perché rappresentavano due ostacoli differenti. Ma le cause che li avevano resi influenti — marginalizzazione, rendite minerarie, rivalità etniche e assenza di rappresentanza politica — sono ancora tutte presenti.

Fonti

https://amu.tv/category/afghanistan/taliban-internal-rift

https://amu.tv/244693

https://www.afintl.com/en/202605187049

https://www.afintl.com/en/202608205308

https://afghanislamicpress.com/en/news/107398

https://thekabultribune.com/en/0010867

https://unama.unmissions.org/sites/default/files/2026-03/SG%20Report%20Afghanistan%20S-2026-99.pdf

https://amu.tv/189627

https://globalwitness.org/en/campaigns/conflict-resources/war-in-the-treasury-of-the-people

https://apnews.com/article/4182dad323a9e831d286993888a31bb4

https://apnews.com/article/35ea4df990f4c75f2559d9a58ebcf5e3

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