Più che uno sciame, uno stormo. Ieri l’Ucraina ha colpito la Russia con quello che è di certo l’attacco più massiccio del 2025, ma anche uno dei più importanti dall’inizio della guerra. Da sempre gli ucraini sfruttano molto bene le possibilità offerte dai droni, prima usando quelli gentilmente forniti dalle industrie del genero del presidente turco Erdogan (i famosi Bayraktar), poi producendo in proprio. Di recente il presidente Zelensky ha vantato la capacità delle fabbriche ucraine di arrivare a un milione di droni prodotti l’anno. E a metà dell’anno scorso le sue forze armate hanno presentato il missile-drone Paljanycja , capace di colpi più potenti a più lunga distanza.
Ma torniamo all’attacco di ieri. Come precisa la pignolissima Tass, nella notte “i sistemi di difesa aerea in servizio hanno intercettato e distrutto 121 veicoli aerei senza pilota ucraini: 37 sul territorio della regione di Bryansk, 20 su quello di Ryazan, 17 sulla regione di Kursk, 17 su Saratov, sette su Rostov, sei sulla regione di Mosca, sei su Belgorod, tre su Voronezh, due sulla regione di Tula, due su Oryol, due su Lipetsk, uno sulla Repubblica di Crimea e uno sulla capitale”. Altri, invece, sono arrivati sul bersaglio. Non si sa quanti ma è certo che a Ryazan sono andati a fuoco la raffineria e la centrale elettrica: impianti importanti di una città importante.
Strategie militari e politiche
Un successo? In realtà, i droni ucraini hanno messo a segno colpi anche più clamorosi. Per esempio, a fine agosto 2024, distruggendo un grande deposito di munizioni russo a Voronezh (in quell’occasione fu usato, dicono gli ucraini, il famoso Paljanycja). Prima ancora, in maggio, quando colpirono la stazione radar di Armavir, come scriveva allora Mirko Marchi in queste pagine, “un impianto radar che copre la Crimea, parte del Sud dell’Ucraina, i Balcani, le zone operative della Nato nel Mediterraneo, parte dell’Asia e il Golfo Persico. Un raggio di rilevamento di più di 6.000 chilometri, che gli consente di rilevare i missili balistici e da crociera e anche, a quel che si dice, eventuali oggetti spaziali. Si tratta, insomma, di uno dei radar che dovrebbero assicurare alla Russia la segnalazione precoce di un attacco nucleare e quindi garantirle la possibilità di una reazione”. Per quanto riguarda invece la strategia ucraina, in atto da tempo, di colpire raffinerie, impianti petroliferi e depositi vari, basterà ricordare che in Russia sia l’estrazione sia l’esportazione di petrolio sono in aumento, quindi non pare che i droni ucraini siano in grado, almeno in questo campo, di infliggere danni significativi. Tra l’altro, pochi hanno notato che nelle stesse ore, sempre con droni, la Russia colpiva impianti ucraini nella regione della capitale Kiev, dopo aver già fatto altrettanto con infrastrutture energetiche nella regione di Kherson.
Qual è dunque il senso di questi attacchi? Potremmo dire che la loro natura è sì militare (l’Ucraina non ha certo rinunciato a combattere) ma soprattutto politica. Da qualunque angolazione si osservi la situazione, l’andamento della guerra volge contro Kiev. Nel Donbass i russi avanzano lenti ma inesorabili, e controllano ormai più del 20% del territorio ucraino. E l’eventuale caduta di Pokrovsk, che tutti danno per probabile se non imminente, potrebbe aprire un varco incolmabile nel sistema di difesa ucraino. Nella regione di Kursk, invasa dagli ucraini il 6 agosto del 2024, i russi hanno recuperato il 65% del territorio inizialmente perduto, e anche qui proseguono sulla strada di una lenta ma inesorabile riconquista. In più, a dar retta al ministero russo della Difesa (e credere alle fonti russe, come ai servizi segreti dell’Ucraina, è almeno un azzardo), nella regione di Kursk in questo periodo Kiev ha perso, tra morti e feriti, almeno 56 mila uomini. Il tutto in un Paese che, come ha confermato nei giorni scorsi il generale Pavel Palisa all’Associated Press, sta per chiudere la riforma per abbassare l’età della coscrizione militare e mandare al fronte anche i ragazzi tra i 20 e i 25 anni d’età.
Tra Europa e Usa
Sullo sfondo di questa situazione ha fatto irruzione l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump che, com’è noto, vuole mettere fine a questa guerra. Mentre la Nato e l’Unione Europea (almeno in parte) continuano a sostenere posizioni che, nella realtà quotidiana del conflitto, sembrano poco meno che demenziali. Mark Rutte, segretario generale della Nato, ripete in ogni sede che “la pace potrà durare solo se l’Ucraina si presenterà al tavolo in una posizione di forza”, e non si vede come questo possa succedere. E Andrius Kubilius, il lituano che è Commissario Ue alla difesa (grande idea mettere i baltici agli Esteri e alla Difesa…) gli ha fatto eco sostenendo che la guerra in Ucraina deve proseguire per logorare la Russia. L’uno e l’altro evidentemente indifferenti a quanto sta accadendo in Ucraina, con i 6 milioni di rifugiati in Europa, la popolazione in calo costante, l’economia azzerata e i ragazzini costretti a impugnare il fucile. Zelensky non può fare miracoli e, anzi, un miracolo l’ha già fatto il suo popolo, resistendo così tanto a difficoltà così enormi. Ma la sua via è ormai strettissima e lo dimostra il continuo aggiornamento delle sue proposte: l’ultima è che la Russia torni ai confini del 2022 (la versione precedente era ai confini del 1991) prima di iniziare un qualunque negoziato. Evento che, al momento, pare piuttosto improbabile.
È chiaro, comunque, che Zelensky, nonostante i rapporti non certo idilliaci con Trump, punta sugli Usa e non si fida dell’Europa. non da oggi (la distruzione del gasdotto Nord Stream è stata un modo per colpire la Russia ma anche per forzare l’Europa a chiudere certe relazioni) ma oggi in particolare modo. Certe decisioni recenti, come la chiusura del transito sul territorio ucraino al gas russo diretto verso l’Europa occidentale, sembrano fatte apposta per dividere la Ue rispetto alla causa ucraina, non certo per unirla. E infatti Ungheria e Repubblica Ceca, messe in difficoltà, hanno subito alzato i toni contro Kiev. E a comporre la disputa non ha certo contribuito il tentativo ucraino di colpire una stazione di pompaggio del Turkish Stream, l’unica altra via con cui il gas russo arriva in Europa.
Zelensky imputa all’Europa di non aver mantenuto le promesse in fatto di aiuti militari. E invoca la protezione di Washington per ottenere quelle “garanzie di sicurezza” che dovrebbero farle da scudo al momento di trattare con Putin. Che Zelensky sopravviva politicamente o no all’eventuale fine della guerra, il destino dell’Ucraina pare segnato: diventare un Paese-fortezza, sul modello di Israele, nel cuore di un’area strategica come l’Europa centro-orientale, chiamato a presidiare il “confine” con la Russia e a difendere gli interessi globali degli Usa. il che rende ovviamente indifferente il fatto che l’Ucraina entri o no nella Nato. Cosa di cui, in effetti, non parla più nessuno.
Fulvio Scaglione
