A venti giorni dalla caduta di Bashar al-Assad dopo l’offensiva-lampo delle milizie d’opposizione che ha travolto il regime la Siria è sotto gli occhi del mondo per l’attenzione riservata al nuovo governo di transizione espressione di Hay’at Tahrir al-Sham e l’esercizio di moderatismo degli islamisti partiti da Idlib che hanno guidato le forze anti-governative fino a Damasco.
Le spine della nuova Siria
Il leader di Hts, Abu Mohammad al-Jolani, fa ampi proclami sulla necessità di una Siria unita, indivisibile, forte e soprattutto pacificata, ma la realtà parla di un Paese ancora lontano dall’ottenere una vera e propria stabilità. Innanzitutto perché di fatto la caduta di Assad non ha coinciso con la fine dei combattimenti e rimane grande incertezza sul futuro dello Stato centrale alla luce della maggior problematica oggi rimasta, quella dei rapporti tra le nuove autorità di Damasco e le Forze Democratiche Siriane (Sdf) esponenti dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (o Rojava) a maggioranza curda.
I curdi vivono un rapporto duale con il nuovo governo, cercando da un lato di venire a patti con l’esecutivo di Mohammad al-Bashir che guida la transizione issando le bandiere verdi-bianche-nere del nuovo regime nei loro uffici civili e temendo dall’altro l’assertività di gruppi come l’Esercito Nazionale Siriano direttamente legato alla Turchia, che potrebbe voler chiudere i conti con le Sdf sfruttando la nuova posizione di forza nel Paese levantino.
E non finisce qui. Le giornate attorno Natale sono state segnate da molte proteste divampate in diverse parti del Paese, a partire dalla capitale Damasco, per due episodi che nella Siria storicamente multiculturale e multiconfessionale hanno destato scalpore. A Suqaylabiyah, città a maggioranza cristiana, un albero di Natale presente nella piazza centrale è stato dato alle fiamme mentre nei giorni scorsi è stato segnalato il vandalismo di un santuario alawita nella città di Aleppo. Nel primo caso a protestare sono stati i cristiani siriani, nel secondo gli abitanti di molte città, soprattutto Homs e le roccaforti alauite, confessione e gruppo sociale dell’ex rais, come Latakia e Tartus.
Scontri e minacce alla stabilità
Le autorità hanno provato a rimediare predicando tolleranza, riconoscendo le festività delle minoranze come legittime, addirittura proclamando il Natale festa nazionale. Ma la sfiducia resta alta, come testimoniato anche dalla fuga di decine di migliaia di armeni di confessione cristiana che temono l’influenza della Turchia nella nuova Siria targata Hts e al-Jolani. Nel frattempo, restano sacche di combattimenti in zone ancora non pienamente pacificate: il 26 dicembre 14 poliziotti sono stati uccisi in un agguato teso contro di loro da dei militanti fedeli al vecchio regime nel governatorato di Tartus, a due passi dalle basi russe che, per ora, sono ancora attive.
E come non citare la presenza residuale dell’Isis sul terreno, peraltro presa al balzo dagli Usa per rafforzare la presenza militare in Siria e operare duri bombardamenti sulle aree desertiche, e la presenza di una zona più estesa, dopo l’8 dicembre, di occupazione militare israeliana per segnalare quanto ancora lontana la Siria sia da una piena unità? La sensazione è che per le nuove autorità molto resti ancora da fare, e che l’idea di aver visto, nei dieci giorni che hanno sconvolto la Siria travolgendo il regime di Assad, non la fine della guerra nel Paese iniziata nel 2011 ma piuttosto l’ultimo atto del suo primo tempo non è affatto peregrina.

