Il caso della petroliera Mercer Street, colpita nel Golfo dell’Oman da un drone che ha ucciso due uomini a bordo, continua a infiammare il triangolo tra Iran, Israele e Stati Uniti.

Dopo le accuse dello Stato ebraico, che ha da subito è puntato il dito contro la Repubblica islamica insieme a Regno Unito e Stati Uniti, adesso arrivano le prove fornite dalla Marina americana. Un documento reso pubblico dal Centcom e che delinea uno scenario che non può non destare inquietudini. Sia per come è avvenuto l’attacco, sia per quello che questo raid potrebbe scatenare nel quadrante del Golfo Persico.

I fatti secondo la ricostruzione Usa

Questi i fatti riepilogati dalla Us Navy. Il 29 luglio, la nave Mercer Street – imbarcazione di proprietà giapponese, battente bandiera liberiana, ma gestita dalla società di un uomo d’affari israeliano, Zodiac Maritime – è stata attaccata da due droni-kamikaze al largo della costa dell’Oman. Dopo questo attacco, ne è avvenuto un secondo, il 30 luglio, che ha provocato la morte del comandante e di una guardia di sicurezza britannica. A quel punto, solo dopo il secondo raid, la nave si è bloccata, l’equipaggio si è rifugiato in un luogo sicuro all’interno dell’imbarcazione e ha chiamato la Zodiac. È stata poi la società a chiedere aiuto dallo Ukmto britannico il quale ha a sua volta contattato le forze Usa di Centcom.

Una volta ricevuta la “telefonata”, il comando americano ha inviato nell’area la portaerei Uss Ronald Reagan con lo Uss Mitscher e un drone da ricognizione. Infine, una volta individuata la Mercer Street nel Mare Arabico, la portaerei ha inviato una squadra di soccorritori ed esperti di esplosivi per verificare che non vi fossero più possibilità di esplosioni e soprattutto raccogliere i detriti dei droni. I materiali sono stati portati nel centro per le analisi del Comando centrale per studiarli e giungere a una conclusione.

I risultati degli esperti statunitensi

Secondo i risultati delle analisi forensi, l’esplosione causata dal drone ha “ha creato un foro di circa sei piedi (poco meno di due metri ndr) di diametro nella parte superiore della cabina di pilotaggio e ha gravemente danneggiato l’interno”. In base ai pezzi di droni rinvenuti sul luogo dell’attacco, gli esperti della Marina statunitense sono certi che fosse un drone di fabbricazione iraniana. La prova deriverebbe dal fatto che i componenti interni ed esterni ritrovati sul luogo dell’esplosione sarebbero identici a quelli raccolti in altre “scene del crimine” in cui erano coinvolti velivoli senza pilota di matrice iraniana.

La conclusione degli esperti statunitensi non lascia dubbi: il drone è di fabbricazione iraniana. Guido Olimpio, sul Corriere della Sera, scrive che potrebbe trattarsi di uno Shahed 136, forse lanciato da una postazione terrestre e non dal mare. Ma il fatto che sia di fabbricazione iraniana e che gli esperti Usa parlano di coinvolgimento dell’Iran, potrebbe anche spostare il focus su milizie particolarmente attive nell’area.

Il caso della nave e dell’uomo d’affari

Il nesso tra l’attacco alla nave e Israele è stato subito individuato in Eyal Ofer, l’uomo d’affari israeliano che gestisce la Zodiac Maritime. Alcuni media internazionali, in particolare israeliani, hanno però voluto ricordare come il legame dell’uomo con l’Iran è molto complesso. Un’inchiesta di Haaretz, per esempio, ricorda che navi legate alla famiglia Ofer sono state colpite già tre volte nel Mare Arabico nell’ultimo anno. E che se adesso per queste navi può sembrare impossibile navigare nel Golfo Persico o nei mari vicini all’Iran, diverso era ciò che avveniva fino allo scorso decennio, quando esisteva un florido mercato con la Repubblica islamica nonostante i rapporti fossero già estremamente tesi.

Solo in seguito allo scandalo pubblico per un report dei media israeliani fu chiesto di fermare ogni tipo di rapporto con l’Iran. Cosa che avvenne ma che dimostra come esista un livello di relazioni clandestine o, se vogliamo, oscure, mai realmente definibili anche quando si parla di nemici dichiarati.

