Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Tutto parte dalla denuncia di un unico sopravvissuto in Yemen di un attacco con un drone: la sua famiglia, dopo il raid, muore sotto le macerie di un edificio colpito dagli ordigni. Lui è Faisal Ali Jaber: l’episodio è dell’agosto del 2012, quando ancora il paese non è attaccato dai Saud. Quel drone è di fabbricazione americana e fa parte di un’operazione volta a colpire chirurgicamente alcune basi di Al Qaeda. Ma invece, come detto, centra la casa di Ali Jaber ed un’intera famiglia viene sterminata.

La battaglia legale del cittadino yemenita

Il drone della morte è sì americano, ma parte dalla Germania: è qui che Ali Jaber decide di intentare la propria causa, chiedendo giustizia per i suoi familiari deceduti nel raid. La causa legale dura parecchi anni, ma lo scorso 19 marzo culmina con una sentenza destinata a fare storia: è la Germania a dover pagare i danni al cittadino yemenita. Il governo del paese da cui parte un drone responsabile di un episodio luttuoso, quale quello occorso alla famiglia di Ali Jaber, ne è responsabile. La sentenza è emessa dal tribunale amministrativo di Muenster, competente in quanto in questo distretto giudiziario vi è Ramstein, la cittadina che ospita una delle più importanti basi Nato in Europa.

È da qui che parte il drone killer, la sentenza è importante non solo perché riconosce responsabilità alla Germania, ma anche perchè in essa gli elementi per considerare come un’autentica violazione del diritto internazionale l’attacco nello Yemen vengono indicati come “considerevoli”.

Gli occhi puntati sulla base di Sigonella

Ad assistere Ali Jaber nella sua causa, è lo studio di avvocati e giuristi internazionali Ecchr, con base a Berlino. Partendo da quanto emesso dalla sentenza, adesso l’obiettivo è far riconoscere come violazioni di diritto internazionale anche altri attacchi killer effettuati dai droni. Lo studio, riporta la stampa tedesca, da anni si batte contro l’uso indiscriminato di droni in diversi paesi: dallo Yemen, all’Afghanistan ed al Pakistan. Ma soprattutto adesso gli avvocati tedeschi hanno nel mirino l’Italia: da Sigonella partono gran parte dei droni americani che bersagliano la Libia. La base situata in Sicilia, dal 2011 è un vero e proprio hub dei velivoli senza pilota. Lo studio tedesco vuole provare a fare con l’Italia ciò che a marzo riesce con la Germania: cioè far dichiarare lo Stato da cui partono i droni responsabile di eventuali episodi luttuosi.

In Libia se ne contano parecchi, seppur in sordina. Il paese africano è da inizio aprile sotto l’occhio internazionale per via della battaglia per Tripoli iniziata dal generale Haftar, ma gli attacchi con i droni vanno avanti da anni ed in special modo a partire dalla guerra intentata contro l’Isis nel 2016. Di recente, un sospetto attacco con un drone causa undici morti ad Al Uwaynat. L’Africom, commando delle truppe statunitensi stanziate in Africa, conferma che il raid è opera di un drone partito da Sigonella. Secondo i miliari Usa, il drone uccide undici sospetti terroristi ma gli abitanti del luogo parlano invece di undici civili tuareg ingiustamente rimasti vittime del bombardamento.

Secondo lo studio berlinese, l’Italia è responsabile di queste morti non solo politicamente ma anche giuridicamente: “In virtù dell’autorizzazione che gli americani devono chiedere a Roma prima degli strike – scrivono in una lettera inviata al premier Conte gli avvocati tedeschi – italiano implica la responsabilità penale individuale di coloro che risultano coinvolti nel processo decisionale, ed eventualmente operativo”. Una ricostruzione figlia della sentenza emessa in Germania, che potrebbe sollevare tanti casi simili in giro per il mondo.

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