È l’ennesimo attacco chimico della guerra in Siria. L’ennesimo attacco che resterà impunito. Sono circa 100, ma il numero potrebbe aumentare, le persone rimaste uccise a Douma, l’ultima roccaforte nella Ghouta dell’Esercito dell’islam. Fonti ostili a Damasco, come l’Osservatorio siriano per i diritti umani, fanno ricadere la colpa su Bashar al Assad. Un’ipotesi come un’altra in questa guerra dove tutto è possibile ma niente è verificabile.

Da tempo si parlava di un attacco con armi non convenzionali, ma organizzato dai ribelli. Il ministro della Difesa russo ha più volte annunciato che alcune fazioni jihadiste stavano organizzando un attacco chimico per incolpare il governo di Damasco. Una paranoia che si è fatta realtà? Impossibile dirlo. 

Lo scontro tra Usa e Russia

Dopo la notizia dell’attacco chimico, gli Stati Uniti, per bocca della portavoce del dipartimento di Stato, Heather Nauer, hanno condannato la Siria e la Russia: “Queste informazioni, se confermate, sono orripilanti e richiedono una risposta immediata da parte della comunità internazionale. Il regime di Assad e i suoi sostenitori devono essere ritenuti responsabili e ogni ulteriore attacco deve essere impedito immediatamente. La Russia, con il suo incrollabile sostegno per il regime, alla fine si assume la responsabilità di questi attacchi brutali”. 

Mosca ha subito replicato – per bocca del generale Yuri Yevtushenko, capo del Centro russo per la riconciliazione siriana – negando fermamente ogni utilizzo di armi chimiche: “Siamo pronti, una volta che Douma sarà liberata dai militanti, a inviare immediatamente specialisti russi in radiazioni, chimica e biologica per raccogliere dati che confermeranno che queste affermazioni sono state fabbricate”.

Gli attacchi chimici in Siria

La storia degli attacchi chimici in Siria ci insegna una cosa: bisogna essere cauti nell’indicare i colpevoli. Lo abbiamo visto con l’attacco di Ghouta del 2013 e, infine, con quello di Khan Shaykhun, il cui anniversario è passato in sordina quattro giorni fa. In entrambi i casi, il primo ad essere accusato fu Bashar al Assad.  Il tempo e alcune coraggiose inchieste giornalistiche hanno dimostrato che la realtà era però diversa. A Ghouta, molto probabilmente, fu l’imperizia dei ribelli a provocare una strage. Mentre a Khan Shaykhun la sfortuna volle che i caccia siriani colpissero una palazzina dove erano stoccati diversi elementi chimici.

Gli attacchi chimici in questa guerra sono stati spesso utilizzati come linea rossa da non valicare. È successo nel 2013 e poi nel 2017. In entrambi casi, Assad ha avuto più svantaggi che guadagni da questo tipo di attacchi.

 Ammettiamo per il momento che sia stato Assad ad usare le armi chimiche. A che pro? A Ghouta il governo siriano ha vinto e ha allontanato la gran parte dei ribelli in poco più di un mese. Gli unici rimasti sono i jihadisti dell’Esercito  dell’Islam. Che senso ha utilizzare armi chimiche nel momento in cui hai vinto non solo una battaglia ma, ormai, anche la guerra? Nessuno. Se l’esercito arabo siriano avesse davvero utilizzato armi chimiche, oltre ad un immane massacro, avrebbe compiuto un errore strategico di dimensioni enormi. 

Non si sa con certezza chi abbia compiuto questo massacro.  Difficile far ricadere la colpa su il governo o sui ribelli senza farsi tirare per la giacchetta dalla propaganda dell’uni o dell’altro.