Passano le amministrazioni Usa ma il sostegno a Israele resta al centro dell’attività della superpotenza. Alla vigilia della visita di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca il presidente Donald Trump ha chiesto al Congresso statunitense controllato dal Partito Repubblicano di approvare un pacchetto d’aiuti da un miliardo di dollari per lo Stato Ebraico.
Il pacchetto comprende la fornitura di nuove bombe, incluse quelle da oltre 900 kg bloccate dall’amministrazione di Joe Biden a maggio mentre Netanyahu preparava l’offensiva su Rafah, e bulldozer e altre attrezzature volte a favorire opere di demolizione utilizzabili a Gaza o in Cisgiordania per spianare le macerie o…le abitazioni dei palestinesi.
Del resto, la Montecarlo del Medio Oriente (senza i palestinesi) ipotizzata da Bibi e The Donald come scenario futuro per Gaza non si costruisce da sola: servono nuove armi per finire il lavoro, qualora gli scontri con Hamas dovessero riaccendersi, e attrezzature per mettersi all’opera un domani.
“Il contribuente americano pagherà la vendita di armi per 1 miliardo di dollari come parte del pacchetto di aiuti militari da 3,8 miliardi di dollari inviato a Israele ogni anno”, nota Responsable Statecraft, sottolineando che “in totale, da ottobre 2023 a oggi, Israele ha ricevuto un record di 17,9 miliardi di dollari di armi e il presidente Biden ha annunciato l’intenzione di inviare un pacchetto di armi da 8 miliardi di dollari alla nazione a gennaio, ma non è stato ancora completamente approvato dal Congresso” prima dell’avvicendamento con Donald Trump.
La mossa è volta a imporre una chiara decisione di politica estera, trasversale alla politica Usa. Oggi più che mai a Washington, più che Netanyahu, serve un’Israele solida. E la notizia da sottolineare, più che gli invii di armi, riguarda la decisione degli Usa di fornire attrezzature come i Caterpillar D9 che Israele ha, in passato, sfruttato attivamente nella Cisgiordania popolata dai coloni oltre che a Gaza.
In sostanza, l’aiuto presagisce un via libera generalizzato all’assalto alla terra controllata dall’Autorità Nazionale Palestinese, un giro di vite contro i profughi dell’area di Jenin, una stretta sulla repressione. Festeggiano le destre nazionaliste israeliane, che potrebbero avere un nuovo assist da Trump dopo il suo insediamento. Il combinato disposto tra questa mossa e lo stop al finanziamento Usa all’agenzia Unrwa parla chiaro: per gli Usa la Terra Santa sarà sempre meno un Paese per palestinesi.

