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Guerra

“Armi sotto il nostro controllo”: la minaccia di Al Julani ai curdi

L’influenza della Turchia sulla Siria post-Assad si fa sentire. Due settimane dopo la presa di potere a seguito di un’offensiva lampo, il leader del governo ad interim siriano, Ahmed Al-Sharaa, noto ai più come come Abu Mohammed Al Jualni, capo...

L’influenza della Turchia sulla Siria post-Assad si fa sentire. Due settimane dopo la presa di potere a seguito di un’offensiva lampo, il leader del governo ad interim siriano, Ahmed Al-Sharaa, noto ai più come come Abu Mohammed Al Jualni, capo del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex diramazione siriana di al Qaeda, ha annunciato domenica che tutte le armi presenti nel Paese, – comprese quelle detenute dalle forze guidate dai curdi – saranno poste sotto il controllo dello stato. Al-Sharaa ha rilasciato queste dichiarazioni domenica 22 dicembre durante una conferenza stampa svoltasi a Damasco con il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan.

La Turchia, com’è noto, ha avuto un ruolo chiave nel sostenere l’opposizione armata, contribuendo in maniera decisiva alla caduta del regime di Assad, sostenendo l’offensiva partita dalla provincia di Idlib. E ora Ankara passa all’incasso. Dal canto suo la Turchia, tramite Fidan, ha chiesto la revoca immediata delle sanzioni sulla Siria e ha sollecitato la comunità internazionale a mobilitarsi per aiutare il paese nella ricostruzione e favorire il ritorno degli sfollati, di cui tre milioni vivono in Turchia.

Le parole di Al Julani

Durante la conferenza stampa, Al-Sharaa (Al Julani) ha sottolineato che le fazioni armate siriane inizieranno a dissolversi e a essere integrate nell’esercito nazionale. “Non permetteremo in nessun caso la presenza di armi fuori dal controllo dello stato, sia quelle delle fazioni rivoluzionarie che quelle presenti nell’area della SDF (Forze Democratiche Siriane, guidate dai curdi)”, ha dichiarato. Questa mossa mira a consolidare il controllo del nuovo governo centrale e a ridurre la frammentazione che ha caratterizzato il conflitto siriano negli ultimi dodici anni. Tuttavia, la decisione di disarmare le SDF come richiesto dalla Turchia, rischia di provocare nuove tensioni con i curdi e soprattutto con Washington, che sostiene le SDF.

Tensioni con i curdi

Queste ultime sono guidate dalle Unità di protezione popolare (YPG), che Ankara vede come un’estensione dell’organizzazione terroristica del PKK. Trattasi di interessi divergenti nella regione di due potenze della NATO, ovvero tra il primo e il secondo esercito dell’Alleanza: gli Stati Uniti e la Turchia. Nel nord del Paese, infatti, si continua a combattere. A Kobane, città al confine, un’escalation di scontri tra le fazioni pro-Turchia e le Forze Democratiche Siriane (SDF) ha causato vittime civili, tra cui una donna e suo figlio, secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.

Sui curdi incombe la minaccia di una nuova operazione militare in Siria da parte di Ankara. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che la Turchia “eliminerà il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e i suoi presunti affiliati in Siria,” promettendo di proseguire le operazioni contro questi gruppi armati. Erdogan ha definito il PKK e le Unità di Protezione Popolare (YPG), considerate la componente principale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), una minaccia terroristica per la regione. Ha inoltre sottolineato l’intenzione della Turchia di condurre operazioni “chirurgiche” per colpire gli elementi separatisti senza causare danni ai civili. Il futuro della Siria post-Assad appare sempre più intrecciato agli interessi di Ankara, che da protagonista del conflitto si consolida come arbitro delle nuove dinamiche di potere, lasciando sul terreno tensioni irrisolte e molte incertezze per le minoranze e gli attori internazionali coinvolti.

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