Dopo la fine della guerra dei dodici giorni che a giugno ha visto contrapposti direttamente Israele e Iran, portando spesso Tel Aviv a colpire in profondità il territorio della Repubblica Islamica senza però causare il collasso del suo regime, il fragile cessate il fuoco mediato da Usa e Qatar non ha posto fine alla rivalità muscolare tra le due potenze mediorientali.
Un conflitto tutt’altro che raffreddato
In particolare, le informazioni a disposizione degli analisti segnalano che molte operazioni riconducibili alla guerra-ombra israeliana sembrano essersi palesate all’interno dell’Iran nelle ultime settimane. La manifestazione più visibile è l’enigmatico account X che dichiara di far riferimento al Mossad e di esserne la pagina che parla in Farsi, che annuncia sciagure e imminenti tracolli per le istituzioni fedeli all’Ayatollah Ali Khamenei. Ma sul suolo iraniano dopo dodici giorni di bombardamenti da parte di Israele non sono cessati gli episodi sospetti e ambigui.
A fine luglio, il New York Times segnalava i sospetti dell’élite nazionale iraniana attorno a una serie di episodi come lo scoppio di incendi in diverse raffinerie, l’esplosione di impianti di pompaggio del gas e una serie di guasti a aeroporti e fabbriche. “Le autorità che hanno parlato pubblicamente hanno citato altre cause delle esplosioni, tra cui fughe di gas, incendi di rifiuti e infrastrutture obsolete, ma non hanno nemmeno fornito al pubblico una spiegazione convincente del perché le esplosioni di gas si verifichino a un ritmo di una o due al giorno in tutto il Paese”, scriveva il New York Times il 23 luglio scorso.
L’Iran di fronte alla guerra-ombra di Israele
In particolare, il presunto sabotaggio alla raffineria di petrolio di Abadan, nell’Iran sudoccidentale, avvenuto il 19 luglio scorso è nel mirino delle autorità di Teheran come presunta opera di sabotaggio israeliana. “Un’esplosione dopo l’altra. Qualcuno deve controllare cosa sta succedendo lì. Stanno accadendo troppi incidenti casuali”, twittava sornione l’immancabile Mossad Farsi.
E non finisce qui. Il Telegraph ha riportato che, di fronte alla volontà iraniana di evitare ciò che è successo il 13 giugno scorso, quando Israele è riuscita a uccidere diversi alti comandanti e scienziati nucleari prima ancora che Teheran potesse rendersi conto di essere sotto attacco, le autorità della Repubblica Islamica avrebbero protetto almeno un centinaio di ricercatori nascondendoli in residenze iper-protette, aggiungendo però che nei servizi segreti israeliani il manipolo di ricercatori sopravvissuto alla guerra è definito “morti che camminano”.
Operazione psicologica o reale obiettivo? Israele vuol far sapere di poter colpire a piacimento nel cuore del territorio iraniano anche dopo la fine della guerra per alzare l’asticella del confronto con Teheran e mettere pressione a un’élite che, seppur ammaccata, ha resistito all’assalto diretto ordinato dal governo di Benjamin Netanyahu e ora sta ristrutturando gli apparati di sicurezza richiamando in campo vecchi leoni come Ali Larijani e Ali Shamkhani nelle alte sfere della sicurezza nazionale.
Teheran, del resto, non è rimasta a guardare. Sul piano interno, è da sottolineare l’ampia campagna di repressione contro presunti favoreggiatori dell’assalto israeliano, culminata per ora in almeno cinque esecuzioni capitali. Sul piano esterno l’Iran, secondo il Financial Times, sta reagendo soprattutto sul fronte del cyber.”Nel mondo fisico c’è un cessate il fuoco, in rete le operazioni continuano”, ha dichiarato al Ft Boaz Dolev, Ceo dell’azienda di cyber-intelligente israeliana ClearSky.
La risposta cyber dell’Iran
L’Iran, che proprio sul fronte cyber subì col virus StuxNet nel 2010 il primo duro colpo della “guerra ombra” israeliana incassando la paralisi e la distruzione di molte centrifughe dell’impianto nucleare di Natanz, ha rivendicato di aver risposto a ben 20mila attacchi informatici nei dodici giorni di guerra e, nell’ombra, secondo il Ft ha risposto: “Gruppi legati all’Iran hanno a loro volta effettuato attacchi di hacking e divulgazione di dati su circa 50 aziende israeliane, oltre a diffondere malware nel tentativo di distruggere i sistemi informatici israeliani” e inviare messaggi di phishing a diversi alti ufficiali.
Gli attacchi non sembrano “aver violato le difese dell’esercito israeliano e delle più grandi aziende, ma si sono concentrati sulle piccole imprese nelle loro catene di fornitura, che rappresentavano obiettivi più facili”. Inoltre, si sospetta che Teheran stia cercando di sfruttare le vulnerabilità dei software di Microsoft per colpire diverse aziende critiche israeliane.
In sostanza, l’armistizio del 24 giugno è da ritenersi più un espediente tattico che un reale risultato strategico capace di appianare le divergenze tra due acerrimi rivali. La realtà parlava di una guerra-ombra prima della decisione di Netanyahu di andare in all-in contro l’Iran. L’azzardo non è riuscito nei suoi obiettivi strategici definitivi e ora Teheran e Tel Aviv tornano, come fanno da decenni, a logorarsi ai fianchi. L’ipotesi che l’armistizio sia stata, sostanzialmente, una tregua in un conflitto più ampio e che il rischio di una nuova resa dei conti tra le due potenze non sia da escludere in futuro resta tutto fuorché fuori dal tavolo.
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