Attacco a Isfahan, i vincoli della strategia di Israele contro il nucleare iraniano

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Dopo un giorno intero di incursioni, Israele ha esteso i suoi bombardamenti dal sito nucleare iraniano di Natanz, il principale dove si concentrano le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, a Fordow, la “fortezza” montana vicino alla città santa di Qom, e infine a Isfahan, città dall’elevato valore strategico per la ricerca atomica e non solo.

Isfahan è una città di 2,8 milioni di abitanti sita su un altopiano nei Monti Zagros, che tagliano l’Iran da Nord a Sud nel cuore del suo territorio e ne rappresentano il principale architrave difensivo. Proprio per questo, lì sono custoditi importanti siti di stoccaggio del combustibile iraniano che viene poi utilizzato negli impianti di arricchimento e che di recente gli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) hanno avuto modo di visionare.

Isfahan è stata messa nel mirino nella sera italiana del 13 giugno, dopo che già l’area superficiale di Natanz era stata spianata e anche a Fordow Israele aveva cercato di colpire. Un portavoce dell’Israel Defense Force ha dichiarato che anche il centro tecnologico nucleare fondato nel 1984 con l’assistenza cinese, che impiega oltre 3mila persone e in cui il 90% dell’uranio iraniano è stoccato, è stato colpito ma non ha menzionato come bersaglio il più strategico degli obiettivi: il combustibile stesso.

Il New York Times ha sottolineato l’assenza di Isfahan dalla prima ondata di raid di 200 caccia israeliani, “nonostante si tratti di uno dei più grandi siti nucleari del Paese e, secondo i servizi segreti occidentali, di uno dei centri dei programmi segreti di ricerca sulle armi dell’Iran”, sottolineando che poi gli aerei di Tel Aviv (presumibilmente caccia F-16 e F-15I) “si erano concentrati sui laboratori che lavoravano alla riconversione dell’uranio gassoso in metallo – una delle fasi finali della costruzione di un’arma”.

Il rischio di contaminazione in caso di attacco diretto alle riserve di materiale fissile non è da escludere e per Jon Wolfsthal della Federazione degli scienziati americani il governo di Benjamin Netanyahu ha evitato deliberatamente le riserve di uranio perché “preoccupato che il bombardamento potesse causare un incidente radiologico o che in realtà chiamato a pensare che ciò porterà l’Iran a cedere volontariamente le sue scorte di uranio”.

Possibile pensare a un raro caso di “freno” statunitense circa la lista degli obiettivi messi nel mirino da Israele o a una volontà di Tel Aviv di giungere a una graduale escalation alzando man mano il livello degli obiettivi? Nessuna delle due ipotesi è da scartare, così come l’ipotesi dell’ottimizzazione delle risorse. Come scrive Bloomberg, “il consenso tra gli analisti militari è da tempo che Israele possa causare solo danni limitati da solo” contro gli impianti nucleari più trincerati e che “per avere successo, ha bisogno delle bombe bunker-buster da 15 tonnellate che solo l’America possiede”. Tutto sembra puntare dunque verso una direzione chiara: Israele, da sola, può infliggere danni pesanti all’Iran ma non ha le risorse per obliterare manu militari con l’aeronautica l’intero programma nucleare iraniano e si scontra con casi come quello di Isfahan dove il rischio di conseguenze gravi per l’offensiva diretta sul combustibile suggerisce, nel caos dell’offensiva, cautela.

Tel Aviv ha provato a usare il recente report Aiea critico dell’Iran come giustificazione per la mossa ostile all’Iran e non può permettersi di danneggiare infrastrutture che la stessa agenzia di Vienna è chiamata a supervisionare. Il caso Isfahan mostra, in un certo senso, i vincoli con cui l’offensiva israeliana deve fare i conti. E sarà paradigmatico analizzarne le conseguenze.