Gli Stati Uniti dovrebbero iniziare a guardare alla Cina con estremo timore. Secondo uno studio del prestigioso United States Studies Centre dell’Università di Sydney, Pechino ha raggiunto un livello militare così alto che, in caso di guerra, potrebbe rapidamente annichilire gli americani e i loro alleati nella regione indo-pacifica. Come fa giustamente notare Christopher Schiltz in un articolo sul Die Welt, la minaccia cinese ai danni di Washington in Estremo Oriente influisce anche sulla Nato che, accordi alla mano, dovrebbe assistere militarmente gli americani in terra asiatica qualora ce ne fosse bisogno. I governi occidentali si sono resi conto di aver sbagliato approccio nei confronti della Cina, hanno dormito sogni tranquilli e sperato che l’economia di mercato spingesse i leader cinesi ad abbracciare la democrazia; così non è stato, e adesso il Dragone è diventato così potente che il resto del mondo fatica a contenere le sue richieste.

I missili cinesi stravolgono l’equilibrio

Nessuno è in grado di opporre una strategia a lungo termine alle nuove sfide militari ed economiche cinesi, e gli Stati Uniti saranno tra coloro che subiranno le conseguenze peggiori. L’ascesa della Cina, direttamente o indirettamente, ha un impatto sulla sicurezza americana ed europea. “Pechino – ha spiegato il capo della Nato, Jens Stoltenberg – è ovunque. Il Dragone si sta avvicinando ai nostri territori: è in Africa, nell’Artico e in Europa. Assistiamo inermi ai suoi investimenti nelle infrastrutture critiche e non facciamo niente”. Il governo cinese da un lato porta avanti i progetti commerciali ma dall’altro rafforza continuamente un apparato militare che oggi può contare oltre 2000 missili, tra quelli a medio, corto e lungo raggio, incluso il temuto antinave DF-21 D. In particolare, vale la pena concentrare la nostra attenzione sui missili a lungo raggio. Questa tipologia di proiettili rappresentano una grave minaccia per le basi americane situate in Asia, oltre che i porti e le piste di atterraggio. Lo studio dell’Università di Sydney spiega che la Cina può rendere inutilizzabili queste e altre infrastrutture militari pianificando accurati attacchi missilistici già dalle prime ore dello scoppio di un ipotetico conflitto. Le risorse cinesi sono limitate ma, se il Dragone saprà utilizzarle in modo efficace, saranno sufficienti per tagliare le gambe a Washington in tutto il Pacifico. Gli americani hanno diversi hub sparsi nel Pacifico, fra cui Taiwan, Hawaii, Guam, Corea del Sud, Australia e altri ancora.

La “bancarotta strategica” americana nel Pacifico

Dal momento che la Cina gioca “in casa” la battaglia per la conquista strategica dell’indo-pacifico, gli Stati Uniti stanno subendo due enormi tipi di pressione. C’è ovviamente la pressione militare, con le armi di Pechino sempre più complicate da contenere ma c’è anche la pressione finanziaria. Per mantenere le proprie truppe, le proprie basi e i propri arsenali oltre oceano, Washington esborsa somme di denaro enormi senza che però che queste siano investite nel miglioramento di un apparato bellico ormai superato. Gli esperti hanno iniziato a usare il termine “fallimento strategico” per descrivere questa situazione: nel momento di loro massima espansione, decenni fa, gli americani non hanno approfittato di costruire una strategia a lungo termine. E ora, l’amministrazione Trump e le successive, stanno pagando il conto degli errori dei loro predecessori. Lo studio australiano è arrivato anche nelle mani del Partito comunista cinese. Pechino ha prontamente risposto all’analisi accademica per bocca del portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, secondo cui la Cina “è sulla strada dello sviluppo pacifico” e che “la politica cinese di difesa nazionale è intrinsecamente difensiva”. Pacifica o meno, l’avanzata militare della Cina potrebbe presto mandare gli Stati Uniti in “bancarotta strategica”.