Non solo batterie antiaeree, ma anche missili Storm Shadow capaci di colpire le postazioni russe a distanza: il governo Meloni è al lavoro sul nono pacchetto di aiuti militari all’Ucraina e prevede di licenziarlo dopo il vertice pugliese del G7 che si terrà dal 13 al 15 giugno.
Al sistema Samp-T che Roma prevede di dispiegare in Ucraina garantendo alle forze armate di Volodymyr Zelensky la batteria precedentemente schierata in Slovacchia o, in alternativa, quella oggi dispiegata in Kuwait si aggiungerà una nuova fornitura di missili Storm Shadow, l’equivalente britannico del francese Scalp, che Kiev chiede per poter effettuare attacchi a lunga gittata.
Non cadrà, secondo le voci che filtrano dalle istituzioni romane, il vincolo segnalato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani circa il rifiuto italiano di usare questi armamenti per colpire oltre i confini della Federazione Russa. E questo nonostante formalmente l’asset fornito in aggiunta al Samp-T potrebbe essere utilizzabile per una manovra proiettiva di questo tipo.
Il raggio degli Storm Shadow supera i 500 km e Roma li ha già forniti, come ricorda StartMag: “Lo ha rivelato a fine aprile il ministro della Difesa britannico Grant Shapps, in visita agli stabilimenti britannici dell’azienda missilistica Mbda, citato da The Times e ripreso da Defense News, svelando mesi di segretezza che circondavano la fornitura di armamenti da parte dell’Italia a Kiev”. L’Italia li invierà nel nono pacchetto perché impossibilitata a cedere più di un Samp-T, dispositivo di cui possiede solo cinque unità, almeno due delle quali serviranno per difendere i cieli nazionali in occasione del G7 prima e del Giubileo 2025 poi.
In quest’ottica, Roma vuole segnalare la continuità del suo sostegno a Kiev in una fase critica per la diplomazia internazionale segnata da G7, summit svizzero sull’Ucraina e vertice Nato nel giro di poco più di tre settimane. E blindarsi come grande attore dell’Occidente. Il vero nodo, però, non è tanto legato alla fornitura di nuovi assetti, ma alla dottrina di impiego. Roma si posiziona, nella Nato, in un gruppo di Paesi contrari al via libera agli attacchi sul suolo russo prospettato come funzionale dal segretario generale Jens Stoltenberg, che è sempre a ranghi più ridotti.
Gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, il Canada e la Germania hanno già dato il via libera a Kiev a usare le loro armi per colpire oltreconfine obiettivi militari legittimi dell’esercito di Vladimir Putin, in particolar modo le retrovie russe delle forze che minacciano con la loro avanzata il territorio ucraino. Paesi come Polonia, Repubblica Ceca e repubbliche baltiche avevano dato il loro assenso da tempo. L’Italia si posiziona con Spagna e Belgio nel tenere questa linea. La cui tenuta andrà analizzata alla luce dell’esito delle Europee, per capire se sia stato solo il timore di conseguenze elettorali negative a frenare Giorgia Meloni e i suoi o se la mossa risponda alla ricerca di un originale tentativo di unire sostegno all’Ucraina e messaggi politico-diplomatici a Mosca. Nelle prossime settimane, col G7 che vedrà l’Italia al centro della diplomazia globale, avremo sicuramente una risposta.

