Attacco missilistico russo in Ucraina: perché il Cremlino parla di “rappresaglia”?

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L’Ucraina, a partire dalle 2:20 del mattino di giovedì 9 marzo, ha subito un pesante attacco missilistico e utilizzante “droni kamikaze” da parte della Russia.

Lo Stato maggiore russo, in un comunicato emesso successivamente all’azione bellica, ha affermato che “in risposta alle azioni terroristiche del regime di Kiev nella regione di Bryansk effettuate il 2 marzo, le forze armate della Federazione Russa hanno sferrato un massiccio attacco di rappresaglia. Le forze aeree, marittime e terrestri ad alta precisione a lungo raggio, compreso il sistema missilistico ipersonico Kinzhal, hanno colpito elementi chiave dell’infrastruttura militare dell’Ucraina, le installazioni del complesso militare-industriale, nonché le infrastrutture energetiche. L’obiettivo è stato raggiunto. Tutti i bersagli assegnati sono stati colpiti”.

Prima di addentrarci nel significato politico di questo evento – e quindi del comunicato ufficiale di Mosca – è bene inquadrare quanto accaduto a livello militare.

L’attacco, in sé, non mostra grosse variazioni di modus operandi rispetto a quanto abbiamo visto negli ultimi mesi tranne che per alcuni dettagli: l’area di Kiev sembra che sia stata oggetto di più attenzione rispetto al recente passato, i vettori da crociera tipo Kalibr hanno sfiorato lo spazio aereo moldavo, e sono stati usati più missili ipersonici Kinzhal in una sola azione.

Per il resto lo schema dell’attacco russo è rimasto invariato: un singolo attacco massiccio utilizzante un vasto assortimento di sistemi missilistici e piattaforme di lancio. Vale la pena far notare che, rispetto ai mesi iniziali dell’invasione russa, il numero di attacchi missilistici è passato da una cadenza settimanale a una mensile, a testimoniare la necessità del Cremlino di non dare fondo alle proprie scorte di sistemi missilistici di precisione per mantenere la capacità di deterrenza nei confronti della Nato.

L’attacco di giovedì ha utilizzato bombardieri strategici Tupolev Tu-95MS e Tu-22M3, insieme probabilmente a qualche cacciabombardiere (come i Sukhoi Su-34) a cui si sono aggiunte unità navali della Flotta del Mar Nero, che hanno lanciato tutta la serie di missili da crociera in dotazione nell’arsenale russo: Kalibr, Kh-101, Kh-555, Kh-31 e Kh-59. Ancora una volta sono stati segnalati i vetusti Kh-22 (prodotti negli anni ’60 e che si pensava fossero stati smantellati) utilizzati insieme ai missili del sistema di difesa aerea S-300, a testimoniare proprio la difficoltà della Russia a produrre munizionamento missilistico di precisione in modo da poterlo utilizzare in guerra mantenendo scorte sufficienti per la propria capacità di deterrenza. In totale gli ucraini hanno stimato 81 missili lanciati dai russi in circa 7 ore di incursioni (insieme a 8 loitering munitions) di cui circa un terzo risulterebbe essere stato abbattuto dalle difese aeree.

Tra i vettori usati sono riapparsi, come accennato, i missili da crociera ipersonici Kh-47M2 “Kinzhal”, che vengono lanciati solo dai MiG-31K delle forze aerospaziali russe, le Vks (Vozdushno-Kosmicheskiye Sily), e sembra che ne siano stati utilizzati sei in una sola volta, principalmente per colpire bersagli nella regione di Kiev.

Nemmeno questa volta sono stati usati i missili balistici del sistema Iskander-M, molto probabilmente per conservarli per obiettivi più paganti (del resto un missile di questo tipo “costa” e necessita di un bersaglio adeguato) o per tenerli a debita distanza dalla linea del fronte e metterli a riparo da possibili azioni dietro le linee, siano esse condotte per mano di sabotatori sia con droni, ma questa seconda opzione è meno probabile dati i tempi di dispiegamento/prontezza al lancio degli Iskander.