Altri sospetti sugli incidenti

Il caso della Mercer Street non è l’unico ad avere alimentato l’interesse dei media. Nell’arco di poco tempo, infatti, è avvenuto un altro strano incidente che ha coinvolto la nave Asphalt Princess più un altro gruppo di imbarcazioni nel Golfo dell’Oman. Come scrivevamo su questa testata, nel pomeriggio del 3 agosto sono giunte segnalazioni di un presunto dirottamento della Asphalt Princess e di “perdite di potenza” di altre navi. Come scrive sempre il quotidiano Haaretz, la compagnia israeliana Windward, che si occupa in particolare di intelligenza artificiale legate ai traffici marittimi, ha espresso molti dubbi sull’accaduto. Innanzitutto perché secondo Windward, riporta il quotidiano, le navi coinvolte in questi misteriosi episodi sarebbero in qualche modo legate a presunti traffici illegali di petrolio con l’Iran.

Inoltre, mentre alcuni osservatori accusano la Asphalt Princess di aver effettuato diverse soste in porti iraniani in questi ultimi anni, non è ancora stata chiarita nel dettaglio la dinamica di un dirottamento che è finito in poche ore. Dirottamento di cui ha parlato soprattutto l’intelligence britannica.

Chi vuole alzare la tensione?

La domanda che è circolata subito dopo l’attacco è quella che tutti si pongono quando avvengono questi attacchi: a chi giova? Domanda semplice cui però corrispondono risposte decisamente complesse. In teoria, almeno fino a questo momento, la guerra “ombra” tra Iran e Israele in mare è stata sempre tenuta quasi nascosta. Le inchieste parlano di almeno dieci anni di raid mirati e di Israele che dall’inizio della guerra in Siria colpisce le imbarcazioni iraniane dirette nei porti di Bashar al Assad. Questo significa che a Gerusalemme sono perfettamente consapevoli di questo fronte di guerra e che non hanno avuto interesse, per anni, a svelarlo.

Le cose sono cambiate in questi ultimi anni con l’avvio di una serie di azioni iraniane che sono state portate all’attenzione dei media internazionali. Il conflitto non è stato più tenuto nascosto, ma ha iniziato a fuoriuscire dagli uffici delle due Marine e dei servizi segreti con episodi sempre esaltati all’inizio per poi essere minimizzati da entrambe le parti. I colpi sono stati anche molto pesanti. Pesanti non solo per il traffico mercantile e petrolifero, ma anche a livello militare: si pensi al sabotaggio della nave-madre dei Pasdaran. Eppure sembrava quasi esserci un tacito accordo di lasciare tutto invariato e continuare in questo modo.

Il motivo è che nessuno ha (o aveva) realmente intenzione di alzare il livello dello scontro. Israele non ha una Marina pronta a una campagna marittime di controllo della navigazione e non ha soprattutto interesse a colpire uno spazio in cui passa il 95 per cento del suo import-export. Un mare pericoloso eleva i costi, diminuisce le merci e rende tutto molto più complesso da gestire anche a livello militare. L’Iran, invece, non ha interesse a intensificare uno scontro che potrebbe provocare una reazione occidentale o addirittura dare il via a una campagna militare per la libertà di navigazione come paventata da molti esperti. Specialmente se questa dovesse avere il marchio di Israele e Stati Uniti.

Un’opportunità o un pericolo?

La morte del comandante rumeno e della guardia britannica sulla Mercer Street cambia però le carte in tavola. I primi due caduti di questa guerra ombra concedono inevitabilmente al secondo Paese un vantaggio morale e politico sul primo. E questo serve ad alimentare soprattutto la volontà israeliana di allargare il raggio d’azione coinvolgendo altre potenze. L’Iran non può più far finta di non essere coinvolto. E anche le smentite di Teheran non sembrano così nette e ripetute come un tempo. Potrebbe dunque trattarsi di un clamoroso errore di calcolo dalle conseguenze potenzialmente molto pericolose per la diplomazia di Teheran. Tanto più che l’attacco con i droni arriva proprio in concomitanza con l’insediamento di Ebrahim Raisi, coinvolto nei difficilissimi negoziati per il nucleare.

A questa tensione in mare, si è aggiunta poi quella via terra. Gli attacchi missilistici provenienti dal Libano gettano ancora più ombre sul Medio Oriente e mostrano un Israele sotto assedio nonostante la apparente calma dopo la guerra con Gaza. Il governo di Naftali Bennet si sente pressato dalla necessità di dare risposte e incombe il ricordo di Benjamin Netanyahu. Il primo ministro, in una riunione di Gabinetto, ha accusato il Libano di essere responsabile di quanto avviene al confine. “Non ci importa molto se a sparare sia stata un’organizzazione palestinese o ribelli indipendenti, lo Stato d’Israele non accetta spari sulla sua terra”, ha dichiarato il capo del governo israeliano. E l’incontro a Teheran del numero due di Hezbollah con il capo dei Pasdaran, Hossein Salami, rischia di incendiare il triangolo tra Libano, Iran e Israele.