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“Ci aspettano giorni duri”: Aluf Rafi Milo, comandante dell’Israel Home Front, non nasconde le difficoltà e i timori dopo le due notti di bombardamenti iraniani sullo Stato Ebraico seguite al lancio degli attacchi sulla Repubblica Islamica da parte di Tel Aviv. 3 morti la prima notte nei raid sulla capitale, 10 la seconda, la più dura finora, quando i missili balistici iraniani sono caduti anche sulla città portuale di Haifa: l’Iran, nonostante i danni incassati sul fronte interno, non manca di colpire Israele e di mostrare capacità di reazione.

Non era difficile prevederlo. Nonostante i caccia F-15, F-16 e F-35 abbiano conseguito una solida superiorità aerea sui cieli persiani, l’Iran mantiene in funzione quello che è ritenuto il più vasto arsenale di missili balistici del Medio Oriente. 2mila, secondo le fonti accreditate, i vettori a disposizione della Repubblica Islamica, che Iran Watch ha calcolato potenzialmente espandibili fino a 3mila.

Un centinaio a notte, per ora, sono stati lanciati contro Israele, mostrando la capacità di forare gli scudi missilistici Iron Dome, Fionda di Davide e Arrow e di costringere lo Stato Ebraico a dipendere dai Patriot e dai sistemi d’intercettazione ad alta quota Thaad americani per completare la difesa del suo spazio aereo. L’Iran vuole alzare il prezzo della guerra per Israele e le immagini dei duelli ad alta quota delle scorse notti mostrano che, in un certo senso, un obiettivo minimo è stato raggiunto: portare, nei limiti del possibile, la guerra a combattersi non solo sul proprio territorio ma anche su quello nemico.

Il fattore tempo

L’Iran aggiunge una guerra psicologica attiva alle sue manovre, dato che dichiara di utilizzare il nuovo missile balistico guidato Haj Qassem, anche se ad oggi le immagini confrontabili su fonti aperte non sembrano lasciar presupporre l’uso di questi complessi vettori. La testata indiana First Post ha osservato che “il tanto decantato sistema di difesa aerea multistrato di Israele, costruito nel corso di decenni e sostenuto da ingenti finanziamenti statunitensi, ha dovuto affrontare una dura prova durante questo assalto su larga scala” e che tra i decisori strategici deve emergere “la possibilità che l’Iron Dome e i sistemi correlati stessero diventando meno efficaci contro le minacce moderne e di grandi dimensioni, soprattutto con la crescente diffusione di droni, missili da crociera e lanci coordinati di razzi“.

La battaglia è sul filo del tempo. Da un lato, riuscirà Israele a disarticolare le basi di lancio, gli arsenali e le fabbriche di produzione d’armi che, secondo le notizie a disposizione dell’esecutivo di Benjamin Netanyahu, potrebbero consentire a Teheran di produrre fino a 300 missili al mese? Israele ha un fattore tempo vantaggioso legato alla prospettiva che alla lunga l’arsenale iraniano si logori ed esaurisca, ma anche la Repubblica Islamica ha una carta dalla sua potendo concentrare gli attacchi sull’obiettivo di alzare il costo del conflitto per la popolazione israeliana, mantenendola mobilitata, allerta e sotto pressione, facendo sentire il peso delle scelte di Benjamin Netanyahu a tutta la cittadinanza d’Israele.

Inoltre, un prosieguo dell’offensiva farà sentire sempre più pressante, per Tel Aviv, il peso del sostegno americano in termini antiaerei: citando fonti Usa The War Zone riporta che il cacciatorpediniere classe Arleigh Burke della Marina statunitense USS Thomas Hudner si stava dirigendo verso est attraverso il Mediterraneo in direzione di Israele” e “ulteriori rapporti indicavano che un altro cacciatorpediniere di questo tipo era in fase di riposizionamento per un potenziale dispiegamento avanzato nella regione, se necessario”, al fine di blindare l’antiaerea di Tel Aviv. Ma ogni vincolo di dipendenza nasconde una debolezza: e per Israele, i punti deboli sono più sul piano difensivo che su quello offensivo. Un fattore di cui non si potrà non tenere conto mentre il conflitto avanza.

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