Passando all’analisi politica dell’azione, e del comunicato, lo Stato maggiore russo ha parlato esplicitamente di “rappresaglia” per la seconda volta nel corso della guerra (la prima è stata dopo l’attacco al ponte sullo Stretto di Kerch) e non è affatto un caso: Mosca ha un fronte interno a cui pensare, che non può essere controllato in modo pervasivo perché, nonostante il Cremlino abbia posto il bavaglio ai media come giornali e televisione, esiste la possibilità di potersi informare in modo parallelo attraverso un social network come Telegram, che è molto diffuso in Russia e che già in passato ha fatto trapelare tutte le carenze russe in questa guerra.

Il controllo dell’opinione pubblica resta vitale per Mosca, come per qualsiasi altro Paese che, nella storia, si sia trovato in guerra o l’abbia iniziata, ma soprattutto il Cremlino ha appreso bene la lezione data dal conflitto americano in Vietnam, dove proprio l’opinione pubblica ha avuto un peso rilevante nella direzione della guerra e nella decisione di porvi termine.

Tenendo presente questo passaggio capiamo anche perché è stato citato esplicitamente l’uso del missile ipersonico “Kinzhal”, che si configura come un doppio segnale (interno ed esterno) per far passare il messaggio che il potenziale bellico russo è ancora elevato. La Russia non ha mobilitato tutte le sue risorse belliche, non ha esteso la mobilitazione a livello generale e non ha riconvertito tutta l’industria per vincere questo conflitto: Putin non ha indossato la divisa come l’ha indossata Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale.

In Russia, benché si sia finalmente capito che si tratti di una guerra e non di una “operazione militare speciale” di bassa intensità, condotta non si sa bene dove e per quale motivo, ancora si vive questo conflitto come qualcosa di lontano – ma presto sarà difficile nascondere le bare e i funerali – e pertanto, nonostante il consenso verso gli eventi bellici sia ancora alto (e non solo tra i sostenitori del partito di Putin), il Cremlino necessita di non perderlo e di evitare quanto visto recentemente quando gli appartenenti al Gruppo Wagner si sono lamentati apertamente su Telegram per la scarsità di munizioni ricevute e le carenze dell’equipaggiamento, destando parecchio scalpore in Russia perché il loro capo, Evgenij Prigozhin, si è fatto portavoce pubblicamente di queste lamentele.

Il Cremlino ha quindi dovuto mostrarsi risoluto più nell’apparenza del comunicato che nei modi dell’attacco, dato che non è stato tra i più pesanti che si ricordino, per dare un segnale al fronte interno, che, lo ricordiamo, non è fatto solo dalla popolazione ma da personaggi come Prigozhin che sono diventati più influenti proprio grazie a questa guerra. Il presidente Putin e lo Stato maggiore hanno quindi cercato di mostrare ai russi e al mondo che tengono saldamente in mano le redini del conflitto, perché la guerra, una volta fallito l’obiettivo iniziale di un rapido rovesciamento del governo Zelensky, è diventata una lotta di potere interna ed esterna, e mentre per l’élite russa ha assunto una sfumatura vitale, per il popolo è per il momento ancora una questione piuttosto lontana dalla propria routine quotidiana, almeno per coloro che abitano in città, i quali, dati alla mano, non sono stati chiamati granché a contribuire allo sforzo umano in questo conflitto.

La propaganda russe deve continuare quindi a “nutrire” le menti con la stessa terminologia usata da prima del conflitto, e pertanto parlare di Ucraina da “denazificare” e delle azioni ucraine in territorio russo come “terroriste”, perché questa volta non c’è nessun nemico da respingere fuori dalla Santa Madre Russia, non ci sono divisioni corazzate naziste a Kursk o a Stalingrado, ma quello spettro è stato sapientemente agitato per preparare il terreno dell’opinione pubblica; perché se è vero che Mosca non ha mobilitato la maggior parte delle sue risorse belliche, è anche vero che questo lascia molto margine di azione al Cremlino per una progressiva e lunga escalation convenzionale per cercare di costringere l’Occidente a ridurre (o cessare) il supporto a Kiev facendo leva sull’erosione delle sue risorse e del morale della sua popolazione, e in tal modo arrivare al tavolo negoziale da posizioni di forza.