Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

La competizione tra grandi potenze, volgarmente nota come Guerra fredda 2.0 o Terza guerra mondiale in frammenti, è entrata in una fase di confrontazione attiva a cavallo tra la guerra civile siriana ed Euromaidan. Conflitti sempre più frequenti, accesi e violenti, che dalle periferie minacciano i caseggiati dei centri, sono la nuova normalità del campionato egemonico in cui si sta giocando il destino del Duemila.

Il terzo tempo della rediviva Guerra fredda è come un insieme di maratone, nelle quali ogni potenza è presente con un proprio corridore, accomunate da un traguardo condiviso: la fine del secolo. Correre è l’unico modo di arrivare alla meta. Correre è l’unico modo di continuare a esistere a fine secolo, di continuare a essere attori storici e di non involvere a mere espressioni geografiche.

Ogni potenza ha piazzato un maratoneta in ognuna delle corse che fanno parte della grande competizione per il Duemila: la corsa all’Africa, la corsa all’Artico, la corsa all’intelligenza artificiale, la corsa alla transizione energetica, la corsa alle terre rare, la corsa allo spazio, la corsa tecnologica.

Una delle gare più importanti della super-maratona tra i grandi del sistema internazionale è anche una delle meno note: è la corsa al cervello. La mente come trincea e come bottino di guerra. Un nuovo tipo di conflitto, la guerra cognitiva, per vincere un avversario senza combatterlo.

Tre sono le potenze che, con un lungo distacco sul resto dei maratoneti, stanno protagonizzando la corsa al cervello: Cina, Russia e Stati Uniti. La Cina che ha inventato TikTok, un social media in grado di accelerare processi di liquefazione sociale, e che sta investendo nella produzione di armi neurologiche. Gli Stati Uniti che sono impegnati nella scoperta dei segreti della mente umana nell’ambito della Brain Initiative. E la Russia che ha rispolverato le misure attive di sovietica memoria, aggiornandole e potenziandole, riuscendo a produrre anarchia produttiva ovunque ritenuto utile.

Confondere, offuscare e radicalizzare

La Russia ha riesumato le tecniche e le tattiche delle guerrafreddesche misure attive (активные мероприятия), l’insieme di armi informative e psicologiche dell’Unione Sovietica, all’indomani della guerra in Georgia del 2008.

Le guerre informative, psicologiche e cognitive di Mosca ambiscono a ottundere i sensi e a radicalizzare i pensieri dei bersagli, che solitamente sono uno o più gruppi di una società, e attingono al bagaglio della маскиро́вка (Maskirovka) per nascondere la fonte primigenia della campagna. Il risultato, spesso, è una vittima tramortita da un colpo di cui è difficile accertare il punto di partenza.



Il modello russo di guerra cognitiva contempla l’utilizzo di media statali, come Sputnik e Rt, e di blog, canali di controinformazione, giornalismo amatoriale e media sociali. L’impiego in simultanea di questi attori può dar vita, nel migliore degli scenari, a un grande network multimediale che è suscettibile di intossicare l’ambiente informativo del bersaglio fino al punto di frammentarne la società in blocchi non comunicanti, radicalizzati dalle camere d’eco della macchina disinformatrice e disorientati da una consapevolezza situazionale distorta. In altre parole: anarchia produttiva.

Il modello russo di bombardamento informativo, che la Rand Corporation ha ribattezzato la “manichetta antincendio della menzogna” (firehose of falsehood), è incredibilmente difficile da contrastare, perché fa leva sui (tanti) spazi di manovra offerti dalla rete, e presenta quattro caratteristiche: a) è ad alto volume e multicanale, b) è rapido, continuo e ripetitivo, c) è disinteressato ad aderire alla realtà obiettiva, d) è disinteressato alla consistenza.

Disinfodemie che sfiniscono

Quello russo è un formato che funziona, e che ha fatto scuola in Cina, perché è in grado di stravolgere il pubblico attraverso l’utilizzo simultaneo di una pluralità di canali adibiti allo spargimento incontrollato di postverità, semiverità e pura finzione. Contenuti progettati per intrattenere, spaesare e stravolgere un pubblico. Contenuti che possono portare un paese sull’orlo della guerra civile, come dimostrato dalle attività dell’Internet Research Agency negli Stati Uniti dell’era Trump.

Secondo le risultanze della Rand Corporation, che ha analizzato nel dettaglio il modus operandi di Mosca, gli “sciami” di disinformazione russi funzionano perché “hanno fondamenta sorprendenti nella letteratura psicologica”. Gli psico-guerrieri del Cremlino, in breve, applicano alle arti belliche gli insegnamenti e le scoperte di Edward Bernays, Sigmund Freud, Gustave Le Bon, Robert J. Lifton e Joost Meerlo.

Le armate di troll, che Bernays chiamerebbe “gli agenti dell’amplificazione delle idee”, rivestono un ruolo centrale nello sprigionamento di enormi flussi disinformativi dalla manichetta antincendio. Trattasi di profili falsi operanti sulle principali piattaforme sociali, gestiti sia da bot sia da esseri umani, che hanno un solo compito: intasare le bacheche dei gruppi e le sezioni commenti di giornali, blog e altre pagine di contenuti che veicolino una certa narrazione, dando l’idea che sia maggioritaria. La tecnica del falso consenso: quando il supporto manca, lo si inventa.



Un bot può operare 24/7, ovvero commentare ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette, e gli operatori umani lavorano su turni anche di dodici ore. Insieme diffondono contenuti simili ma differenti, perché un operatore umano produce commenti più strutturati – anche se l’avvento dei bot a intelligenza artificiale cambierà le cose –, che vengono distribuiti su una vasta gamma di canali e avvelenano le bacheche delle piazze virtuali.

Il passaggio da guerra di informazione a guerra di cognizione è breve, quasi istantaneo, nel modello russo. Perché i flussi disinformativi non prevedono interruzioni, vengono prodotti da una moltitudine di canali che parla all’unisono – mettere in dubbio il mainstream, screditare gli esperti, stuzzicare il malcontento –, e ambiscono alla creazione di un ambiente intossicato in maniera permanente.

Il grande smog disinformativo che riesce a produrre la macchina propagandistica russa, la cui efficacia è stata plaudita dalla Rand Corporation, è in grado di schermare la Russia con una coltre quasi impenetrabile allo sguardo degli osservatori esterni in situazioni emergenziali – sia sufficiente pensare all’incomprensibilità che ha contraddistinto le ore del Wagnerazo – come è in grado di accecare e/o di destabilizzare i suoi avversari. È un modello che sta facendo scuola e, per quanto insidioso, non è che solo una delle tante espressioni della primordiale era delle guerre cognitive.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto