Israele non si ferma e apre un altro fronte, quello in Cisgiordania. L’assalto dell’IDF è iniziato mercoledì, quando le truppe dell’esercito hanno invaso tutta la zona settentrionale della West Bank, concentrandosi sulle città di Jenin, Tulkarem e Tubas, che sono state attaccate sia da bombardamenti aerei che via terra. Il bilancio dei morti, come riporta Haaretz, conta già decine di palestinesi, ma è destinato inesorabilmente a crescere. E dunque, mentre nella Striscia di Gaza la mattanza continua, Israele ha lanciato la sua più grande operazione militare in Cisgiordania dalla Seconda Intifada [la rivolta palestinese scoppiata a Gerusalemme nel 2000 e terminata nel 2006].
Katz “Trattare la Cisgiordania come Gaza”
Con i 18 palestinesi uccisi, i morti in Cisgiordania dal 7 ottobre a questa parte salgono a 668. La vasta portata dell’assalto, e le consistenti forze militari impiegate, fanno pensare che queste “operazioni militari”, così le definisce Tel Aviv, non termineranno tanto in fretta. Si aggiungano a questo fatto, le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, che auspica “lo stesso trattamento di Gaza per la Cisgiordania”. C’è da chiedersi se per “trattamento” Katz intenda gli oltre 40600 morti oppure l’80% degli edifici distrutti dai bombardamenti.
Il ministro ha rincarato la dose di ferocia, chiedendo “l’evacuazione temporanea dei residenti palestinesi”, un invito che nella migliore delle ipotesi appare sconclusionato, mentre nella peggiore risuona come un déjà-vu di quanto è accaduto a Gaza City, a Rafah e a Khan Yunis, le città della Striscia prima evacuate e poi distrutte.
Quel che è certo, è che in alcune zone della Cisgiordania questo stia già avvenendo. Jenin e il suo campo profughi sono attualmente sotto assedio, e il governatore della città, Kamal Abu al-Rub, ha dichiarato alla WAFA [l’agenzia di stampa palestinese] che “l’IDF ha allontanato un certo numero di cittadini dalle loro case, trasformandole in caserme militari. È stato poi detto loro detto che non potevano tornare nelle abitazioni per almeno quattro giorni”.
A Jenin, che conta oltre 50mila abitanti, anche la situazione sanitaria è preoccupante. Al momento, infatti, l’unico ospedale governativo, quello di Khalil Suleiman, è sotto assedio dell’esercito israeliano. Nessuno entra e nessuno esce senza il via libera dei militari, che circondano la struttura e ne stanno impedendo il regolare servizio.
La Cisgiordania è sull’orlo del baratro
L’invasione dell’esercito israeliano rischia di far precipitare la Cisgiordania nel baratro. Già, perché se è vero che gli abitanti della West Bank ancora non sono coinvolti nella lotta, come invece accadde nelle due intifade, è altrettanto vero che la tensione è così alta da portare l’intera Cisgiordania a un punto di ebollizione. Il governo Netanyahu ha legittimato “l’operazione” in corso per via “delle minacce di imminenti attacchi”. Tuttavia, come riporta Haaretz, la tensione è cresciuta anche, e soprattutto, “a causa del contributo di Israele e di certi suoi ministri”. Il riferimento è sia a Itmar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza, che a Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze. Entrambi, infatti, in diverse occasioni hanno soffiato sul fuoco dell’odio dei coloni e istigato il popolo arabo con tutti i mezzi a loro disposizione. L’ultima ed eclatante provocazione è stata quella al Monte del Tempio, presso il complesso della Moschea di Al-Aqsa, dove il leader di Potere Ebraico ha dichiarato, per l’ennesima volta, di voler costruire una sinagoga, affinché gli ebrei possano pregare liberamente [si tratta di un luogo sacro, sia ai musulmani che agli ebrei, dove dal 1967 si mantiene una fragile pace tra le due religioni].
I disordini e le violenze perpetrate dai coloni ai danni dei palestinesi non sono certo cronaca recente per la West Bank. Negli ultimi dieci mesi gli attacchi ai villaggi arabi si sono moltiplicati a livelli esponenziali, come mai era accaduto prima. Il perché è presto detto: “gli assalitori si sentono sostenuti dai loro rappresentanti nella coalizione di governo”, riporta Haaretz. I coloni estremisti il più delle volte restano impuniti, mentre in altre occasioni agiscono persino con il tacito consenso delle autorità di sicurezza che dovrebbero vigilare, almeno in teoria, sulla Cisgiordania.