Cronaca di un assalto annunciato: si può sintetizzare così quanto avvenuto nella giornata di sabato nel Mali, lì dove le forze regolari sono state messe duramente sotto pressione per diverse ore da un attacco congiunto. A nord, a portare avanti l’assalto, è stato il Fronte dell’Azawad. Mentre nell’area di Bamako e nelle regioni centro orientali, a entrare in azione sono stati i miliziani del Jnim. Il Fronte dell’Azawad è il gruppo secessionista delle regioni a maggioranza tuareg, Jnim rappresenta invece la sigla con cui è conosciuta la costola locale di Al Qaeda. La giunta militare al potere dal golpe del 2021, guidata dal generale Assimi Goita, è riuscita per il momento a tamponare la situazione. Ma la posizione dell’esercito appare sempre più precaria, con il governo oramai capace di controllare concretamente soltanto Bamako e alcune regioni dell’area centrale.
Un assalto coordinato
L’attacco di sabato non è avvenuto né per caso e né tanto meno a sorpresa. Il Mali è in guerra civile dal 2012, da allora il governo non ha mai del tutto ripreso buona parte del proprio territorio. A nord, l’accordo di Algeri del 2015 con i tuareg sembrava aver portato maggiore stabilità nella zona. Ma negli ultimi mesi, diversi gruppi hanno annunciato l’uscita dall’intesa e manifestato segnali di insofferenza. Le ostilità sono così riprese, fino ad arrivare all’apice di sabato. Lungo il quadrante centro orientale e nelle regioni confinanti con il Senegal invece, da anni il Jnim è in grado di creare grattacapi. Più di recente, i miliziani islamisti hanno attuato nuove tattiche di guerriglia piuttosto mirate: l’obiettivo non sembra l’occupazione del territorio, ma la sua destabilizzazione. Una strategia che nei mesi scorsi ha portato a un vero e proprio assedio economico di Bamako: i continui assalti ai camion cisterna provenienti dal Senegal infatti, hanno creato una penuria di carburante senza precedenti nella capitale. L’assalto era quindi nell’aria. Forse però in pochi si aspettavano un attacco coordinato e congiunto, con il governo centrale stretto di fatto in una morsa. E con gli alleati russi dell’Africa Korps (gli ex Wagner) costretti a ripiegare da diverse posizioni.
Goita tiene solo Bamako
Durante le prime ore dell’assalto, il governo ha subito l’uccisione di uno dei suoi uomini di riferimento: il ministro della Difesa Sadio Camara, è stato infatti sorpreso dal Jnim direttamente dentro la propria residenza di Kati. Quest’ultimo è uno dei più importanti bastioni governativi nei pressi di Bamako, passato sabato per qualche ora in mano jihadista. Tuttavia, anche grazie all’interno dell’Africa Korps, nella serata di sabato nella capitale e nella regione circostante la situazione è apparsa più tranquilla. A favore di Goita ha giocato anche la composizione etnica della regione della capitale, abitata da cittadini bambara. Si tratta dell’etnia maggioritaria nel Paese e che non vede di buon occhio la popolazione fulani, la quale compone gran parte delle milizie del Jnim.
Ad ogni modo, se Assimi Goita è riuscito a rimanere in sella a Bamako, nel resto del Paese la situazione rimane ancora adesso disperata. Attaccando da nord, i tuareg sono riusciti a prendere la strategica città di Kidal. Più a sud, Gao appare ancora contesa e con diversi quartieri divisi tra presenza governativa e presenza dei gruppi avversari. Nella giornata di domenica inoltre, si è avuta notizia di un accordo tra i combattenti tuareg e i contractors russi per l’evacuazione dell’Africa Korps da Kidal e la ritirata ordinata verso sud. Una circostanza, rivendicata in una nota dal Fronte dell’Azawad, che mostra ulteriormente le difficoltà del governo centrale a riprendere in mano la situazione.
Le prospettive future
Si può quindi dire che lo Stato maliano sia vicino al collasso e non solo dal punto di vista militare. Il fallimento di Goita sembra avere anche una connotazione politica: il generale, dopo il 2021, ha chiesto (e ottenuto, tramite i golpe) pieni poteri per ricostruire le istituzioni e ristabilire il pieno controllo sul Paese. Per fare questo, ha anche cambiato la linea politica di Bamako in chiave estera con un forte avvicinamento alla Russia. Elemento questo presentato nell’ottica di un affrancamento dalla potenza coloniale francese, vista come la causa dei vari guai. Il generale tuttavia, non ha mai del tutto avviato un processo politico interno volto a ricomporre le varie fratture interne alla società maliana. Fratture che, beninteso, non riguardano soltanto la composizione etnica. Goita ha così progressivamente perso la fiducia dei gruppi tuareg, fino ad arrivare all’alleanza di questi ultimi con gli islamisti.
Ma se per Goita le prospettive non sono rosee, dall’altra parte della barricata non appaiono certo più chiare. L’alleanza creatasi tra Jnim e Fronte dell’Azawad è puramente finalizzata al rovesciamento dell’attuale giunta militare. Ma i due gruppi appaiono divisi da molte caratteristiche, a partire da quella etnica per passare poi a quella ideologica: mentre infatti i miliziani Jnim sono islamisti, i gruppi tuareg non sempre avvertono l’elemento religioso come prioritario. Inoltre, le due fazioni hanno modalità di guerriglia molto diverse: i tuareg mirano a conquistare una città, gli islamisti da canto loro si limitano come visto a sortite specifiche senza puntare al controllo del territorio. Infine, entrambi i gruppi non sembrano avere un’idea politica unitaria per un eventuale post Goita. Si può quindi dire che per il Mali, ad oggi, l’unica certezza è rappresentata dall’instabilità. Destinata, purtroppo, a durare ancora parecchio. Non solo in Mali, ma in tutto il Sahel.
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