Basta scorrere le agenzie di questi giorni per comprendere che uno dei grandi e drammatici temi della guerra in Siria è tornato alla ribalta: le armi chimiche. Tutto è iniziato quando il consigliere nazionale per la Sicurezza Usa, John Bolton, ha detto: “Sia chiaro, se il regime siriano usa armi chimiche, reagiremo in modo molto forte e faranno bene a pensarci un po’ prima di prendere qualsiasi decisione”.

Il riferimento è quanto successo in ben due occasioni. La prima, dopo il presunto attacco chimico a Khan Shaykhun il 4 aprile del 2017, e la seconda l’8 aprile scorso a Douma, nella Ghouta orientale. In entrambi i casi, dopo i presunti attacchi chimici da parte dell’esercito governativo, gli Stati Uniti hanno colpito la Siria con un lancio di missili. Un’azione più che altro dimostrativa che non ha provocato danni devastanti. Anzi.

Alle accuse degli Stati Uniti, Damasco ha risposto con forza, accusando alcuni Paesi – Turchia, Arabia Saudita e Qatar – di fornire armi proibite ai cosiddetti ribelli: “In questi giorni la Siria ha informato gli organismi internazionali competenti circa preparativi da parte delle organizzazione terroristiche armate per l’uso di gas velenosi in diverse zone della Siria”. Una posizione simile è quella della Russia. Il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, ieri ha puntato il dito gruppo Hayat Tahrir al Sham, dicendo che i jihadisti avrebbero trasferito “otto cisterne di cloro” nella città di Jisr al Shughur per “simulare” un attacco chimico. Ma Konashenkov si spinge ancora più in là e afferma che il giorno prima sarebbe arrivato un gruppo di  militanti “addestrati in sostanze tossiche sotto la supervisione di specialisti di una compagnia privata”. Lo stesso ministero della Difesa russo, citato dal canale vicino al Cremlino Russia Today, ha ribadito oggi la presenza di specialisti stranieri che starebbero organizzando un finto attacco chimico con il cloro con l’aiuto dei caschi bianchi, che riprenderanno la scena che verrà poi rilanciata dai media mediorientali e occidentali. Il finto attacco dovrebbe essere organizzato entro due giorni nel villaggio di Kafr Zita, nella provincia nordoccidentale di Hama.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani, molto vicini ai ribelli, ha però bollato la notizia data dai russi come una bugia: “Si tratta di accuse e bugie che hanno lo scopo di preparare il terreno alla battaglia per riconquistare Idlib. I carichi di cloro di cui la Russia parla sono mandati periodicamente per gli impianti idrici e per sterilizzare l’acqua a Idlib”.

Lo scenario è insomma simile a quello precedente al presunto attacco chimico di Douma. Pochi giorni prima, infatti, Mosca aveva lanciato l’allarme, affermando che gli elmetti bianchi stavano organizzando un finto attacco chimico per incolpare il governo.

“Attrezzature italiane a Douma”

Lo scorso 24 agosto, il generale Igor Kirillov ha detto: “Sono 42 i posti, in cui sono stati trovati anche cilindri con cloro di produzione estera” a Douma. Il generale, almeno inizialmente, non ha citato alcun Paese, ma poi è stato più chiaro, aggiungendo che tra i vari cilindri ci sarebbe stata la scritta “Made in Italy“. Il 22 giugno, Kirillov aveva riferito che a Douma era stato scoperto un laboratorio per la produzione di iprite, anche noto come gas mostarda, e dove alcuni componenti risultavano fabbricati in Unione europea e in Nord America.

 La guerra dei media sull’attacco chimico

È ovvio che con queste dichiarazioni sia gli Stati Uniti che la Russia vogliono mettere le mani avanti. La battaglia di Idlib è ormai alle porte e può succedere qualsiasi cosa. Anche quello che in ambito militare viene chiamato “false flag”, ovvero un finto attacco per far ricadere la colpa sul nemico. O che un generale, per chiudere in fretta la partita, possa usare il cloro. Ma a questo punto, in maniera forse un po’ cinica, bisognerebbe chiedersi: a che pro l’esercito governativo dovrebbe compiere un’azione simile sapendo di aver vinto la guerra e, soprattutto, di avere gli occhi del mondo addosso? La battaglia di Idlib, come già hanno sottolineato in molti, sarà quasi sicuramente un massacro. Lì sono presenti oltre 2 milioni di civili, spesso ostaggio delle fazioni jihadiste. E Damasco sa di non poter correre errori. Soprattutto ora che deve riconquistare – operazione non facile – credibilità in Occidente.