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Un velivolo tipo Ilyushin Il-62M con le insegne dell’Aeronautica Russa è atterrato lunedì all’aeroporto Simon Bolivar di Caracas, in Venezuela. Lo stesso identico aereo che, lo scorso marzo, aveva trasportato in Venezuela circa 100 “consiglieri militari” russi scatenando le ire di Washington.

L’Ilyushin è stato riconosciuto da osservatori in situ e tramite le ben note app di identificazione dei voli che si possono scaricare online. Le marche del velivolo, RA-86496, hanno permesso di stabilire che si tratta dello stesso atterrato a Caracas a marzo il quale, in quella occasione e congiuntamente con un Antonov An-124, ha scaricato 100 uomini e 35 tonnellate di equipaggiamento per “soddisfare i contratti di tipo militare” tra la Russia ed il Venezuela.

Le immagini che ci sono pervenute tramite Reuters e riprese anche da RT Russia, non lasciano spazio a congetture o dubbi di sorta se raffrontate con quelle dello scorso marzo.

Ancora soldati russi per Maduro?

Questa volta però non sappiamo nulla della natura del viaggio in Venezuela del velivolo russo: nessun commento è stato ancora rilasciato dalle autorità venezuelane o dal Cremlino, e nemmeno Washington, per il momento, sembra aver rilasciato dichiarazioni al contrario di quanto avvenne a marzo.

In quella occasione la Casa Bianca accusò apertamente Mosca di ingerenza nelle questioni venezuelane che sono considerate dagli Stati Uniti come una sorta di “giardino di casa”. La presenza di 100 “consiglieri militari”, infatti, è stata vista come un effettivo e pragmatico sostegno al regime di Maduro che ha risvegliato a Washington il timore di una “soluzione siriana” alla crisi Venezuelana.

Il volo di marzo arrivava, poi, a tre mesi da un’importante esercitazione congiunta russo-venezuelana che ha visto il dispiegamento a Caracas di due bombardieri strategici Tupolev Tu-160 (Blackjack in codice Nato). Sebbene non fosse la prima volta, quella visita dei bombardieri russi fu senz’altro più di una visita di cortesia: Mosca non ha mai nascosto la volontà di stabilire un presidio militare semipermanente nello Stato che si affaccia sul Mar dei Caraibi.

Pertanto, visti i precedenti, è ragionevole supporre che se Mosca ha deciso di inviare un velivolo da trasporto militare come l’Ilyushin Il-62 ci sia dietro più di una semplice visita diplomatica.

Non sarebbe affatto strano, dato il livello di tensione e data la fornitura di sistemi d’arma russi al Venezuela, che altri “consiglieri militari” siano scesi dall’Ilyushin per andare ad affiancare i soldati venezuelani nella gestione di piattaforme come l’S-300V, Pantsir o degli stessi caccia Sukhoi Su-30 in dotazione all’Aeronautica di Caracas.

Come non sarebbe strano che, tra le 35 tonnellate di rifornimenti militari scaricate lo scorso marzo, non vi siano anche nuovi sistemi di jamming e contromisure elettroniche varie che abbiamo già visto in azione in Siria e che hanno “spento” i sistemi di guida dei missili da crociera Tomahawk in almeno una occasione. Da qui la necessità, forse, di un secondo invio di personale specializzato per la gestione – o formazione – dei nuovi strumenti.

Un nuovo capitolo

Purtroppo queste sono solo speculazioni frutto di un’analisi di quanto ci è dato sapere e di quanto abbiamo potuto osservare nel corso di questi mesi, quello che però è un dato certo è che la Russia aggiunge un nuovo capitolo alla questione venezuelana dimostrando, una volta di più, di non voler mollare la presa su Caracas e di voler sostenere Maduro nella sua lotta per restare al potere, fornendo una qualche sorta di scudo per le bordate di Guaidò e quindi degli Stati Uniti.

La tattica, come sempre data la postura strategica di Mosca, è la solita: inserirsi là dove possibile per poter arginare gli interessi e lo strapotere degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Una strategia che potremmo definire “contro-imperialista” ma che nasconde comunque un disegno imperialista di stampo diverso, se vogliamo più edulcorato: il caso siriano è emblematico da questo punto di vista. Una strategia di “seconda intenzione”, di contenimento in base alle iniziative avversarie, che è l’unica possibile per Mosca in questo periodo storico post Guerra Fredda in cui la Russia ha un ruolo importante sullo scacchiere globale, ma comunque subalterno a causa della sua debolezza economica, alle prese anche con le sanzioni internazionali dal 2014.

Una strategia che, nei suoi risvolti tattici siriani e venezuelani ad esempio, si sta rivelando comunque vincente perché sfrutta più le debolezze (diplomatiche in primis) dell’avversario che il peso della propria forza politica e militare. Forza militare che, come noto, per quanto riguarda la Russia non ha le stesse capacità di proiezione di forza rispetto a quelle occidentali, essendo ancora legata all’eredità della dottrina sovietica di impiego delle Forze Armate e dei corpi speciali come i paracadutisti.

Sebbene Mosca stia ora cercando di colmare quest’ultima carenza dal punto di vista dottrinale, non è pensabile, per il Cremlino, cercare di giocare ad armi pari con gli Stati Uniti per quanto riguarda la capacità di effettuare il rapido ridispiegamento di uomini e mezzi ovunque nel globo, pertanto la soluzione che potremmo chiamare di “contro-ingerenza” così come sta facendo in Venezuela o come ha fatto in Siria, è l’unica percorribile.

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